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Salvadori Aldo

Salvadori Aldo

TAVOLOZZA FIGURATIVA

Rosai mi disse: “Mussolini è un giornalistaccio”

Toscano, innamorato di Cézanne e di Manet, Aldo Salvadori racconta in queste pagine la vita nella Firenze  artistica e agitata degli anni Venti

TESTO DI PAOLO LEVI

Si muove con eleganza aristocratica nel suo palazzo di Bergamo Alta. Aldo Salvadori è garbato maestro toscano dai capelli bianchi, l’occhio attento, lo sguardo azzurro, malin­conico, che spesso si apre al sorriso. Pittore figurativo, dalla sua tavoloz­za personalissima si capta un’atmo­sfera sospesa, metafisica, pari a quella delle opere di Giorgio Mo­randi.

Egli vive da molti anni in Lombardia, ma della sua Firenze ha conservato l’accento e dei fiorentini !’ironia.

A presentarmi a lui è stato il col­lezionista Gino Pisapia che di Salvadori è stato diligente allievo. Ora i due sono fraterni e assidui amici, che amano scambiarsi opinioni sui fatti del mondo e dell’arte.

Ad ascoltarlo e a vederlo muover­si tra i suoi dipinti, non pare che Aldo Salvadori abbia superato gli ottant’anni.

Appena gli si presenta, infatti, l’occasione, lascia l’antico palazzo, che domina un paesaggio collinare verde ed intatto, per andarsi a godere mostre e musei in Italia e all’ estero.

Egli parla con distacco dei Mac­chiaioli, ma se lo si impegna su Manet, Renoir oppure sul” suo” Cézanne il viso gli si fa luminoso e la voce prende un timbro pieno di ca­lore. Uno dei suoi leit-motiv, infat­ti, è di essere nato quando moriva il maestro di Aix-en-Provence. E Sal­vadori non nasce proprio nel 1906, ma nel dicembre del 1905. Si tratta comunque di una coincidenza im­portante grazie alla quale egli, dice, avverte affinità di spirito e di pen­siero con Cézanne.

Aldo Salvadori solo in apparenza ha una personalità semplice e tran­quilla: il suo fondo d’animo, invece, è inquieto. Preparato su ogni argo­mento artistico e letterario, sin dagli anni di apprendistato, si è ar­ricchito di importanti incontri che lo hanno plasmato. Ottimo conversato­re, quando descrive, ad esempio, le ore trascorse con Ottone Rosai o Ar­turo Martini, dà un taglio avvincente su questi grandi del ‘900.

“Nella mia vita ho avuto incontri molto belli, anche se prematuri ri­spetto alla mia immaturità, ma sono stato molto fortunato. La mia prima conoscenza diretta con un pittore è stata con Rosai. Quando mi capita­va d’incrociarlo per strada, io mi levavo il cappello. La prima volta rimase stupito e non disse nulla, la seconda volta mi affrontò: ‘Oh te, perché mi saluti?’. Gli risposi:

Per­ché è un grande pittore!’. Incalzò lui: ‘O chi te l’ha detto?’. Rimbeccai senza esitazione: ‘Lo so io!”‘.

È accaduto così che all’ età di 18 anni il giovane Salvadori abbia co­minciato a frequentare l’atelier del Maestro in via Toscanella.

Si era negli anni Venti ed è stato questo uno dei periodi artistica­mente più creativi per Rosai. La casa di via Toscanella era suggesti­va e grazie alla testimonianza dello scrittore Romano Bilenchi veniamo a sapere che per le scale di quella casa c’erano un carretto, una grande tuba di legno e un guantone di lat­ta, insegne di un negozio di cappel­li e di un negozio di guanti, e un casellario con cinque numeri di quelli che i botteghini del lotto esponevano il sabato sera.

