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Stradone Giovanni

Giovanni Stradone nasce a  Nola, città di provenienza dei genitori, il 10 novembre 1911, da Luigi Stradone (1883-1960) e da Carmela Auletta (1883-1971), secondo figlio di tre fratelli: Anna, la primogenita nata nel 1905, Giuseppe, l’ultimo nato nel 1914. Fin dalla infanzia vive ed opera  a Roma  dimostrando sin da piccolo una grande versatilità e passione per il disegno (a solo quattro anni si divertiva ad usare matite e pennelli, utilizzando l’olio per cucinare per diluire i colori) e più avanti per la pittura, frequentando da adolescente fino al 1927 la casa e lo studio del pittore Ferruccio Ferrazzi  dove il padre lo aveva condotto notando l’attitudine del giovane per le attività artistiche.

In questo periodo si reca spesso al Museo Borghese poco distante dalla sua abitazione di via Salaria dove si rifugia marinando la scuola, attirato dalle grandiose opere in esso raccolte, alcune delle quali copia con sorprendente abilità. Fra queste la deposizione di Raffaello, il cui restauro, più avanti negli anni, susciterà il suo sdegno ritenendolo non solo mal eseguito ma addirittura dannoso per la figura della Vergine. Contemporaneamente frequenta il liceo classico al Mamiani e dopo la maturità, per le insistenze del padre, s’iscrive alla facoltà di Giurisprudenza che mai frequenterà. Negli anni giovanili il nostro sviluppa anche un’altra passione: l’interesse per gli insetti che studia con molta attenzione e alcuni dei quali alleva in casa in grandi barattoli. Passione nata probabilmente da bambino quando trascorreva i mesi estivi nella campagna di Pico (Frosinone) luogo di origine della famiglia del padre.

Il  primo quadro risale al 1929 e s’intitola “Gli amici di Marcello”, seguito nel 1930 da “Marcello in paglietta” e “il Giardino di Marcello”. Quadri che vedono come protagonista un caro amico di giovinezza: Marcello Venturoli, divenuto da adulto critico d’arte con il quale per tutta la vita intratterrà rapporti altalenanti  fra l’affetto e il grande risentimento, accusandolo a torto o a ragione di averlo tradito non apprezzando più la sua arte come un tempo. Negli anni ‘30 il suo gusto pittorico si orienta verso la così detta “Scuola romana” ma il suo linguaggio espressionista sulle orme di Scipione e Mafai più avanti negli anni ’40, a detta di Venturoli, Virgilio Guzzi, Ercole Maselli e Antonello Trombadori, acquisterà caratteristiche nuove ed originali nel trattamento della materia cromatica.

Nel 1935 partecipa  alla mostra dei Prelittoriali della cultura dove viene premiato da C.E. Oppo per il quadro “Il malato” eseguito nel 1933. Ma la personalità artistica di Stradone acquisterà rilevanza a partire dagli anni ‘40 con le mostre tenute alla Galleria Tevere in questa data e alla Galleria di Roma nel 1942. La consacrazione avviene con il Premio Bergamo nel 1942 con il quadro “La notte” ottenendo il 3° premio dopo Guttuso e Mezio, e davanti a Birolli. Nel 1945 alla Galleria dello Zodiaco  espone insieme ai pittori Sadun e Scialoja e nel 1947 sempre con questi artisti ai quali si aggiunge Arnoldo Ciarrocchi partecipa alla mostra alla Galleria del Secolo intitolata “I quattro artisti fuori strada” prendendo spunto dal titolo di un saggio di Cesare Brandi. Il quale nella Presentazione alla Mostra antologica dello Stradone alla Galleria “L’Attico-Esse arte” nel 1982, ci dice: “Li chiamai pittori fuori strada perché non si erano adeguati al nascente astrattismo,… i quattro avevano una personalità diversa, se mai alla base c’era il riferimento a Morandi e all’espressionismo. Soprattutto in Stradone che dei quattro, non c’è dubbio, era il più grosso.”

Tra le opere esposte nel 1947 figuravano “Il Colosseo”, “Il notturno sulla Salaria” del 1945, “La Resurrezione di Lazzaro”, “il Ritratto della madre” del 1945, tutte opere da considerarsi tra i capolavori dell’artista. Dell’importante contributo dato dallo Stradone alla cultura figurativa italiana di quegli anni prese atto prima il R. Longhi e poi lo stesso Lionello Venturi che, benché accanito sostenitore dell’astrattismo e dell’informale, ha sempre riconosciuto in Stradone il più tipico e coerente espressionista italiano.

Negli anni 1948-1949, quindi per un brevissimo tempo, il nostro mette da parte le forme tipiche del suo linguaggio per cimentarsi in composizioni più vicine alla corrente neo-cubista. Di questo periodo sono alcuni quadri che rappresentano ciclisti e in particolare Fausto Coppi di cui Stradone era un grande ammiratore. Infatti il ciclismo era un’altra delle sue numerosissime passioni che egli stesso praticava, fino agli anni sessanta si muoveva per Roma e dintorni esclusivamente in bicicletta, solo in età matura, su sollecitazione del fratello, si convinse ad accettare da lui un’auto di seconda mano che veniva all’occorrenza guidata da un’autista, non avendo mai preso la patente. È proprio un quadro, in cui viene rappresentato, Coppi che gli farà ottenere nel 1948 a Londra il “Premio Olimpic Games”, istituito in occasione delle Olimpiadi londinesi, procurandogli fama anche all’estero come attestano i giornali del tempo.

Nel 1950 Stradone invia alla Biennale di Venezia un quadro di grande dimensioni intitolato “L’apoteosi di Bartali” esposto  per la prima volta alla Galleria Gioisi di Roma nel 1948. L’opera suscitò grande scalpore per il contenuto raffigurato perché considerato irriguardoso anche se la Biennale nella richiesta del suo immediato ritiro dalla mostra la motivò scrivendo che bisognava inviare opere mai esposte in precedenza. L’opera rappresentava l’incontro, effettivamente avvenuto fra Papa Pio XII e i ciclisti Fausto Coppi e Gino Bartali, all’epoca celeberrimi, alla presenza di numerosi personaggi rappresentati in chiave caricaturale fra i quali molti ravvisarono Enaudi, Andreotti, Saragat, il cardinale americano Schuster. Qui è necessario aprire una parentesi per dire che il nostro per suo divertimento o anche per polemica nei confronti di coloro che considerava suoi antagonisti o detrattori usava l’arma della caricatura in quanto era eccezionale nel riprodurre la fisionomia dei vari personaggi ingigantendone i difetti o alcune particolari caratteristiche. Famose quelle del prof. Giulio Argan titolare della cattedra di Storia dell’Arte Moderna dell’Università la Sapienza di Roma e della Direttrice del Museo dell’Arte moderna di Roma, Palma Bucarelli e di moltissimi altri esponenti dell’arte, della cultura e dello spettacolo del suo tempo che gli eredi conservano gelosamente.

