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Trubbiani Valeriano

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Il segno inquieto di Trubbiani

Alvaro Valentini

Segni e simboli, prima ancora della parola, sono stati all’origine il mezzo comunicativo più immediato ed efficace. Si pensi ai graffiti nelle caverne, ai fuochi, ai tam tam, ai gesti magici, rituali e religiosi che hanno consentito l’incontro e la comunione tra gruppi etnici eterogenei. Ancora oggi il linguaggio è legato al senso dionisiaco dell’essere e del suo ambiente. Ogni segno, ogni immagine si cala dentro il sentimento del tempo ed esprime nella pienezza dei valori estetici l’evoluzione sociale, culturale e storica di ciascun popolo. In questo contesto l’arte è una forma di alchimia, un medium suggestivo che si esprime in forme infinitamente varie, capaci di dialogare con la sensibilità dell’altro. Arte, come espressione della mente e dello spirito, come aspirazione ad una novella genesi. «Il mondo non è stato creato una volta affermava Proust , ma tutte le volte che è intervenuto un artista originale». E Valeriane Trubbiani, nato in grembo alle rovine della romana Helvia Recina, a due passi da Macerata, appartiene alla ristretta schiera di autori che dell’arte fanno una scelta etica di vita, perseguendo ad ogni istante un fervore creativo, visionario e favolistico, che scende in profondità cogliendo gli aspetti inquietanti e misteriosi della realtà naturale ed umana. Egli è dentro a questo mondo di «presunta realtà», come lui la chiama, di finzione scenica e memoria, di racconto mitico e tensione trascendente. Il suo lavoro è come racchiuso in una magica sfera di cristallo, a cui egli affida viaggi fantastici, transiti favolosi, approdi sognati e mai posseduti. In sintesi, un periplo avventuroso e nostalgico, apprensivo e monitorio, attorno alla storia e al presente vissuto, che egli ha iniziato adolescente, sostenuto com’era dall’inesauribile sete di novità e di sperimentazione. Praticava l’officina del padre, fabbro ferraio a Villa Potenza, usando d’incudine e di martello, alimentando il fuoco della fucina, plasmando i primi ferri e le strutture metalliche con l’abilità artigiana di un moderno Vulcano. Da allora, lui, faber nobilis, non ha mutato idee, ne tradito la sua etnìa, e come un antico argonauta ha solcato l’universo dell’arte sfornando via via strumenti agricoli e patriarcali, macchine belliche e aggressive, arnesi di foggia barbarica e di medievale tortura, durlindane, elmi, scafandri, il ciclo delle figure, lo svariato bestiario, i racconti di terra e di mare, e ogni altro tema che la sua fantasia creativa, talvolta cruda e angosciante, tal’altra suggestiva e simbolica, recupera dai meandri della memoria e dai retaggi della cultura classica e umanistica, rapportando tutte le sue opere (sculture, acquerelli, pirografie, disegni) con un linguaggio mito poetico che conserva integro il senso pieno della novità e dell’invenzione. Una visione metaforica, la sua, al centro della quale si sviluppa la vicenda esistenziale; un “modus operandi” calato nella contemporaneità e nel divenire che si manifesta talvolta foriero di funesti presagi e incombenti calamità, come nel caso di Turrita urbis pugnandi, 1981-84, dove «la città turrita è aggredita da aerei e attraversata da scie saettanti e guizzanti (…). Un aereo penetra gli edifici. Altri scompaiono infilando le pareti». Così descrive la sua installazione Trubbiani in una lettera ad Enrico Crispolti, suo illuminato mentore fin da inizio anni ’60, sottolineando un insolito, singolare, affascinante spettacolo, se non fosse stato in realtà «un atroce episodio di guerra» osservato da ragazzo dalla cima di una collinetta. Oggi quella visione ci appare come sorta di evento annunciato, un tragico «war game» che vent’anni dopo, l’11 settembre, si realizzerà davvero con l’attentato degli aerei kamikaze alle Twin Tower, a Manhattan. Un vaticinio calato nell’inconscio che viene a confermare come l’artista possegga il tempo della storia, i suoi fermenti, i suoi sviluppi, e viva nella dimensione di una creatività che continua a stupire non tanto per alcune “divinazioni” più o meno inquietanti insite nelle opere stesse (vedi, Urbis fragilis 1i, acquarello, 1994, dove la città in fiamme fa pensare ad una New York vulnerabile, ad una civiltà ormai sgretolata, dissella, come un tempo fu per Roma e il suo impero), ma soprattutto per la nobiltà del gesto, la qualità della ricerca, la profondità del logos che riesce a cogliere le ombre lunghe della mente e dell’inconscio ed a proiettarle in uno scenario di forte impatto allegorico e visionario. Novello «deus ex machina» egli scruta, inventa, elabora; studia, riflette, progetta, realizzando ogni sua opera con viva spontaneità e rinnovata valenza espressiva di libera misura inferiore dopo un lungo periodo di gestazione mentale e psicologica. Se un pensiero corre la matita l’asseconda, se un’emozione affiora un colore l’incastona. Segno dopo segno, linea dopo linea, la superficie del foglio prende forma e consistenza con la stessa fluidità delle onde del mare che in un moto “ricircolante” si formano, si rincorrono, si rinnovano e si frangono contro la battigia, dipanando una storia infinita, la storia del mondo e dell’umanità. L’indagine di Trubbiani è incisiva, mirata, totalizzante. La storia, i miti, la natura, gli animali, la vita vissuta e quella futura costituiscono il suo quotidiano nutrimento mentale e poetico. Ed ancor oggi, dopo oltre 45 anni di coerente, limpido e fecondo operare, egli continua ad indagare l’uomo e il suo ambiente con lo stesso desiderio di conoscenza di quando ragazzine rovistava nella zona archeologica di Helvia Recina, recuperando reperti preziosi e monete d’epoca repubblicana. E lungo le rive del fiume, il Potenza, mentre i suoi coetanei coltivavano i primi innamoramenti, egli vestiva i panni degli antichi guerrieri, fantasticava gloriose imprese, rivisitava civiltà, miti e leggendoci cui il Piceno è depositario (la Sibilla, ad esempio, con il suo antro lassù, tra i “monti azzurri”), inseguendo quelle cose che, per dirla con Sallustio, «non avvennero mai, ma sono sempre».