Mario Corrieri
paesaggi
12/31 ottobre 2002
Catalogo della mostra con testo critico di Duccio Trombadori
Inaugurazione mostra, 12 ottobre 2002

MARIO CORRIERI Paesaggi
Osservate i quadri di Mario Corrieri con diligenza, passando dalla prima piacevole impressione, alla valutazione dei particolari: e soffermatevi, poi, a considerare quei paesaggi di Lombardia che non sono stereotipi o esemplari di un abituale foto verismo.
Vi accorgerete che la scena rappresentata è una singolare “patria dell’anima”, e il racconto di una esperienza, di una difficile intesa tra natura e sentimento oggi, in questa età sopravvissuta alla “scomparsa del Bello”.
Romanticismo in terra lombarda? Qualcosa di più. Mentre sembra davvero che tutto un mondo sia andato perduto e surrogato dal diorama della civiltà industriale, il gusto del paesaggio, cacciato dalla finestra; rientra ancora una volta dalla porta nella cultura figurativa. Idillio o emblema, la “visione da lontano” fissa il flusso del tempo in una illusione di eternità e trasfigura un genere che passa dall’elemento illustrativo a quello, più profondo, della evocazione.
Ricordiamo Carrà, Morandi e con essi i migliori artisti del nostro secolo, che coltivarono analoga ambizione. A modo suo, anche Corrieri concepisce nature silenti, o emblemi del tempo solidificato. Sono pitture di fotogrammi lasciati sedimentare da una pennellata paziente e ostinata che ordisce una rete lenticolare di toni, e pure punta all’effetto luminoso di insieme.
Ne risulta una immagine lievitata, incapace di piccole volgarità naturalistiche e tanto più esaltata dal fatto che ci troviamo dinanzi a plaghe di canali, lembi di periferia campagnola, cigli di campi seminati, zone discoste tra piane verdi e soleggiate di una mattina estiva. Non entra in gioco soltanto la rievocazione nostalgica del “ciclo di Lombardia”. C’è un modo originale di guardare il territorio, di riscoprirlo a partire da elementi marginali che di solito sfuggono allo scorrere degli sguardi veloci e distratti. Col fiato del pennello Corrieri trapunge questo paesaggio più che ordinario, che appare come fissato dall’occhio di una macchina in corsa o di passaggio.
Dal ciglio di una strada carrozzabile può nascere il punto di vista, e si profila l’orizzonte di scenari appaganti che senza suggestioni letterarie fanno riflettere sullo scorrere del tempo e delle “cose”. E l’ordinario, allora, ci sorprende: diventa straordinario.
Per fortuna Corrieri non si aggira tra piante dai nomi “poco usati”, anche lui preferisce le occasioni rivelatrici, o gli “ossi di seppia” dispersi e dimenticati.
Per questo motivo i suoi quadri sono attuali, assai moderni. Essi fanno appello ai sensi visivi e suggeriscono una stasi meravigliosa, cioè controcorrente, rispetto alle abitudini di un modo di vedere. Da quelle tele – non elegiache, non bucoliche – avvertiamo la distanza dall’ambiente di natura che ancora parla in mezzo a noi, ovunque ci sia la pausa nel tempo della osservazione e della considerazione disinteressata. A quale punto sia giunto il disastro o la catastrofe ecologica ce lo può dire l’apparizione casuale di una immagine veridica, per nulla oleografica, di cosa era “la bella Italia”, appena trenta o quaranta anni fa. Basta lo sfoglio di una vecchia pubblicazione, di quelle del Touring Club stampate coi tipi del Bertieri, per vedere cos’erano le nostre regioni fino all’altro ieri. Ma cosa è accaduto mai alla felice Campania, per esempio; o alla Sicilia, o alla dolce Lombardia?
La velocità delle distruzioni relega nella dimensione archeologica tutto un patrimonio visivo ancora legato al nostro comune sentire.
Anche una mattina di sole, così, può entrare a far parte delle foto ingiallite.
Riuscirà mai il viandante moderno, inconsapevole prigioniero della “età delle autostrade”, a misurare il misfatto, la sconvolgente sottrazione di sensi umani operata sulla sua visibilità, adulterata, contraffatta, accelerata e multimediale?
Se c’è una scommessa, nella pittura di Mario Corrieri, essa è in questa consapevole presa di distanza dal tempo moderno alla ricerca di un valore non effimero della immagine dipinta. C’è un pregio morale in questa riscoperta del paesaggio, in mezzo al crescente deserto visivo della “civiltà delle immagini”. Ed è un autentico atto di fede nella possibilità della pittura, che non è lingua morta se riesce, contro la regola del rapido consumo, ad esprimere più acuti e consapevoli commenti sulla vicenda umana contemporanea e sulla sua presenza in terra.
Duccio Trombadori
alcune immagini dell’inaugurazione della mostra
