Nel 1950 contemporaneamente all’abbandono dell’esperienza geometrica, viene pubblicata la sua prima Monografia da De Luca con la prefazione di Giuseppe Dessì e Claudio Claudi. Da questo momento in poi numerosissime si succedono le mostre a cui Stradone partecipa con notevoli opere che sarebbe lungo enumerare tutte in questa sede per cui ci si soffermerà solo su quelle più interessanti. Nel 1954 ad esempio presenta alla Biennale di Venezia numerose opere quali “l’Idillio” del 1950, “Colosseo e ciclista” del ’51, “Mattino sull’Appia” del ’53, “Foro romano e Chiesa di SS Luca e Martina” 1954.

Nel 1955 un saggio di Nello Ponente su “Letteratura” definisce Stradone un pittore “difficile e spesso polemico”, come si evince anche dai due libelli scritti dall’artista nel 1957: “Precisazioni a Guido Ballio” e “Risposta al pittore Afro Basaldella” nelle quali difende la propria posizione all’interno delle vicende romane degli anni Quaranta. Il “Premio Latina” nel 1960 e quello alla “IV Biennale dell’incisione italiana contemporanea” a Venezia nel  ‘61 e la sua presenza alla retrospettiva dedicata alla ”Scuola romana dal 1930 al 1945”, e l’VIII Quadriennale oltre alla sua partecipazione alla “Mostra del Rinnovamento dell’arte in Italia dal 1939 al 1943” attestano il rinnovato interesse per la pittura di Stradone. Nel 1964 viene edita da De Luca una nuova Monografia con la bella presentazione di Giorgio De Chirico che assai raramente si era prestato in precedenza a esprimere un suo giudizio sull’opera di un artista. Nel 1967 partecipa alla mostra curata da Ragghianti a Firenze dal titolo: “Arte moderna in Italia dal 1915 al 1935” e nel 1968 è presente alla  mostra “Mafai, Scipione, Stradone” alla Galleria Senior Di Roma. Sempre in questa Galleria nel 1973 si tiene una mostra molto importante per l’artista perche ripercorre tutte le tappe dell’attività di Stradone, presentando ben quaranta opere da “Laguna di Venezia” del 1943 ad inediti del 1971.

Nel 1978 dopo un periodo di silenzio, è presente in due personali allestite contemporaneamente alle Gallerie La Barcaccia e Russo di Roma; nella prima vengono esposte 37 opere che coprono un arco di tempo che vanno dal ’48 al ’73, nella seconda sei grandi tele inedite presentano l’opera più recente. Nel ’79 viene pubblicata un “Antologia critica” di Giovanni Stradone edita da Carte Segrete e nel 1981 l’artista espone alla Galleria Russo 19 monotipi del ciclo dei “Pagliacci”.

Nel 1981 improvvisamente muore.

L’anno successivo Bruno Sargentini dedica a Stradone una grande retrospettiva di dipinti e disegni datati dal 1938 al 1963. Nello stesso periodo viene edito da ESA il volume di Francesco De Giacomo “Vita con un maestro” affettuosa ricostruzione della amicizia che ha legato il giornalista a Stradone per lunghi anni. Segue nel 1988 una personale dell’artista alla Galleria Russo di Roma dove vengono esposte 60 opere dal 1930 al 1980.

Nel 1991 l’associazione Piazza Maggiore di Todi presenta una Mostra Antologica curata da Walter Guadagnini con il testo di Piero Dorazio, in questa occasione vengono presentate le opere più significative datate dal 1929 al 1977.

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Villoresi Franco

VILLORESI FRANCO

Città di Castello
Villoresi fu, tutto sommato, anche se gli vennero, quasi a suo dispetto, notorietà e riconoscimenti, un solitario. Abbandonò la giurisprudenza per la pittura. Nel ’45, dopo il turbine della guerra, sentì il fascino del tonalismo neoimpressionistico di Mafai, nel cui studio fu ospitato per un po’ di tempo. Prima personale di rilievo da Chiurazzi, in via del Babuino. Ma aveva anche conosciuto l’umido grigiore di un sottoscala in via del Governo Vecchio, dove aveva buttato alle ortiche l’agiatezza della casa paterna. Si trasferì poi in una soffitta del quartiere Prati, trovando infine a Rigutino, vicino ad Arezzo, la patria del suo spirito. I ritratti (quello di Sandro Penna o di Corrado Alvaro), le maschere, gli omoni del suburbio nebbioso, i “sassi” sono cose assolutamente villoresiane, per le quali è del tutto acritico parlare di atteggiamento crepuscolare o di neotradizionismo toscano. Interessante il Diario di un pittore pubblicato da carte Segrete.

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Tamburi Orfeo

Orfeo Tamburi (Jesi, 28 maggio 1910 – Parigi, 15 giugno 1994) è stato un pittore italiano.

Biografia

Dopo essersi diplomato nel 1926 all’Istituto tecnico, con una borsa di studio si iscrive nel 1927 ad un Liceo Artistico di Roma; in seguito compie gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 1936 si reca per la prima volta a Parigi dove entra in contatto con alcuni dei pittori più importanti dell’epoca e scopre la pittura di Paul Cézanne. Tornato in Italia collabora con dei teatri romani e gli viene commissionata la decorazione dell’atrio del teatro EUR; partecipa alla Quadriennale di Roma e l’anno successivo alla Biennale di Venezia dove ha l’opportunità di conoscere lo scrittore Curzio Malaparte. Negli anni successivi continua a partecipare sia alla Quadriennale di Roma che alla Biennale di Venezia allestendo nel contempo mostre personali nelle più importanti città d’Italia.

Alla fine della seconda guerra mondiale torna a Parigi e da qui estende la sua attività partecipando a mostre personali in Belgio, Francia, Svizzera e Paesi Bassi.

Nel 1949-1950, Tamburi aderì al progetto della importante collezione Verzocchi, sul tema del lavoro, inviando, oltre ad un autoritratto, l’opera La fornace. La collezione Verzocchi è attualmente conservata presso la Pinacoteca Civica di Forlì.

Nel 1952 ebbe anche una breve ed isolata esperienza da attore cinematografico interpretando, per la regia di Roberto Rossellini, l’episodio “Invidia” del film “I sette peccati capitali”.

Rientrato in Italia continua ad esporre nelle più importanti città della penisola e fra il 1955 e il 1956 viaggia negli Stati Uniti dove espone a Los Angeles, San Francisco e New York presso importanti musei. Lavora come inviato della rivista americana “Fortune” con il compito di ritrarre importanti città americane.

Tornato in Europa continua a viaggiare visitando per la prima volta Londra nel 1960 per poi visitare la Grecia e l’Austria. In questo periodo allestisce un numero sempre maggiore di mostre in tutte le più importanti città italiane.

