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Heidi McFall

15 / 25 maggio 2003

Un viso sereno e delicato di bambina. La pelle chiara, i capelli biondi che scendono sul collo.

Gli occhi quasi socchiusi e lo sguardo rivolto verso qualcosa di lontano. E’ Heather, una delle piccole protagoniste dei lavori recenti di Heidi McFall. Ventinove anni, americana dello Iowa, Heidi McFall ritrae, con pastelli e carboncini, familiari, amici o conoscenti.

C’è Kara, l’insegnante d’aerobica, Phillip e Tania, Teeny, Barbara con grossi occhiali da sole, Abi e Sarà Hanne. Tutti così reali da sfidare la fotografia. Nei suoi lavori ci sono le suggestioni dei visi enormi simili a foto tessere ingrandite di Chuck dose, dell’impianto costrut­tivo di Alex Katz, dell’analisi concet­tuale delle potenzialità della pittura di Gerhard Richter. Ma la sua ricer­ca si spinge oltre perché, come spie­ga Francesca Pietracci nel suo testo critico alla mostra (appena conclusa alla Bencivartgallery di Pesaro) “le immagini dei suoi ritratti sono spe­culari alla nostra contemporaneità (…) e rappresentano sempre una sorta di accadimento interiore, per lo più reiterato attraverso la serie dei soggetti rappresentati”. Nelle opere i volti ci appaiono in primissimo pia­no – in qualche caso ci sono anche i busti, appena accennati — costruiti da un sapiente chiaroscuro.

Gli sfon­di sono omogenei, giocati su tutte le sfumature di grigio.

Quello che ci appare è un viso staccato dal proprio contesto, senza ambientazioni e con pochi riferimenti personali. Non ci sono paesaggi o interni a caratterizzare la scena, anche i pochi centimetri di vestiti o gioielli presentati, sono discreti e minimali. Le sue immagini raccontano di persone colte in un momento casuale della lo­ro vita, nel tranquillo trascorrere del tempo. Le pose sono as­solutamente naturali, ma intense, espressive, sempre capaci di instaurare con lo spettatore un immediato rapporto emo­tivo. L’assoluta normalità dei suoi personaggi nasconde la ve­ra personalità.

Perché Heidi McFall indaga gli aspetti psicologici e introspettivi delle persone che ritrae. Basta osservare con attenzione gli indizi provocati da una smorfia improvvi­sa, un sorriso spontaneo, allegro o rassicurante, uno sguardo intenso che l’artista riporta su carte, cartoncini o tavole. Lo sguardo dei protagonisti denuncia la loro completa estrania­zione verso ciò che li circonda. Per arrivare a questo risultato complesso, l’artista parte dalla fotografia. Prima posiziona sotto una luce molto forte il soggetto prescelto, per questo nei suoi lavori spesso le persone che ritrae abbassano lo sguar­do, come se i loro occhi fossero colpiti da un bagliore improvviso.

Poi scatta in un interno come all’aper­to una serie di fotografie in bianco e nero. Sceglie un’immagine che di­venta soltanto un riferimento visivo, una traccia per il suo lavoro.

Non la proietta sulla superficie, non usa il computer, non la manipola.

È solo un punto di partenza per arrivare ai suoi ritratti così realistici, in cui cattura la vera emozione. L’esecuzione è lunga, anche per le dimensioni che la McFall predilige: 150 per 100 centimetri. L’effetto è minuzioso e imme­diato, quasi del tutto privo di ele­menti narrativi, tanto da essere asso­lutamente originale.

Non è un caso che le sue immagini siano in equili­brio tra l’idea di bellezza, risponden­te a criteri personali, e i canoni della cultura contemporanea. Non solo, con questi lavori l’artista strizza l’oc­chio anche alla ritrattistica tradizio­nale, cui aggiunge l’umanità e i ri­cordi privati. Nelle opere recenti la McFall disegna più per­sone vicine. Inizia sempre dalla fotografia.

Scatta più foto, in pose diverse di soggetti uguali (come per Gabby e Gabby) o di due persone differenti (Sarah e Rob) e unisce i volti insieme quasi si trattasse di un collage.

Sulla carta procede con gli schizzi delle figure, che fa crescere contemporaneamente.

Il risultato non perde mai d’armonia. Anzi. I protagonisti ridono o chiacchierano tra loro, perfettamente integrati nella composizione.

 

opere in mostra