In via Toscanella il giovane Salva­dori impara così l’arte della tavoloz­za. La sera lo studio si riempie di giovani allievi e si parla di pittura e di politica. Una sera, ricorda Salva­dori, Rosai si lasciò andare: “Voi altri, disse, non lasciatevi fottere da quel giornalistaccio che è Mussoli­ni. Questo era il suo giudizio sul capo del fascismo. Ma dopo due mesi lessi che Rosai era stato rice­vuto a Palazzo Venezia per offrire una sua tela al duce”.

Per Aldo Salvadori vale la frase, forse sin troppo usata, che pittori si nasce. Ha non più di 14 anni, infat­ti, quando annuncia ai genitori che lui “da grande farà il pittore”.

Il padre tenta di scoraggiarlo fa­cendogli presente la preoccupazio­ne, reale almeno per quegli anni, che i pittori fanno la fame.

I genitori gestivano tra gli anni ’20 e ’30 una trattoria che si chiama “La Fiorentina”, a pochi passi da Palazzo Strozzi, dove, cinquant’an­ni dopo, Salvadori avrebbe tenuto un’importante antologica curata da Carlo L. Ragghianti.

“Mio padre”, racconta Aldo Sal­vadori, “era figlio di un ricco signore di campagna, il quale si an­noiava come tutti quelli che non lavorano. Egli si giocò, poco per volta, la fortuna alcasinò, persino il cocchiere con i quattro cavalli. Poi piantò in asso la moglie e i nove figli e andò con Garibaldi”.

Quando frequenta l’Istituto d’ar­te di Firenze, trascorre gran parte dei pomeriggi a studiare le opere dei maestri nelle gallerie fiorentine e si applica a copiare dal vero la “Resurrezione” di Piero della Fran­cesca a San Sepolcro. “Era una voca­zione irresistibile. Non sapevo fare altro. I miei genitori si erano tran­quillizzati, soprattutto quando pro­misi loro che mi sarei dato all’insegnamento.

Mi aiutarono sempre molto, anche perché capiro­no che ero un caso disperato”.

In quegli anni di apprendistato frequenta, più che lo storico caffè delle Giubbe Rosse, il bar-pasticce­ria Casoni di via Tornabuoni.

Qui si ritrovavano un po’ tutti gli allievi e gli insegnanti dell’Istituto d’arte. Spiccava allora come perso­nalità Libero Andreotti, docente di scultura: “Era”, ricorda Salvadori, “un toscano che aveva vissuto a Pa­rigi e lo spirito francese mischiato alla lingua fiorentina avevano fatto di lui un cocktail esplosivo”.

Parigi, in quegli anni tra le due guerre, era un richiamo per tutti i giovani artisti. Così, anche il giova­ne Salvadori un giorno raggiunge la capitale francese. Era il 1926: “Ho passato il Louvre al setaccio”, rac­conta. S’interessa agli impressioni­sti, attraverso i quali supererà in seguito !’incisiva linearità dei mae­stri toscani, per una più aperta concezione della luce e dello spazio. Tornato in Italia, partecipa nel 1926 alla Seconda esposizione interna­zionale dell’incisione moderna a Firenze. Insegna poi a Padova per due anni.

Poi, nel ’29 è chiamato alla catte­dra di composizione all’Istituto su­periore delle arti decorative della Villa Reale di Monza. È stata questa una scuola ricca di fermenti innova­tivi, grazie alla presenza di maestri assai stimolanti come Arturo Marti­ni, Pio Semeghini. Aldo Salvadori ha 25 anni quando nel 1930 è invita­to ad esporre alla Biennale di Vene­zia un gruppo di disegni. Egli ha partecipato a quasi tutte le edizioni della Biennale, sino al 1956. Gli anni fra le due guerre sono densi di sod­disfazioni anche perché il suo colle­zionismo si apre all’estero. Espone, infatti, a Parigi, Londra, Bruxelles ed ha pure gratificazioni non indif­ferenti in Italia. Nel ’39 il comune di Milano gli affida l’esecuzione del mosaico per il Tempio della Vitto­ria, e due anni dopo espone una serie di disegni alla Pinacoteca di Brera.