Nel 1963-64 espone alla mostra Peintures italiennes d’aujourd’hui, organizzata in Medio Oriente e in Nordafrica. Nel ’64 dona numerose opere alla pinacoteca civica di Jesi e nel ’69 fonda il premio “Rosa Papa Tamburi”.

Nel 1975 pubblica il “Quaderno del Pittore”.

Con l’avanzare degli anni dirada i suoi viaggi ma continua ad esporre le sue opere nelle più importanti gallerie d’Italia a Milano, Roma, Firenze e Venezia.

Nel 1994 muore a Parigi, dove si era trasferito negli ultimi anni della sua vita.

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Fabbri Agenore

AGENORE FABBRI (Barba, Pistoia 20/5/1911 – Savona 7/11/1998)

Agenore Fabbri, pittore e scultore toscano, si forma frequentando l’Accademia di Firenze e il celebre caffè “Giubbe Rosse”, luogo di ritrovo di giovani intellettuali tra i quali figurano anche Eugenio Montale e Carlo Bo e il pittore Ottone Rosai.

Nutrito e stimolato dai fermenti assimilati in quell’ambiente, Fabbri si trasferisce ad Albisola a ventiquattr’anni, nel 1935. I suoi esordi sono accompagnati dall’avallo non solo di un critico consacrato come Leonardo Borgese, ma d’un poeta sensibile – giudice discreto quanto perspicace – come Angelo Barile, pronto a cogliere, nell’ingegno dello scultore, una propensione naturale “a intendere l’umano, a sentire il richiamo d’un volto, a scoprire la ragione d’una carne, la tristezza o la volontà d’una ruga, il mistero d’una fisionomia: a esplorare attraverso il reale il difficile regno dell’anima” poi maturata in essenziale tensione drammatica, in una consapevolezza della ferita che l’esistenza incide nell’uomo che lo farà descrivere da un altro poeta, Rafael Alberti, in veste di “scultore della rabbia, terribile amico contagiato… dalla cieca frenesia del nostro tempo” che nella materia furiosamente plasmata versa “gocce di luce che lottano per illuminare un giorno l’universo”.

Ad Albisola dunque, Fabbri si forma alla pratica della ceramica nel piccolo laboratorio La Fiamma dove entra in contatto con Sassu, Martini e soprattutto Fontana con il quale stringe una profonda amicizia destinata a durare tutta una vita. Qui, nel primo dopoguerra, si manifesta con una scultura drammaticamente narrativa, dai forti caratteri espressionisti, in cui è avvertibile anche l’influenza della plastica popolare toscana (le donne, le madri, gli animali feriti e le risse, ceramiche e terrecotte policrome, 1947-1955). Solo nel 1947 la sua forte individualità si definisce nel segno di un’esasperata drammaticità, di un furore rabbioso espresso dalla modellazione convulsa e dilacerata che caratterizza prima le sue terrecotte e quindi i suoi bronzi. Nel 1948 venne invitato alla Biennale di Venezia dove continuerà ad esporre assiduamente fino ai primi anni Sessanta con due sale personali nel 1952 e nel 1959, così come partecipa a varie edizioni della Quadriennale di Roma a partire dal 1952 e fino al 1973.

Dopo l’insistita drammatizzazione espressionista delle opere giovanili, testimonianza della violenza irrazionale e della crudeltà della guerra, Fabbri elabora, durante gli anni Cinquanta, un ciclo di opere che, pur allontanandosi dai modi del suo inconfondibile espressionismo figurativo, continuano ad indagarne le profondità interiori attraverso differenti soluzioni materiche.
Legni recisi, metalli duramente segnati, diventano la metafora del disagio fisico e mentale e la ricerca creativa di Agenore Fabbri si lega così agli anni dell’Informale e alla dimensione inquieta e problematica di quella straordinaria stagione artistica che affianca la sua appassionata testimonianza contro la violenza, la sopraffazione e l’ingiustizia già mostrate dalle opere giovanili attraverso il dramma delle figure e la materia espressiva del corpo, “Nella stratificazione dei legni e delle sue lacerazioni interne – scrive Claudio Cerritelli – l’artista fissa i punti di rottura della superficie come possibilità di inventare immagini della precarietà e dell’inquietudine.

Si tratta di tracce allusive, spiragli taglienti, segni feroci e irriducibili del disagio fisico e mentale che l’uomo contemporaneo è costretto a introiettare, suo malgrado, di fronte alla crisi dei valori individuali e collettivi”. Questi legni policromi indicano il rapporto che Fabbri intende stabilire con la cultura europea degli anni Cinquanta e della prima parte degli anni Sessanta: da Fontana a Burri, da Dubuffet a Tapies, solo per indicare alcuni protagonisti di un nuovo modo di intendere l’arte come materia vivente, espressione di una trasformazione continua che dà senso all’esistenza. Poi, sul finire di quell’ultimo decennio, il più puro ed estenuante sentimento del tragico riprende il sopravvento su Fabbri che trasferisce la sue rabbiose capacità plastiche sui duri metalli del bronzo e del ferro per trasformarli non solo in immagini umane, pur rievocando le sue donne atterrite dalla violenza degli eventi naturali (Uragano, 1950) o in attesa presaga di angoscia e di morte (Attesa, 1975) e le sue maschere urlanti e disperate (Personaggio, 1979), ma coinvolge anche ogni specie di esseri viventi, di belve, di lupi, di cani ringhiosi, di gatti feriti o inferociti con gli umani (Colloquio, 1972 e Figura con gatto, 1975) fino agli Insetti atomizzati, testimonianze crudeli e strazianti di un mondo sotto l’incubo delle deflagrazioni atomiche.

Solo nelle ultime opere sembra schiudersi alla speranza nel riconoscimento della dignità dell’uomo – “Io credo nell’uomo, è un animale razionale” affermò. E infatti dal 1982 scopre la pittura che diventerà preminente nel corso degli anni Ottanta fino a ripiegarsi, nel decennio seguente, su una rievocazione colorata e gioiosa della passata esperienza informale. Ed è proprio l’ultimo Agenore, quello che ammette, in fondo la razionalità dell’uomo, dietro a tanto orrore e terrore. Quello, che dopo aver superato i settant’anni ritrova il gusto del colore, della sperimentazione, dello stordimento pittorico, confermando un assunto che, secondo alcuni critici, costituisce, la lezione di uno degli artisti più inquieti del nostro dopoguerra “l’incoerenza della coerenza in assoluta libertà”.

