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Valeriano Trubbiani

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personale “Disegni Inediti”

seguono le foto dell’inaugurazione

dal 31 marzo al 21 aprile 2007

manifesto

“Signum Crucis” di Valeriano Trubbiani

  Visita di S.E. Mons. Claudio Giuliodori

 Visita di S.E. Mons. Edoardo Menichelli 

“amorosa erranza” tra mistero e bellezza

di Alvaro Valentini 

Per chi va in cerca dell’insolito e dello straordinario il Colle Guasco è ideale per cogliere l’immagine di un’antica città, Ancona, aperta ai viaggi, ai transiti, agli approdi. Sull’acropoli i resti del tempio dedicato alla Venere Euplea, dea della buona navigazione, poco lontano il faro illuminante, l’anfiteatro augusteo ferito e ancor parlante, laggiù tra il traffico il maestoso arco di Traiano, poi l’abbraccio amoroso del porto al mare iridescente. Quassù i colori del cielo e i tepori evanescenti aprono l’orizzonte all’infinito. C’è un altro aspetto che colpisce l’immaginario. Nelle calde giornate d’estate si ammira: “un bellissimo sole rosso tuffarsi nelle acque dell’Adriatico, caso unico perché su tutta la costa adriatica occidentale non è dato di assistere ad un tramonto sul mare, e il sole scende sempre alle nostre spalle. Splendido per se stesso quel tramonto aveva perciò l’attrattiva di un’anomalia, quasi la natura avesse mutato il suo corso”. Se il fenomeno atmosferico descritto da Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia desta stupore, la cattedrale romanica di San Ciriaco suscita una sensazione di austera solennità e di ascetica memoria. All’interno tutto è ordine e misura; nel silenzio ovattato del tempio si avverte un respiro impalpabile che fa vibrare, per dirla con il Leopardi, le “stanze segrete” dell’essere. E se per un istante tendi l’orecchio, par di sentire le pietre millenarie narrare la lunga storia dell’umanità, le sue apprensioni, i crucci, le speranze. Qui, il mistero della fede si svela in un Altrove percepito nella mente e nell’anima. In questa trepida atmosfera il pellegrino smarrito e pensoso è attratto dal nitore e dalla bellezza del luogo.

La sensazione di qualcosa di molto intimo e sublime si fa più pregnante quando allo sguardo si presenta la Croce astile dello scultore Valeriano Trubbiani incastonata come una gemma nell’edicola del Vanvitelli. Fulgida e lucente nel suo plastico splendore, l’opera appare come un’epifania. E’ una visione di forte presa e suggestione che diventa memoria profonda, recupero storico, pensiero rivelatore del più alto evento evangelico: il Figlio di Dio si fa uomo e muore crocifisso per il riscatto dell’umanità. L’opera, rigorosa e icastica negli elementi morfologici, profonda e simbolica nei temi religiosi, racchiude in sé il senso estetico della bellezza pura e un concetto pulsante di spiritualità come un Magnificat. Si coglie anche una sensazione primigenia che riporta alla Genesi e al nishamàth, il soffio che animò l’uomo in un amplesso di felice abbandono. Un alito della vita che non può dirsi concluso e continua ancor oggi ad ispirare l’essere e l’universo.

A richiamare il fascino della creazione e i suoi influssi ritornanti è Giovanni Paolo II nella Lettera agli Artisti (4 aprile 1999): “Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di bellezza può intuire qualcosa del Pathos con cui Dio, all’alba della creazione, guardò l’opera delle sue mani. Una vibrazione di quel sentimento si è infinite volte riflessa negli sguardi con cui voi, come gli artisti di ogni tempo, avvinti dallo stupore per il potere arcano dei suoni e delle parole, dei colori e delle forme, avete ammirato l’opera del vostro estro, avvertendovi quasi l’eco di quel mistero della creazione, a cui Dio, solo creatore di tutte le cose, ha voluto in qualche modo associarvi”.

Dal pensiero-parola di Wojtyla si comprende come la bellezza, nella specifica accezione etimologica e semantica, sia non solo un infinitesimale frammento della Genesi, ma anche proiezione espressiva del bene, evocazione sensibile del mistero, “dimensione del reale… capace di destare sempre stupore e meraviglia”.

     La Croce astile, ideata e realizzata da Trubbiani per il millennio della Cattedrale di San Ciriaco (1999), è tutta in metalli preziosi (argento, oro, cristalli e acciaio). E’ un capolavoro unico nel suo genere, ispirato da una mente immaginifica e visionaria, modellato da mani sensibili e sapienti, esaltato da soluzioni plastiche che superano il dato oggettivo e storico per farsi scenario senza confini e senza tempo dell’evento tragico e salvifico della crocifissione. E’ “una sacra rappresentazione” o “una sacra conversazione”, come la definisce l’autore, che in forma ostensiva e lievemente scenografica coniuga e interpreta la verità assoluta (il Dio Padre inciso con segno forte entro un triangolo, un fiammeggiante Spirito Santo illuminato da un cristallo rosso, Gesù crocifisso) e il simbolo per eccellenza della cristianità (la crux parzialmente commissa sostenuta alle estremità da due puttini alati). Nella parte inferiore figurano i santi protettori dell’arcidiocesi di Ancona (Ciriaco, ripreso da un antico ambone presente nel Duomo) e di Osimo (Leopardo). Ai piedi della croce, sopra una piattaforma circolare, è posto un piccolo nido di uccellini con delle uova in procinto di dischiudersi, come simbolo di speranza e di rinascita.