È stato Carlo Carrà, per primo, a scrivere sul giovane Salvadori, poi hanno fatto seguito, tra gli altri, Re­nato Birolli, Raffaele De Grada e Nino Bertocchi: “Il quale, quando citava il mio nome nei suoi articoli sulle Biennali, lo scriveva in gras­setto…”. Salvadori era giudicato da Carlo L. Ragghianti di proverbiale riservatezza, “di un silenzio”, ha scritto, “pari soltanto al suo gusto aristocratico e alla sua cultura de­cantata”. Per lui dipingere è medi­tazione. Si tratta, come ha scritto Raffaele Monti, di una narrazione pittorica, “un hortus conc1usus in cui lo splendente seme bonnardia­no sembra asciugarsi e farsi sensi­bilissima struttura in una messa in pagina in cui si alternano i rimandi bracquiani, modiglianeschi, derai­niani; radici lessi cali che, entrando in un particolarissimo circuito si­gnificante, divengono esse stesse materie figurali e si identificano con la particolare posa del modello, la particolare forma dell’oggetto e della natura morta”. Quando gli si chiede notizie sulla nascita di un suo quadro Salvadori risponde: “lo non inizio nulla se non ho prima l’idea. L’idea nasce dall’osservazione creatrice. C’è un momento, un perio­do proprio d’incanto, come la prima­vera nell’amore. È questa la stagione più bella, quando ancora non si pos­siede la propria donna, la si desidera e quasi la si idealizza al punto che persino toccarla sembra una profana­zione.

Così anche nell’arte è bene approfondire la preparazione…”, ha cominciato ad esporre alla Biennale di Vene­zia un gruppo di disegni. Egli ha partecipato a quasi tutte le edizioni della Biennale, sino al 1956. Gli anni fra le due guerre sono densi di sod­disfazioni anche perché il suo colle­zionismo si apre all’estero. Espone, infatti, a Parigi, Londra, Bruxelles ed ha pure gratificazioni non indif­ferenti in Italia. Nel ’39 il comune di Milano gli affida l’esecuzione del mosaico per il Tempio della Vitto­ria, e due anni dopo espone una serie di disegni alla Pinacoteca di Brera.

È stato Carlo Carrà, per primo, a scrivere sul giovane Salvadori, poi hanno fatto seguito, tra gli altri, Re­nato Birolli, Raffaele De Grada e Nino Bertocchi: “Il quale, quando citava il mio nome nei suoi articoli sulle Biennali, lo scriveva in gras­setto…”. Salvadori era giudicato da Carlo L. Ragghianti di proverbiale riservatezza, “di un silenzio”, ha scritto, “pari soltanto al suo gusto aristocratico e alla sua cultura de­cantata”. Per lui dipingere è medi­tazione. Si tratta, come ha scritto Raffaele Monti, di una narrazione pittorica, “un hortus conc1usus in cui lo splendente seme bonnardia­no sembra asciugarsi e farsi sensi­bilissima struttura in una messa in pagina in cui si alternano i rimandi bracquiani, modiglianeschi, derai­niani; radici lessi cali che, entrando in un particolarissimo circuito si­gnificante, divengono esse stesse materie figurali e si identificano con la particolare posa del modello, la particolare forma dell’oggetto e della natura morta”. Quando gli si chiede notizie sulla nascita di un suo quadro Salvadori risponde: “lo non inizio nulla se non ho prima l’idea. L’idea nasce dall’osservazione creatrice. C’è un momento, un perio­do proprio d’incanto, come la prima­vera nell’amore. È questa la stagione più bella, quando ancora non si pos­siede la propria donna, la si desidera e quasi la si idealizza al punto che persino toccarla sembra una profana­zione. Così anche nell’arte è bene approfondire la preparazione…”.

Paolo Levi