Nasce il 20 maggio a Barba (nel comune di Quarrata) vicino a Pistoia, paese natale di Mari­no Marini. A 12 anni frequenta la Scuola d’Arte di Pistoia e spinto dai consigli del pittore Fabio Casanova decide di intraprendere negli anni a seguire la carriera artistica; in questo periodo vedono la luce le sue prime sculture 1932 – Si trasferisce a Firenze per continuare gli studi all’Accademia delle Belle Arti. Nella città diventa avventore abituale del caffè Giubbe Rosse, punto di ritrovo degli ermetici (Eugenio Montale, Carlo Bo e altri). Qui entra in contatto con il pittore Ottone Rosai e il poeta Mario Luzi. Alla fine dell’anno va ad Albisola Capo, in provincia di Savona, dove lavora nella manifattura di cerami­ca La Fiamma, dando vita a diverse opere in ter­racotta, in maggioranza a soggetto biblico. Conosce Tullio Mazzotti (noto come Tullio d’Al­bisola), proprietario della manifattura di cerami­ca Giuseppe Mazzotti (padre di Tullio) ad Albis­sola Marina. Qui lavorano i più importanti espo­nenti del secondo Futurismo sotto la guida di Filippo Tommaso Marinetti: Fillia, Antonio San­t’Elia, Nicolaj Diulgheroff e altri. Partecipa alla Mostra Nazionale di Napoli. Alle­stisce un piccolo atelier. Instaura contatti con Arturo Martini e poi con Lucio Fontana con cui inizia un rapporto di amicizia che durerà fino alla morte di quest’ultimo. Riceve il Premio Bagutta-Spotorno per la sta­tua bronzea “Piccolo pescatore”, che viene acquistata dal Museo di Arte Moderna di Mila­no su proposta di Arturo Martini. Partecipa alla IX Mostra inter provinciale di Genova. Riceve il Premio Livorno di Pittura e Scultura e il Premio Città di Genova. Si trasferisce stabilmente a Milano. Nei mesi estivi lavora ad Albisola nella manifattura Maz­zotti, dove nascono tutte le sculture in terra­cotta. Negli anni del dopoguerra Albisola torna a essere un’importante località di fama interna­zionale, dove lavorano artisti come Marino Marini, Giacomo Manzù, Aligi Sassu, alcuni esponenti del Gruppo CO.BR.A. tra cui Karel Appel, Guillaume Corneille e Asger Jorn e ancora Roberto Matta e Wilfredo Lam. Negli anni Cinquanta arrivano anche Giuseppe Capogrossi, Roberto Crippa, Sergio D’Angelo, Gianni Dova, Piero Manzoni, Cesare Peverelli, Mario Rossello, Emilio Scanavino e altri. Si classifica terzo al Premio Spiga di Milano. In quest’anno vedono la luce importanti lavori in ceramica e terracotta come “Donna del popolo”, “Uomo colpito” e La madre”. Primo incontro con Picasso a Vallauris. 1948 Medaglia d’oro “ella IX e X Triennale di Milano. 1952 Sposa Caterina Barbieri. Mostra personale alla XXVI Biennale di Venezia. Primo premio alla Mostra della Ceramica d’Ar­te Italiana di Messina.1953 – Nasce il figlio Luca. 1955 – Premio Internazionale di Scultura di Cannes. 1956 – Va in Cina con Rafael Mafai, Giulio Turcato, Aligi Sassu e altri. L’esperienza di questo viag­gio influenzerà diversi lavori che vedono la luce negli anni successivi. Primo premio alla Mostra d’Arte Sacra, di Bologna. Premio della Qua­driennale di Roma. 1957- Primo premio per la scultura a Spoleto. Meda­glia d’oro al concorso internazionale Bronzetto di Padova. 1958 – Mostre personali a New York e Philadelphia. Si classifica secondo al Premio Città di Cantù. 1959 – Partecipa alla Biennale di Milano. Premio Interna­zionale di Scultura di Carrara. Premio della Citta di Novara alla Mostra Internazionale d’Arte Sacra. 1960 – Mostra personale alla XXX Biennale di Venezia. Ancora una mostra personale a New York. 1965 – È selezionato dall’Accademia di San Luca a Roma.1966 – Primo premio alla Mostra d’Arte Sacra di Trieste. 1967 – Illustra dieci poesie di Salvatore Quasimodo. Riceve il Premio Rosa d’Oro di Albissola Mare. 1968 – Medaglia d’oro al concorso di Pescia. Sulla base di un’amicizia che dura ormai da anni Salvatore Quasimodo dedica ad Agenore Fabbri una lettera aperta che viene pubblica­ta dal settimanale “II Tempo” in occasione del­l’esposizione alla Galleria Borgogna di Milano. Mostra personale ” Londra. 1969 – Riceve il Premio Internazionale di Filottrano nelle Marche. 1970 – Da questo anno in poi esegue tutti i suoi lavori in terracotta e ceramica nella manifattura San Giorgio, di Poggi e Salino ad Albissola Marina Mostra personale a Stoccolma. 1971 – Premio per l’opera “Liberazione”, Biennale Tri­veneta, Padova. 1972 – Grande retrospettiva al Palazzo Giano della Bella, Pistoia. 1973 – Medaglia d’oro della Triennale di Milano. 1975 – Ampia retrospettiva al Palazzo Reale di Milano, Sala delle Cariatidi. 1976 – Riceve il Premio Cino della Città di Pistoia. 1978 – Diventa membro dell’Accademia Fiorentina del Disegno. Nel corso degli anni Settanta vengo­no prodotti documentari sulla vita di Giorgio de Chirico, Renato Guttuso, Agenore Fabbri e altri artisti. II film Come nasce un’opera d’arte con Fabbri ha un’ampia risonanza. 1983 –  Diventa cittadino onorario di Pistoia. Ampia retrospettiva al Wilhelm-Lehmbruck-Museum di Duisburg. 1984 – Rafael Alberti con il quale da anni intrattiene un rapporto di amicizia, scrive 40 poesie sulle sue opere. Nello stesso periodo esce un film docu­mentario con entrambi gli artisti. 1988 – Mostra Malerei und Skulptur (Pittura e Scultu­ra) al Museum Ludwig di Colonia. Mostra delle sue opere pittoriche al Museo Civico di Suzza­ra, Mantova. 1991 – Progetta una panca per la Tecno di Milano che riscuote un grande successo in Europa e negli Stati Uniti. 1992 – Partecipa alla Triennale di Fellbach. Retrospettiva allo Sprengel Museum di Hannover e al Museum Ludwig di Colonia. 1998 – È eletto Presidente dell’Accademia Nazionale di San Luca. Il 4 agosto viene ricoverato in ospedale per un’emorragia cerebrale. Muore a Savona il 7 novembre.

