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Baruchello Gianfranco

OPERE DISPONIBILI IN GALLERIA

 

Biografia G. BARUCHELLO

Gianfranco Baruchello nasce a Livorno e vive attualmente a Roma e a Parigi.
Al 1959 risalgono gli inizi della sua ricerca: i quadri Altre tracce (tele bianche attraversate da un groviglio di linee nere) e una serie di oggetti realizzati con materiali trovati (tra i quali i Cimiteri d’opinione). Dipinge dal 1962 grandi tele, in cui mette a punto un primo vocabolario di immagini (entità ostile, energia errore, quando percettivo, etc.) : superfici bianche, solcate da poche tracce o forme vaghe, da linee tracciate a tampone con il colore minio. Nel 1962 espone per la prima volta a New York nella collettiva The New Realists. Nel 1963 espone a Roma alla galleria La Tartaruga (personale, testi in catalogo di Alain Jouffroy e Maurizio Bonicatti), e nel 1964 alla galleria Cordier & Ekstrom di New York. In occasione della II personale presso la medesima galleria a New York, un testo di Italo Calvino viene pubblicato in catalogo.
Realizza in questi anni i primi plexiglass, quadri costituiti da vari strati di plexiglass sovrapposti a fondi di cartone o metallici. Al 1964 risale anche l’inizio del lavoro per il primo film di B.: La verifica incerta, in collaborazione con A. Grifi.
Nel 1965 inizia la collaborazione con la galleria Schwarz di Milano. Tra il 1965 e il 1968 iniziano anche altre operazioni come la pubblicazione di libri (Mi viene in mente, Schwarz,1966; La quindicesima riga, Lerici, 1967; Avventure nell’armadio di plexiglass, Feltrinelli, 1968) e oggetti (“happening mentali”) come il Multipurpose Object (1966).
Al 1968 risale l’inizio dell’operazione Artiflex con la “società finanziaria Artiflex” (“Artiflex mercifica tutto” era lo slogan della società) che aveva un proprio sportello presso la Galleria La Tartaruga (Roma) di Plinio De Martis.
Ai primi anni 70 risalgono i primi esperimenti con l’immagine elettronica. Inizia anche a realizzare oggetti-assemblaggi in forma di scatole-vetrina in cui sono accostati elementi differenti. Dal 1973 va a vivere in campagna e inizia l’operazione Agricola Cornelia S.p.A., una società regolarmente costituita “con lo scopo sociale di coltivare la terra”. La società si proponeva la rivisitazione dei miti, culture e tradizioni agricole e della zootecnia sotto l’aspetto dell’activity artistica.
Dall’inizio degli anni 70 lavora sul concetto della perdita di qualità (uso della fotocopia e della fotocopia della fotocopia). Al 1977 risale una serie di quadri sul tema di L’altra casa. E’ una considerazione dello spazio interno, dello spazio “femminile degli interni”. Nel 1979 le edizioni Galilée di Parigi pubblicano il libro di B. L’altra casa (con prefazione di J.F. Lyotard). Sempre a Parigi nel 1980 inizia e conduce a termine la lavorazione di A partire dal dolce (libro di immagini e testi, in copia unica, e nastro-video di 22 ore circa di interviste a filosofi, critici, poeti). Al 1981 risale la mostra Agricola Cornelia (materiali, testi, fotografie) relativa agli anni dell’operazione 1973-81.
Nel 1984 esce il libro How to imagine (ed. McPherson e poi Bantam Book). Nel 1985 esce il libro Why Duchamp (ed.
McPherson, New York).
Nel 1989 il libro Bellissimo il giardino ( azione omonima al Festival di Spoleto) segna un punto d’arrivo della riflessione di B. intorno al tema del giardino, operazione (la realizzazione concreta di uno spazio-giardino) che impegna tutt’ora B. Dal 1992 l’operazione riguardante il giardino si estende ad una riflessione sul bosco (bonifica, ripulitura, riapertura della strada etrusca), affiancata da disegni, pittura, video, libri.
Nel 1998 viene istituita la Fondazione Baruchello, con sede nella ex-casa-studio archivio di B. (via di S, Cornelia) che si propone un’ampia attività sulla ricerca artistica contemporanea.
Opere di Baruchello si trovano nei principali Musei e Cine-Video teche di tutto il mondo e sul suo lavoro hanno scritto: Alain Jouffroy, J.F. Lyotard, Umberto Eco, Gilbert Lascault, H. Dieter Huber, Nanni Balestrini, Cesare Vivaldi, Maurizio Bonicatti, Maurizio Calvesi, Harold Rosenberg, Dore Ashton, Simonetta Lux, Franco Beltrametti, Edoardo Sanguineti, Mario Costa, Renato Barilli, Henry Martin, Floriano de Santis, Carla Subrizi.

