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CIAPONI STEFANO – Biografia

Opere

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Stefano Ciaponi, pittore ed incisore, è nato sulle colline livornesi nel 1957.

Dalla piccola casa dove trascorse la sua prima infanzia poteva vedere la valle chiamata Monfranca, valle che si affaccia sul mare, dove l’isola di Gorgona è quasi sempre visibile, con quella sua inconfondibile sagoma di vecchia balena addormentata. "Con un paesaggio di tale bellezza", dice l’artista, "non potevo che diventare pittore". Ed Infatti, le sue doti artistiche si rivelarono molto presto e la sua passione per il disegno e la pittura lo spinsero a studiare prima all’istituto d’arte di Lucca e poi all’accademia di belle arti di Firenze, sotto la guida di Ferdinando Farulli per la pittura e di Domenico Viggiano per l’incisione. Furono anni di grandi entusiasmi, di speranze, di incontri, come quello con il segno agile ed inquieto di Giacometti, con le ombre cupe di Rembrandt e con la pittura monumentale e di forte impegno sociale di Siqueiros.
Sono con queste emozioni e questi punti di riferimento che Ciaponi inizia il suo percorso artistico. Il suo primo dipinto, conservato ancora gelosamente dall’artista, risale al 1975; dipinto di cui s’era interessato con sincera stima anche il maestro Farulli, che per dimostrazione lo appese sulla parete dietro la sua cattedra, lasciando il giovane Ciaponi incredulo e pieno di stupore. Attualmente Ciaponi insegna tecniche dell’incisione all’accademia di belle arti di Carrara, dopo aver insegnato in altre prestigiose sedi come Bari, Roma, Milano e Sassari.
Ciaponi è un uomo schivo e grande sognatore. Continua a fare pittura dipinta, a lottare per difendere le sue idee rifiutando condizionamenti di mercato: è ben lontano dall’ arte che nasce esclusivamente per meravigliare, che si veste di parole per nascondere la propria ipocrisia. L’artista livornese realizza con grande padronanza e con una poetica tutta nuova oggi in Italia, una pittura fatta di materia, a volte sabbiosa che viene segnata e graffiata prima di essere dipinta sopra, fino ad assumere l’aspetto dell’intonaco per l’affresco, caratteristica che i dipinti mantengono sino alla fine. Le stanze che il maestro dipinge diventano luoghi delle annunciazioni e delle apparizioni.
I suoi bambini, i suoi animaletti, i suoi oggetti, entrano nello spazio in modo quasi magico: vengono alla luce da profondità molto buie, con guizzi di colore luminescenti e manifestano una gracilità tale che sembrano come sul punto di sparire, così come sono apparsi.
Questi fanciulli, assieme ad un gran desiderio d’amore, denunciano la loro solitudine, prendono coscienza di un tempo trascorso e mai vissuto, intuiscono che oltre quel varco fatto di luce si nasconde l’ignoto. I dipinti di oggi sono meno angoscianti dei primi, ma nascono come allora da una ricerca ed una esigenza interiore, come immediata comunicazione.
Sono più spirituali, anche se permangono questi interni desolati velati da una certa inquietudine. È un’indagine, quella di Ciaponi, per giungere alla scoperta della fragilità degli uomini e delle cose, è un viaggio pittorico fatto di sogni, con richiami romantici, fiabeschi e surreali, dove squarci di luce solare o luce della memoria si fondono per restituire un tocco di poesia alle cose semplici che il nostro quotidiano, vissuto con troppa superficialità, non riesce più a cogliere.

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BENGHI CLAUDIO – Biografia

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È nato a Castelmaggiore nel 1947, città dove vive e lavo­ra.

Ha compiuto gli studi tecnici conseguendo   il diploma. Artisticamente autodidatta, ha sempre coltivato la pas­sione per la pittura in alternativa al lavoro; fino ad arrivare a fare dell’espressione artistica la sua prima ragione di vita. Nel 1985 è tra i fondatori del gruppo artistico "La Matita", assieme al quale, sensibile ai valori etici e spiri­tuali della comunità, opera sul proprio territorio. Per anni  ha dipinto quasi esclusivamente all’acquerello, più tardi, nell’ambito del suo iter evolutivo, si è sintonizzato su un fare espressivo sognante e poetico, in cui è riuscito a dar vita alle proprie necessità creative mediante oli su tavole e su tele.
Quelle di Benghi, sono composizioni delicate, immagini nate dal sogno, che comunicano il senso di una pacata magia dell’autore.
Personaggi fragili, leggeri, ironici; tra giocattoli, lune, navi, pesci volanti ecc., sono impaginati dentro una favola cromatica, rivelando la spon­tanea e illogica sensibilità dell’autore. Favole candide da interpretare come metafore del presente. Una pittura, questa, che trascura volutamente i canoni classici, che s’impone per l’originalità, per la novità dei legami che idealmente trattengono e uniscono questi "con­tenuti della memoria".
Seguiamo da anni il lavoro di Benghi, da autodidatta di razza lo ritroviamo puntualmente cresciuto in ogni senso.   In questo caos estetico, libero da condizionamenti, da scuole e tradizioni, è riuscito, operando con grande impegno e serietà, a costruirsi una tecnica raffi­nata e personale, per consegnarci una pittura fatta anche di "bella materia", tonale, preziosa, coinvolgente, ricca di suggestioni; al limite della più alta poesia. 
E siamo certi, non mancherà in futuro di stupirci ancora favorevolmente. Gli sono state realizzate numerose mostre personali, ha partecipato alle più importanti rassegne d’Arte nazionali ed internazionali. Sue opere figurano in innumerevoli collezioni sia pubbliche che private, italiane ed estere.

Hanno scritto del suo lavoro 
 

Ottorino Bacilieri, Maria Augusta Battello, Luciano Bertacchini, Antonio Caggiano, Philippe Gonin,

Beatrice Monaldi, Valerio Montanari, Umberto Pasini, Mario Roffi, Aleardo Rubini ed altri