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D’angelo Claudio

Claudio D’Angelo è nato a Tripoli nel 1938, vive ad Ascoli Piceno. Ha tenuto numerose mostre personali in Italia e all’estero; la sua attività è stata ampiamente documentata da saggi critici e partecipazioni a rassegne d’arte nazionali e internazionali. Sue opere sono presenti in Musei d’Arte Contemporanea e in Civiche Gallerie. Pubblicazioni teoriche e monografiche: 1973, Lo spazio dei progetti eli Claudio D’Angelo, a cura di Marco Armandi; Claudio D’Angelo 1963-1973, a cura di Marco Armandi e Paolo Fossati (ed. Arte e Società, Roma). 1974, Progetto di spazio, ipotesi e verìfica, a cura di Giulio Carlo Argan. 1976, Self-abuse, testi di Umbro Apollonio, Giulio Carlo Argan, Mirella Bandini, Bruno D’Amore, Luigi Lambertini, Guido Montana, Lara Vinca Masini, Sandra Orienti, Nello Ponente, Italo Tomassoni, Paolo Fossati, Toni Toniato (ed. La Nuova Foglio, Macerala). 1978, ller(azione) (ed. D’Addario, Ancona). 1982,Soglia, testi di Giulio Carlo Argan e Claudio D’Angelo. 1983, Nòesis noéseos,testi di Leo Strozzieri e Claudio D’Angelo (ed. Artecentro, Milano). 1995,Dialogo con l’invisibile, a cura di Enrico Crispolli (ed. Galleria Vismara, Milano). 2001, Episodio, a cura di Antonello Rubini (ed. Muspac, L’Aquila). 2003. 2003-1941 respiro, fermo nel vetro, a cura di Antonello Rubini (ed. Galleria Grue, Castelli). 2005, // sole ed io, a cura di Giorgio Cortenova (ed. Museo Civico, Teramo). 2006, Tratti/id­entità, video idealo e realizzato da Simone Pucci.

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Fini Leonor

Leonor Fini (Buenos Aires, 30 agosto 1907 – Parigi, 18 gennaio 1996) è stata una pittrice, scenografa, costumista, scrittrice, illustratrice e disegnatrice italiana.

Biografia

Un talento precoce

Leonor Fini nacque da padre argentino di origini beneventane e madre triestina di origini tedesche. In seguito alla separazione, madre e figlia rientrarono a Trieste nel 1909 ospiti dello zio Ernesto Braun. La bambina, soprannominata Lolò, fu al centro di una strenua lotta tra i genitori, e il padre, pur di ricondurla a sé e di portarla in Argentina, tentò in tutti i modi di riprendersela, sino a giungere a un tentativo di rapimento. La madre, Malvina Braun, occultò la bambina adottando la tecnica del travestimento: Leonor Fini in futuro adotterà spesso, anch’essa, questo stratagemma per scandalizzare gli abitanti dei paesini del Carso sloveno o per divertire amici e colleghi. Cresciuta nell’atmosfera della Trieste del Ventennio, ove si contavano numerose le figure di letterati di livello internazionale (Svevo, Saba, Bazlen) e di artisti, la Fini fu sostanzialmente una pittrice autodidatta che frequentò assiduamente gli atelier dei pittori più noti di quegli anni. Strinse una solida amicizia con Arturo Nathan, con Carlo Sbisà, ma il pittore che più si avvicinò al ruolo di maestro fu Edmondo Passauro, ritrattista e pittore di figura che segnò la pittura finiana almeno sino al suo passaggio parigino.

Vocazione e cosmopolitismo

Gli anni triestini sono dominati proprio da questo forte debito nei confronti dei protagonisti della pittura locale, da cui si affrancò dopo aver conosciuto il suo mentore milanese Achille Funi. Dopo essersi legata sentimentalmente al pittore di origini ferraresi, la giovane Leonor lascerà Trieste per trasferirsi a Milano, dove entrerà in contatto con il frizzante ambiente artistico meneghino e dove lascerà testimonianza di sé nel mosaico rappresentante La cavalcata delle Amazzoni nel Palazzo della Triennale realizzato a quattro mani con lo stesso Achille Funi. Alla soglia degli anni trenta Leonor Fini decise di varcare le Alpi per trasferirsi a Parigi, città che diverrà, seppur tra continui viaggi e tappe intermedie, la sua patria adottiva. Qui, entrata in contatto, a partire dal 1936, con i massimi esponenti della pittura e della letteratura surrealista (senza tuttavia unirsi ufficialmente al movimento),[2] da André Breton a Salvador Dalí, da Paul Éluard a Max Ernst, conobbe anche il fotografo Henri Cartier-Bresson che la presentò al suo amore dei primi anni parigini, quell’André Pieyre de Mandiargues che sarà il protagonista maschile di tanti suoi ritratti legati alla prima metà degli anni trenta. Con Max Ernst, che la definì “la furia italiana a Parigi” intraprese un viaggio a New York, ove i due esposero presso la Galleria Levy e dove venne introdotta nell’ambiente del Moma allora diretto dal mitico Alfred Barr.

Archiviata la storia d’amore con de Mandiargues, che a breve sposerà la nipote del pittore Filippo de Pisis, la pittrice triestina si legò in matrimonio con Federico Veneziani per poi separarsi a breve nel 1941. In uno dei suoi viaggi nel Principato di Monaco, durante una prima teatrale conobbe il console Stanislao Lepri che, innamoratosi follemente dell’artista, decise di lasciare la sua professione per dedicarsi anch’egli alla pittura. Ben presto la neonata coppia si trasformò in un trio: il nuovo sodalizio, cui entrò a far parte un intellettuale polacco di nome Kostantin Yelensky, chiamato dalla Fini affettuosamente Kot, resterà un esempio tangibile di triangolo amoroso basato sulle forti personalità dei suoi vertici e su una originale ma sicura fedeltà: il loro rapporto si interruppe infatti solo nel 1980, dopo trentasette anni di convivenza, causa la morte di Lepri.

Uno stile personalissimo

I tardi anni trenta e gli anni quaranta sono costellati da una cavalcata di dipinti di stampo surrealista (dal famosissimo Le bout du monde alla Pastorella delle sfingi, acquistato da Peggy Guggenheim e chiara testimonianza dell’amore della pittrice per la duplicità, l’ibrido, il doppio, spesso resi tramite sfingi o apparizioni)[2] sino ad arrivare a citazioni colte di pittori del Quattro e del Cinquecento italiano (per esempio L’alcove del 1942, chiaro rimando alla Danae di Tiziano Vecellio, o La Grande Racine del 1948 ispirata alle composizioni del pittore milanese Arcimboldo).

 

Leonor Fini insieme a Enrico Colombotto Rosso che finge di imitarla nel dipinto di un gatto

In seguito allo scoppio del secondo conflitto mondiale, ritiratasi brevemente nel Nord della Francia ospite di Salvador Dalí, decise di lasciare Parigi per rientrare in Italia, e a Roma si legò d’intensa amicizia con il pittore Fabrizio Clerici che frequentò assiduamente per tutta la vita. Qui a Roma fu quindi la protagonista della ritrattistica ufficiale del bel mondo capitolino. Alternò a questo momento cittadino, lunghi soggiorni estivi passati presso la torre di Anzio, un’antica torre di avvistamento sul lungomare laziale che lei affittava di anno in anno oppure presso il monastero abbandonato di Nonza, in Corsica. Qui, tra ispirazioni quattrocentesche, su tutti il suo maestro ideale Piero della Francesca, riuniva i suoi amici più intimi per dei veri e propri sabba basati sul travestimento, sulla fotografia, sulla pittura e sul disegno. Tra i suoi ospiti Enrico Colombotto Rosso e Dorothea Tanning, moglie dell’amico Max Ernst.