 

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INCISIONE COLORATA A MANO

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Conti Primo

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
« A Primo Conti mentre con illuminata maestria di amico e novissimo pittore fissa per sempre la fugacissima immagine di uno che si chiamò Pirandello. Viareggio, agosto 1928. »
(dedica di Luigi Pirandello sulla fotografia con il pittore per la prima posa del suo ritratto)

Primo Conti (Firenze, 16 ottobre 1900Fiesole, 12 novembre 1988) è stato un pittore, compositore e scrittore italiano.

Già ad otto anni iniziò ad interessarsi di pittura, ed un suo autoritratto dipinto all’età di 11 anni ebbe un notevole riscontro tra i critici.

Nel 1913 compose l’opera musicale Romanza per violino e pianoforte ed ebbe un primo incontro con i futuristi fiorentini, dal quale scaturì in Conti un interessamento verso lo stile del movimento, che crebbe finché nel 1917, incontrando Giacomo Balla a Roma e Filippo Tommaso Marinetti a Napoli, decise di aderire al Movimento Futurista.

Al Futurismo darà il suo contributo fondamentale con i dipinti e i disegni eseguiti tra il 1917 e il 1919, anno in cui il suo stile si evolse verso una visione metafisica.

Nel 1930 sposò Munda Cripps, dalla quale ebbe due figlie; in questi anni le sue opere trassero ispirazione dalla vita familiare: Bambina e farfalla; Bambina con coniglio di gomma; Ritratto della moglie; Frutta dall’alto; Nudino.

Dal 1935 al 1939 collaborò al Maggio Musicale Fiorentino con scenografie, bozzetti e costumi; nel 1941 divenne titolare della cattedra di pittura dell’Accademia di belle arti di Firenze. Dal 1947 al 1957 fu presidente della Società delle Belle Arti e in tale veste favorì la sua fusione (29 ottobre 1957) con il Circolo degli artisti di Firenze – Casa di Dante, presieduto dall’avvocato Renato Zavataro che ne assunse poi la presidenza dal 1958 al 1960. Tra il 1948 e il 1963 attraversò una profonda vocazione mistica ed entrò a far parte dell’Ordine Francescano. Nel 1983 pubblicò la sua autobiografia dal titolo La gola del merlo.

Piccole opere

matita su carta cm. 10×7,5

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Cavandoli Osvaldo (Cavà)

22 Novembre 2004 – 22:08
Osvaldo Cavandoli e “la Linea”

di Giovanni Scillitani

“…ha dato vita alla più incredibile opera d’arte pop che sia mai apparsa sulla terra: una creatura mobile e chiacchierona, simpatica e comunicativa,

FATTA D’UN SOLO TRATTO.” (Luca Novelli)