Dopo gli anni romani, in cui spiccano i ritratti di Alida Valli a seno scoperto, di Valentina Cortese, dell’amica Anna Magnani e di Margot Fonteyn, la pittrice si piegò ad uno stile diverso, ispirato dalle cosiddette “figure minerali”, in cerca di una modernità che doveva sempre forzatamente passare attraverso il suo spiccato carattere figurativo senza dimenticare alcune tappe isolate ma peculiari come il notevole L’Amicizia (1958) o Le Bagnanti (1959). Tra ispirazioni preraffaellite e momenti di recupero floreale, gli anni sessanta e settanta sono dominati da un grande fecondità che però non sempre corrispose ad una omogeneità di tratti e di scelte.

Una maturità inquieta

Verso la fine degli anni settanta, l’artista si fa maggiormente introspettiva, le sue scelte si spostarono verso tematiche nordiche ispirate anche dal pittore svizzero Heinrich Füssli e dal britannico William Blake: sono gli anni della cosiddetta Kinderstube, ovvero la “Camera dei ricordi”, ove figure femminili sospese tra la sfinge e la bambola sono circondate da esseri inquietanti e asessuati. Il rimando all’eros è sempre più evidente, le figure danzano su uno sfondo scuro opprimente e le composizioni sembrano uscire da un allestimento teatrale per un’opera di Ibsen. Dal 1992 la pittrice si ritira in una fattoria di campagna a Saint-Dyé-sur-Loire. Morirà il 18 gennaio 1996 a Parigi e sceglierà di essere sepolta nel cimitero del paese sulle sponde della Loira: come ultimi compagni di viaggio vorrà i due uomini della sua vita, Kot e Stanislao, riuniti in un abbraccio nel piccolo mausoleo a tre che svetta nel camposanto della campagna francese.

Il suo legame con il teatro, i suoi romanzi surrealisti, la sua passione per il disegno e la fotografia, i suoi tanti amori, il suo essere libera e dissacratoria ma anche il suo originale concetto di fedeltà e il suo amore per la vita, da sempre così legata alla madre e così spaventata dalla solitudine, tracciano alfine lo specchio di una personalità d’artista unica che valica i confini della pittura per collocarsi di diritto tra i grandi del Novecento.

Nel 1969 le è stato conferito il premio San Giusto d’Oro dai cronisti del Friuli Venezia Giulia. Nel 2009, l’Italia le ha dedicato una grande retrospettiva a Trieste Leonor Fini l’italienne di Parigi[3]; una sezione della mostra è dedicata ai suoi amici artisti, come Fabrizio Clerici, Pavel Tchelitchew, Jan Lebenstein, Michèle Henricot, Dorothea Tanning, Eros Renzetti.

 

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Biasion Renzo

Renzo Biasion (Treviso,1914 – Firenze,1997), pittore, incisore, scrittore, ha collaborato con le pagine culturali di diversi quotidiani e periodici ed è stato per lunghi anni titolare della rubrica d’arte del settimanale “Oggi”.
Ha insegnato Figura al Liceo Artistico di Firenze e ha esposto come invitato alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma e nelle principali rassegne di pittura e di grafica nazionali ed internazionali.
Numerosissime le sue mostre personali, in Italia e all’estero. È stato accademico delle Arti del disegno, ha conseguito numerosi premi ed onorificenze, fra le quali la Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica come benemerito delle Arti, della Cultura e della Scuola. Sue opere figurano in diverse gallerie italiane e straniere: Bologna, Firenze, Torino, Verona, Udine, Venezia (Ca’ Pesaro e Fondazione Cini), Lucca, Imola, Treviso, Rovigo, Rodi, Rovigno, Benevento, Pisa, San Pietroburgo (Ermitage), Lima; un suo ricco ‘corpus’ di incisioni è stato acquisito dal Gabinetto delle Stampe degli Uffizi di Firenze, mentre il Museo di Senigallia gli ha dedicato una sala permanente. Numerosi i saggi e gli interventi sulla sua attività artistica, ad opera, fra gli altri, di Paolo Barbaro, Fortunato Bellonzi, Luciano Budigna, Raffaele Carrieri, Emilio Contini, Corrado Corazza, Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Sebastiano Grasso, Claudio Marabini, Salvatore Maugeri, Luigi Menegazzi, Armando Nocentini, Guido Perocco, Mario Pomilio, Giuliano Serafini, Sergio Solmi, Ottorino Stefani, Giorgio Trentin, Orio Vergani, Marcello Venturoli.
Fra le sue opere di narrativa, ricordiamo in particolare Tempi bruciati (Milano, 1948) e Sagapò (Torino, 1954), scelto quest’ultimo da Elio Vittorini per la sua celebre collana ‘I gettoni’, tradotto in varie lingue e più volte ristampato.

 

Biasion incisore
101 opere per una donazione

Presentazione

Ancora una volta la nostra città e in particolare il Gabinetto delle Stampe “A. Davoli” della Biblioteca Panizzi sono destinatari di un atto di grande sensibilità culturale da parte di chi crede nel ruolo decisivo svolto dalle istituzioni culturali nel conservare, promuovere e valorizzare il patrimonio artistico del nostro paese.
Il gesto si rinnova grazie alla generosa donazione di 101 stampe di Renzo Biasion, voluta dalla signora Giselda Benasciutti per onorare la memoria del marito. Un gesto per il quale desideriamo esprimere la nostra più viva gratitudine e che viene ad aggiungersi a quelli altrettanto generosi che hanno arricchito le nostre raccolte di grafica moderna con i significativi nuclei di incisioni di Alberto Manfredi, Anna Cingi, Filippo Albertoni, Anna Cantoni, Mario Avati, Rina Ferri, Gino Gandini, Armando Giuffredi, in coerenza e in continuità con lo spirito che portò quel grande collezionista reggiano che fu Angelo Davoli a donare alla biblioteca la sua raccolta di oltre 40.000 stampe antiche e moderne.

Renzo Biasion, pittore, incisore, ma anche scrittore, nato a Treviso nel 1914 da famiglia veneziana, ha legato la sua esistenza alle diverse città in cui si è trovato a vivere, tra le quali la Venezia degli studi giovanili, la Torino del dopoguerra, la Bologna della consacrazione all’arte, la Firenze in cui visse e lavorò per oltre trent’anni. Alla nostra città lo legò il sodalizio con la Galleria Galaverni, con la Libreria Antiquaria Prandi e soprattutto l’amicizia con Alberto Manfredi, il grande artista reggiano recentemente scomparso, e siamo certi che Biasion sarebbe lieto di sapere che oggi le sue incisioni sono conservate accanto a quelle che l’amico donò alla nostra biblioteca nel 1998. Il nucleo di incisioni selezionate per la donazione offre motivi di grande interesse e consente di ricomporre l’intero quadro della produzione grafica di Renzo Biasion, sia cronologicamente che tematicamente. Si tratta infatti di stampe incise all’acquaforte o alla puntasecca che riprendono i suoi temi più amati: le periferie urbane, i paesaggi, gli interni, le nature morte, gli autoritratti, le figure, i nudi, descritti minuziosamente con la nettezza di un segno che nulla concede ai compiacimenti d’atmosfera e con il rigore espressivo di un artista che ha sempre creduto nel valore del disegno come elemento fondante dell’arte grafica. Ora dunque la documentazione di questo percorso stilistico e tematico diventa patrimonio collettivo, rendendo così accessibile a tutti la produzione di uno dei protagonisti dell’arte incisoria italiana del Novecento.

Maurizio Festanti
Direttore della Biblioteca Panizzi

 

Renzo Biasion

(Treviso 1914 – Firenze 1996)

Giovedì 4 marzo 2004 alle 18, alla Galleria Ponte Rosso (via Brera 2, Milano), si inaugura la mostra retrospettiva del pittore RENZO BIASION.

La mostra presenta venti dipinti a olio realizzati dall’artista dagli anni quaranta agli anni settanta: interni, composizioni, periferie urbane.
La personale di Renzo Biasion si affianca alla rassegna, articolata in due sezioni, dal titolo ‘Finestre sul Novecento’; la rassegna, corredata da catalogo, presenta opere di cinquantasei artisti italiani del Novecento fra i quali lo stesso Biasion.

Renzo Biasion è nato a Treviso nel 1914 da famiglia veneziana. Conseguito il diploma al Liceo Artistico di Venezia, inizia l’insegnamento del disegno nelle Scuole Industriali di Feltre. Appartengono a questi anni (1938/40) i primi ‘interni’, le prime ‘periferie’ e alcuni ‘ritratti’ a olio e acquerello. Nel 1946 espone alla Piccola Galleria di Venezia una serie di ‘interni’ che attirano l’attenzione di Sergio Solmi, direttore della rivista milanese ‘Le Arti’. E’ un periodo di intenso lavoro letterario e giornalistico.
Nel ’48 pubblica ‘Tempi bruciati’, quindi lascia l’insegnamento e si trasferisce a Torino dove è inviato speciale del quotidiano La Gazzetta del popolo; scrive i racconti di ‘Sagapò’ che saranno raccolti in volume nel 1954, con una presentazione di Elio Vittorini (Einaudi Ed., Torino). In seguito al successo di ‘Sagapò’ (a cui si è ispirato il regista Gabriele Salvatores per il suo film Mediterraneo, vincitore di un premio Oscar) gli viene offerta la rubrica d’arte sul settimanale Oggi di Milano, della quale è stato titolare per trentaquattro anni.
Trasferitosi a Bologna lascia la letteratura per dedicarsi alla pittura, all’incisione e alla critica d’arte. Ritorna quindi all’insegnamento ottenendo, per concorso, la cattedra di ‘Figura disegnata’ al Liceo Artistico di Firenze.
Biasion ha esposto alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma, alle Biennali dell’incisione di Venezia, alle Biennali di Milano e alle Quadriennali di Torino; oltre che nelle maggiori mostre di pittura in Italia e all’estero. E’ stato accademico delle Arti del disegno, ha conseguito numerosi premi ed onorificenze, fra le quali la Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica come benemerito delle Arti, della Cultura e della Scuola.

Scrive Rossana Bossaglia:
I numerosi e qualificati critici che si sono occupati fin dagli anni Cinquanta di Renzo Biasion (1914-1996) hanno ogni volta sottolineato la fondamentale caratteristica di questo straordinario personaggio: di essere disegnatore e incisore puntiglioso, e insieme caldo interprete della realtà concreta, restituita attraverso luci soffuse e atmosfere vaporose; con, a seconda dei casi, o addirittura contemporaneamente, una tagliente lucidità di tratto e una morbidezza pastosa di colore. Un artista eccezionale, che potremmo definire eclettico, considerate le caratteristiche della sua opera cui abbiamo fatto cenno; ma l’eclettismo di solito presuppone una varietà di orientamenti l’uno diverso dall’altro: Biasion invece è sempre lo stesso, in modo riconoscibile; quella formula intensa e nitida nella quale lo identifichiamo, la cui diretta matrice è il cosiddetto ‘stile Novecento’, ne sottolinea una chiara personalità; e la ritroviamo dai ritratti ai paesaggi, dalle opere di piccolo formato e dalle vedute ravvicinate ai grandi dipinti e alle vedute profonde.
Ovviamente alla sua precisa peculiarità non è estraneo uno sviluppo nel tempo, cioè l’identificabile successione di fasi diverse del suo operare, anche con predilezioni di argomenti e tematiche. A questo proposito è opportuno sottolineare l’interesse, negli anni Cinquanta, per il tema delle case operaie, o delle periferie con edifici che si sarebbero poi identificati come archeologia industriale; e, negli anni Settanta, l’affascinante sequenza dei simbolici ritratti frontali. Personaggio di forte comunicativa e insieme di grande complessità. Con la sua biografia, potremmo identificarne la fisionomia nell’incontro tra la cultura veneziana e fiorentina; ma come escludere l’influenza dell’area bolognese e la consapevolezza del menzionato Novecento lombardo? E’ sempre lo stesso ma sempre sensibile agli incontri e ai confronti.
L’omaggio che gli rende oggi la Galleria ha il suo simbolo nel dipinto ‘Ponte Rosso’, che egli realizzò nell’ultima fase del suo operare.

 

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Gazzera Romano

Nato a Ciriè nel Canavese nel 1906, morì a Torino il 24 maggio 1985, nella metafisica piazza Vittorio Veneto dove tuttora ha sede il suo studio. Iniziò a dipingere giovanissimo e per volontà del padre, ministro della guerra, si laureò in giurisprudenza. Dopo aver esercitato per alcuni anni la professione di avvocato, si dedicò esclusivamente alla pittura. La sua prima personale ebbe luogo a Milano nel 1941 e suscitò tanto scalpore da far nascere il “caso Gazzera”: in opposizione alla pittura ufficiale del Novecento si riallacciava, con linguaggio attuale, alla grande tradizione italiana. Nel 1946, finita la guerra, nacque la folta schiera delle “scimmie in costume”. Nel 1949 espose personaggi orientali e battaglie nella prima “Antibiennale” alla Galleria Bucintoro di Venezia, con Giorgio de Chirico. Nel 1950 creò i “fiori giganti”, invenzione del tutto inedita nella storia dell’arte, che lo fa considerare caposcuola della pittura neo-floreale. La moda del gigantismo floreale dilagò rapidamente in Europa e in America e oggi domina nel campo della pubblicità, delle rubriche televisive e della moda. Non minore successo ebbero i ritratti, fra i quali quello del cancelliere tedesco Erhard, di papa Paolo VI, del filosofo Marcuse, fino a personaggi quali Pininfarina e Matteotti.