Luca Novelli non ha dubbi: in futuro la Linea sarà considerata tra i migliori esempi di arte concettuale, al pari delle opere di Fontana, Pollock e Warhol. Cavandoli ha avuto la mirabile capacità di sintesi di dare vita a un intero universo in punta di matita, definito da un solo tratto di linea bianca nel nero assoluto. Un universo che ha il suo dio creatore, la mano dell’autore che traccia la linea per permettere all’omino di continuare il suo cammino ma che spesso gli gioca brutti tiri inserendo sul suo percorso degli ostacoli. Inevitabilmente, l’omino si arrabbia e si scaglia contro il disegnatore sciorinando invettive, per fortuna incomprensibili! Sarà forse questo rapporto conflittuale tra padre e figlio, piuttosto che la pubblicità indiretta a una nota pentola, che ha indotto i responsabili della TV di stato a bloccare per decenni la Linea?
Osvaldo Cavandoli nacque il 1° Gennaio del 1920 a Maderno sul Garda, ma due anni dopo la famiglia si trasferì a Milano. Osvaldo fu iscritto al ginnasio con scarsi risultati, per cui passò ad una scuola d’avviamento professionale con medesimi esiti e così a 18 anni s’impiegò come disegnatore tecnico all’Alfa Romeo e poi alla Cemsa di Saronno, un’industria bellica. Queste esperienze lo influenzarono tanto che ancora oggi Cavandoli disegna e progetta macchine da presa e attrezzature cinematografiche. Nel frattempo cominciò a pubblicare vignette di satira politica. Nel 1943, durante la guerra, fu deportato in Germania. Rimpatriato, lesse un annuncio dei fratelli Pagot che cercavano disegnatori per un nuovo cartone animato. Si presentò, realizzò qualche schizzo e fu assunto: nacque il così suo amore per il cinema d’animazione. Iniziò a lavorare come intercalatore e partecipò alla realizzazione del cortometraggio “Lalla e il funghetto” e “I Fratelli Dinamite”, il primo lungometraggio animato della storia del cinema italiano. Con la chiusura dello Studio Pagot nel 1950 Cavandoli si mise in proprio e aprì la Pubblifilm, che risultò un fiasco. In uno scantinato allora aprì in società con Moroni uno studio di produzione chiamato Pupilandia, specializzato in pupazzi animati, che produsse una ventina di filmati cinematografici e mise in cantiere anche un lungometraggio su Pinocchio, incompiuto. Nel 1956 la società si sciolse e Cavandoli cominciò a lavorare per vari studi realizzando i “codini” delle pubblicità di Carosello in cui apparivano oggetti animati (coltelli che tagliano salumi, pasta che esce dalla scatola e così via). Nel 1965 ritornò a occuparsi di disegni animati, producendo e sceneggiando per Carosello gli spot della Mucca Carolina insieme a Pier Luigi De Mas e Giuseppe Laganà e quelli di Lancillotto insieme a Marco Biassoni.
“Sgomberai il tavolo e la mente da tutto ciò che mi ricordava il passato e l’esperienza acquisita. Mi stimolò a trovare qualcosa che sconvolgesse le teorie del “classico”…l’impostazione e l’animazione di personaggi elaborati non era il mio forte…io amavo l’azione e il movimento ed il fatto di dovermi soffermare per lungo tempo su un foglio a cincischiare con svolazzi e particolari mi bloccava. Ho cominciato a togliere dai disegni ed è venuta fuori “La linea”. Oltre a quello, graficamente, non si poteva togliere altro. Era un controsenso, in quel periodo in cui i teleschermi ridondavano di bellissime pubblicità colme di ricche scenografie e di personaggi piacevoli e ben disegnati”. Correva l’anno 1969 e Cavandoli provò a proporre “Mr Linea”, come si chiamò all’inizio, a varie grandi agenzie pubblicitarie, ma invano. Infine, avvenne l’incontro con l’ingegner Emilio Lagostina, non a caso collezionista d’arte, che vide in quello scarabocchio delle enormi potenzialità e lo prese come testimonial delle sue pentole a pressione. A completare un’idea già di per sé rivoluzionaria, l’omino fu doppiato splendidamente da Giancarlo Bonomi, che lo dotò di una parlata dall’accento vagamente meneghino, incomprensibile ma efficacissima nel descrivere gli stati d’animo e quindi intesa dal pubblico di tutto il mondo. Infine, un orecchiabile jingle di Franco Godi, un ritmo jazz con vocalizzi che in coda si trasformava nel noto motivetto “La Titina”, parola sostituita per l’occasione da “Lagostina”. Fu un successo incredibile: nel giro di breve tempo la Linea diventò uno dei personaggi più amati di Carosello e Cavandoli, inizialmente unico realizzatore, si fece affiancare da due abili animatori modenesi, Gianfranco e Loretta Marchesi. Nel 1972 la Linea diede vita a una striscia a fumetti e debuttò su Sorry per poi passare al Giornalino, riscuotendo un riconoscimento internazionale, il premio al Festival di Annecy, cui seguì l’anno dopo quello al Festival di Zagabria. Nel frattempo si moltiplicavano le vignette per i giornali, i volumi, i poster, i calendari.
La premiata ditta Cavandoli non si adagiò sugli allori e nel 1972 mise mano a Bill e Bull, il vecchio sceriffo del West e il suo cane testimonial della Argo, ideati nel 1964 da Tino Figoli. Cavandoli rimodernizzò i disegni e i contenuti, sostituendo alle tradizionali avventure un Bill professore che ai suoi alunni raccontava con grande umorismo i personaggi e i luoghi del West. Nello stesso anno Cavandoli lavorò con Nedo Zanotti per gli spot del lievito Bertolini dal titolo “Matrimoni”, in cui oggetti e alimenti disparati volevano sposarsi tra loro. Ancora per Bertolini nel 1973 nacque il personaggio di Felice Siconservi, azzeccaproverbi, che sciorinava proverbi illustrandoli con grande comicità: fu famoso lo slogan “Tutte le ciambelle riescono col buco con il lievito Bertolini”. Infine, nel 1976 Cavandoli diresse per Galbani tre episodi della serie Minù e Pachi, un bambino e il suo elefante che intervenivano in aiuto di persone e animali.
Nel 1977 Carosello chiuse i battenti e molti studi d’animazione ne seguirono la sorte. Non fu il caso di Cavandoli: la Linea era popolarissima, l’autore rimontò gli spot di Carosello ricavandone un centinaio di film brevi da tre minuti che riscossero grande successo in 40 paesi…tranne l’Italia! Incredibilmente, la TV di stato chiuse le porte a una delle sue creature più celebri. Il motivo è già stato accennato: nell’immaginario collettivo il personaggio è immediatamente associato alla pentola, per cui trasmetterlo significherebbe fare pubblicità indiretta…Questa forma assurda di censura non ha mai colpito altri personaggi dei cartoni nati in pubblicità, come Calimero, o comunque ampiamente utilizzati da essa, come gli Antenati o Silvestro e Titì. Non ci risulta che abbia neppure colpito interpreti celebri, come Gino Bramieri o Mike Bongiorno, che lanciarono slogan diventati addirittura modi di dire, “E mo’…Moplen” e “Concludendo…Grappa Bocchino!”, rispettivamente.
Cavandoli ne fu giustamente amareggiato, ma per fortuna continuò a mietere successi all’estero, realizzando 56 episodi per la Tv franco-tedesca e tre approcci ironici al mondo dell’eros, “Eroslinea”, “Sexilinea” e “Pornolinea”. Nel 1992 fu la volta dei “Giochi Olimpici” e nel 1997 il rientro “clandestino” della Linea sulla RAI, travestita da Pinocchio nella sigla dell’omonimo programma di Gad Lerner. Nel 2001 fu la volta di una ventina di episodi da un minuto per l’emittente satellitare Studio Universal. Cavandoli ha avuto una splendida carriera, universalmente è riconosciuto come uno dei più grandi umoristi e animatori del mondo e alla bella età di 84 anni ha ancora voglia di lavorare e divertirsi, anche se vorrebbe ritornare laddove la sua avventura ha avuto inizio, la RAI. Sarebbe veramente ora di togliere questo incredibile veto a una gloria internazionale del nostro paese e non si comprende davvero perché solo la Linea sia stata così duramente perseguitata solo per motivi pubblicitari, a meno che, come abbiamo adombrato all’inizio, in realtà non se ne tema il messaggio eversivo e dissacrante…