“…..Bisognerebbe risognare il mondo. Romano Gazzera lo fa. E’ nato il primo a cominciare. Per lui il cielo è il cielo, il fiore sembra “gigante”? Ma no, siamo noi a essere diminuiti ad insetti ed inoltre nocivi. Alte su di noi le nubi viaggiano come galeoni incantati, intorno a noi le pietre continuano la loro vita misteriosa, e i veri “amanti” stanno nascosti agli sguardi umani, si liberano solo per qualche petalo, una corolla, un lembo azzurro lassù. Romano Gazzera sa “semplificare” con grande maestria e saggezza pittorica. I suoi toni così netti, le sue visioni, così proporzionate anche nell’assurdo, formando ormai un codice opposto alla vita e agli orrori del mondo “come è” e come “non vorrebbe essere”.
GIOVANNI ARPINO

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Lanaro Dino

Lanaro Dino Malo 1909

Lanaro è nato a Malo, presso Schio, nel 1909. Autodidatta, espone per la prima volta nel 1931 alla Internazionale d’Arte Sacra di Padova.

Nel 1937 è a Milano dove conosce Birolli e Valenti. Stringe rapporti di amicizia con letterati e artisti che nel 1939 costituiranno il gruppo di “Corrente” e partecipa alle loro prime dite mostre nella Galleria di via della Spiga. Nel dopoguerra è più volte invitato alle Biennali veneziane e alle Quadriennali di Roma. Vive a Milano dove è stato anche titolare della cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera.

(1909 – 1998) è stato un pittore italiano del movimento Corrente de Vita iniziato a Milano come contrappunto al futurismo nazionalista e ai movimenti del Novecento Italiano. Dipingeva spesso paesaggi luminosi con case.BiografiaDino è nato a Malo in provincia di Vicenza. All’età di 15 anni, ha dovuto lavorare aggiungendo tinta e colore alle stampe per una casa editrice, dove impara tipografia e litografia. Ha prestato servizio nell’esercito durante la prima guerra mondiale, ma si è trasferito a Padova dove ha incontrato altri artisti. Nel 1931 espose quell’anno con Antonio Morato, Dino Lazzaro e Luigi Strazzabosco alla Mostra Internazionale di Arte Sacra di Padova. Nel 1937 si trasferisce a Milano, dove si unirà al Movimento Corrente, stringendo amicizia con Renato Birolli ed esponendo con il gruppo alla Galleria di Via Spiga.Dopo la guerra, partecipò alla Biennale di Venezia del 1948, 1950 e 1956; e ai Quadriennali di Roma nel 1947, 1951, 1959 e 1965. A Milano, fu nominato istruttore di pittura per l’Accademia di Brera. Nel 1971, visitò il Minnesota per una mostra. Alcune sue opere sono esposte alla Galleria d’Arte moderna (GAM) di Milano e nei Musei di La Spezia, Gallarate, Alessandria, Museo Castelvecchio a Verona e Castello del Buonconsiglio di Trento. Nel 1984 a Schio si tenne una retrospettiva delle sue opere.Muore a Milano.


Bibliografia:

C. Carrà, Presentazione mostra personale, Galleria La Colonna, Milano 1953; F. Russoli, Presentazione mostra personale, Galleria del Naviglio, Milano 1958; G. Mascherpa, Presentazione mostra personale, Galleria Annundata, Milano 1964; D. Formaggio, Dino Lanaro, Milano 1989 (con bibliografia).

 

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Margotti Anacleto

Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 70 (2014)

Il Maestro morì a Imola il 3 maggio 1984.

MARGOTTI, Anacleto. – Nacque a San Potito di Lugo di Romagna il 2 agosto 1895, ultimogenito di Francesco, operaio, e di Filomena Bertuzzi.

A causa delle modeste condizioni economiche della famiglia sin da bambino iniziò a lavorare come bracciante agricolo e garzone, entrando poi come apprendista nella bottega di un decoratore, dove iniziò a impratichirsi nelle tecniche della tempera e dell’affresco. Parallelamente, mosso da una precoce vocazione artistica, incoraggiato dal sacerdote P. Rambelli, si dedicò al disegno e allo studio delle opere custodite nelle chiese dei dintorni. Tredicenne realizzò un Autoritratto (Imola, Raccolta d’arte Margotti) che, inviato al concorso indetto dalla Cassa di risparmio locale, ottenne il primo premio, consentendogli di continuare gli studi.

Nel 1914 realizzò per la cappella battesimale della chiesa arcipretale di Alfonsine un Battesimo di Cristo a fresco (ripr. in Solmi, p. 153). Anche grazie al discreto successo riscosso in quella occasione sulla stampa locale, il M. conobbe alcuni artisti e intellettuali romagnoli, come il musicista F. Balilla Pratella e il pittore G. Vespignani, venendo in contatto in tal modo con la poetica futurista. Chiamato alle armi nel 1915 in fanteria, nel 1917 il M. riuscì a ottenere, durante una licenza, l’abilitazione all’insegnamento del disegno presso l’Accademia di belle arti di Bologna. Nello stesso anno perse il fratello Luigi Mario, caduto sul Carso; rimasto egli stesso ferito in combattimento, venne ricoverato in ospedale a Venezia, ove l’incontro con il pittore E. Notte lo incoraggiò nella propria determinazione di tentare la carriera artistica. Dopo la guerra il M. si stabilì a Imola, dove abitò sino alla morte insieme con la compagna Elvira Martelli. Nel dopoguerra pubblicò i romanzi Sfiducia (Bologna 1919) e Ombre di vita (Bologna-Imola 1922) nei quali appare partecipe della crisi vissuta in quel momento da gran parte della cultura europea. Non smise tuttavia di dipingere, realizzando nel 1919 la Vergine appare a s. Casciano per la chiesa di Rocca San Casciano e, insieme con Vespignani e N. Pasi, alcuni dipinti e decorazioni per il palazzo Ginnasi a Imola. Nel 1920 esordì, all’annuale rassegna bolognese dell’Associazione Francesco Francia, con uno Studio di Cristo, confermando negli anni successivi il suo interesse per l’arte sacra con una serie di opere destinate ad alcune chiese della zona: la Beata Teresa del Bambin Gesù del 1924 e il Sacro Cuore del 1925, entrambe a Imola, rispettivamente, nella chiesa del Carmine e in quella dei Servi; e ancora S. Pietro risana lo storpio del 1925 per la chiesa di Casola Canina.