La linea di Osvaldo Cavandoli
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Disegno originale
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Galleria > Borgonzoni Aldo

Piccole opere

Aldo Borgonzoni nato nel 1913 a Medicina (Bo), dopo il diploma nel 1936 alla Scuola d’Arte di Bologna, approda a fine decennio a forme di espressionismo consonanti con la Scuola Romana di Corrente, costituendo un’eccezione nell’ambiente emiliano.
Nel 1942 partecipa al Premio Bergamo e conosce Guttuso, Cassinari, Morlotti, Santomaso e Pizzinato, artisti con i quali avrà proficui rapporti nei decenni successivi.
Nel 1944 l’artista partecipa attivamente alla Resistenza e con il ciclo di opere “Strage a Marzabotto” denuncia gli orrori della guerra. Nello stesso periodo, il pittore Guidi e lo scultore Accademico d’Italia Rambelli ritraggono i componenti della sua famiglia. Nel turbinio degli avvenimenti bellici questi amici artisti, dichiaratamente di fede opposta, sono salvati da Borgonzoni, come egli scrive nel 1995 nel saggio “arte e ideologia”.
Nel 1945 a Bologna, con Mandelli, Corsi, Minguzzi e Rossi fonda il Gruppo di Cronache e l’omologa galleria d’arte aperta alle espressioni pittoriche più innovative; nel 1946 durante una propria mostra incontra il poeta francese Eluard che gli acquista un disegno sulla tragedia di Marzabotto.
Nel 1947 soggiorna lungamente a Parigi orientando nei due anni successivi il proprio linguaggio pittorico verso l’esperienza neocubista.
Nel 1948, dipinge nel Salone della Camera del Lavoro di Medicina il grande affresco “storie del lavoro e della guerra”; contemporaneamente a Bologna coordina la Mostra dell’Alleanza della Cultura, rincontrando Guttuso che lo invita a Roma per un’esperienza nel suo studio di Villa Massimo. 

                                    Dall’ Archivio & Centro Studi Aldo Borgonzoni

disegno su carta cm.17,2×11,6

olio su cartone telato cm.15×10

borgonzoni_uomo30x235.jpg
Uomo – serigrafia su carta Fabriano cm. 30×23,5
esemplare 144/150