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Fabbri Agenore

AGENORE FABBRI (Barba, Pistoia 20/5/1911 – Savona 7/11/1998)

Agenore Fabbri, pittore e scultore toscano, si forma frequentando l’Accademia di Firenze e il celebre caffè “Giubbe Rosse”, luogo di ritrovo di giovani intellettuali tra i quali figurano anche Eugenio Montale e Carlo Bo e il pittore Ottone Rosai.

Nutrito e stimolato dai fermenti assimilati in quell’ambiente, Fabbri si trasferisce ad Albisola a ventiquattr’anni, nel 1935. I suoi esordi sono accompagnati dall’avallo non solo di un critico consacrato come Leonardo Borgese, ma d’un poeta sensibile – giudice discreto quanto perspicace – come Angelo Barile, pronto a cogliere, nell’ingegno dello scultore, una propensione naturale “a intendere l’umano, a sentire il richiamo d’un volto, a scoprire la ragione d’una carne, la tristezza o la volontà d’una ruga, il mistero d’una fisionomia: a esplorare attraverso il reale il difficile regno dell’anima” poi maturata in essenziale tensione drammatica, in una consapevolezza della ferita che l’esistenza incide nell’uomo che lo farà descrivere da un altro poeta, Rafael Alberti, in veste di “scultore della rabbia, terribile amico contagiato… dalla cieca frenesia del nostro tempo” che nella materia furiosamente plasmata versa “gocce di luce che lottano per illuminare un giorno l’universo”.

Ad Albisola dunque, Fabbri si forma alla pratica della ceramica nel piccolo laboratorio La Fiamma dove entra in contatto con Sassu, Martini e soprattutto Fontana con il quale stringe una profonda amicizia destinata a durare tutta una vita. Qui, nel primo dopoguerra, si manifesta con una scultura drammaticamente narrativa, dai forti caratteri espressionisti, in cui è avvertibile anche l’influenza della plastica popolare toscana (le donne, le madri, gli animali feriti e le risse, ceramiche e terrecotte policrome, 1947-1955). Solo nel 1947 la sua forte individualità si definisce nel segno di un’esasperata drammaticità, di un furore rabbioso espresso dalla modellazione convulsa e dilacerata che caratterizza prima le sue terrecotte e quindi i suoi bronzi. Nel 1948 venne invitato alla Biennale di Venezia dove continuerà ad esporre assiduamente fino ai primi anni Sessanta con due sale personali nel 1952 e nel 1959, così come partecipa a varie edizioni della Quadriennale di Roma a partire dal 1952 e fino al 1973.

Dopo l’insistita drammatizzazione espressionista delle opere giovanili, testimonianza della violenza irrazionale e della crudeltà della guerra, Fabbri elabora, durante gli anni Cinquanta, un ciclo di opere che, pur allontanandosi dai modi del suo inconfondibile espressionismo figurativo, continuano ad indagarne le profondità interiori attraverso differenti soluzioni materiche.
Legni recisi, metalli duramente segnati, diventano la metafora del disagio fisico e mentale e la ricerca creativa di Agenore Fabbri si lega così agli anni dell’Informale e alla dimensione inquieta e problematica di quella straordinaria stagione artistica che affianca la sua appassionata testimonianza contro la violenza, la sopraffazione e l’ingiustizia già mostrate dalle opere giovanili attraverso il dramma delle figure e la materia espressiva del corpo, “Nella stratificazione dei legni e delle sue lacerazioni interne – scrive Claudio Cerritelli – l’artista fissa i punti di rottura della superficie come possibilità di inventare immagini della precarietà e dell’inquietudine.

Si tratta di tracce allusive, spiragli taglienti, segni feroci e irriducibili del disagio fisico e mentale che l’uomo contemporaneo è costretto a introiettare, suo malgrado, di fronte alla crisi dei valori individuali e collettivi”. Questi legni policromi indicano il rapporto che Fabbri intende stabilire con la cultura europea degli anni Cinquanta e della prima parte degli anni Sessanta: da Fontana a Burri, da Dubuffet a Tapies, solo per indicare alcuni protagonisti di un nuovo modo di intendere l’arte come materia vivente, espressione di una trasformazione continua che dà senso all’esistenza. Poi, sul finire di quell’ultimo decennio, il più puro ed estenuante sentimento del tragico riprende il sopravvento su Fabbri che trasferisce la sue rabbiose capacità plastiche sui duri metalli del bronzo e del ferro per trasformarli non solo in immagini umane, pur rievocando le sue donne atterrite dalla violenza degli eventi naturali (Uragano, 1950) o in attesa presaga di angoscia e di morte (Attesa, 1975) e le sue maschere urlanti e disperate (Personaggio, 1979), ma coinvolge anche ogni specie di esseri viventi, di belve, di lupi, di cani ringhiosi, di gatti feriti o inferociti con gli umani (Colloquio, 1972 e Figura con gatto, 1975) fino agli Insetti atomizzati, testimonianze crudeli e strazianti di un mondo sotto l’incubo delle deflagrazioni atomiche.

Solo nelle ultime opere sembra schiudersi alla speranza nel riconoscimento della dignità dell’uomo – “Io credo nell’uomo, è un animale razionale” affermò. E infatti dal 1982 scopre la pittura che diventerà preminente nel corso degli anni Ottanta fino a ripiegarsi, nel decennio seguente, su una rievocazione colorata e gioiosa della passata esperienza informale. Ed è proprio l’ultimo Agenore, quello che ammette, in fondo la razionalità dell’uomo, dietro a tanto orrore e terrore. Quello, che dopo aver superato i settant’anni ritrova il gusto del colore, della sperimentazione, dello stordimento pittorico, confermando un assunto che, secondo alcuni critici, costituisce, la lezione di uno degli artisti più inquieti del nostro dopoguerra “l’incoerenza della coerenza in assoluta libertà”.

Nasce il 20 maggio a Barba (nel comune di Quarrata) vicino a Pistoia, paese natale di Mari­no Marini. A 12 anni frequenta la Scuola d’Arte di Pistoia e spinto dai consigli del pittore Fabio Casanova decide di intraprendere negli anni a seguire la carriera artistica; in questo periodo vedono la luce le sue prime sculture 1932 – Si trasferisce a Firenze per continuare gli studi all’Accademia delle Belle Arti. Nella città diventa avventore abituale del caffè Giubbe Rosse, punto di ritrovo degli ermetici (Eugenio Montale, Carlo Bo e altri). Qui entra in contatto con il pittore Ottone Rosai e il poeta Mario Luzi. Alla fine dell’anno va ad Albisola Capo, in provincia di Savona, dove lavora nella manifattura di cerami­ca La Fiamma, dando vita a diverse opere in ter­racotta, in maggioranza a soggetto biblico. Conosce Tullio Mazzotti (noto come Tullio d’Al­bisola), proprietario della manifattura di cerami­ca Giuseppe Mazzotti (padre di Tullio) ad Albis­sola Marina. Qui lavorano i più importanti espo­nenti del secondo Futurismo sotto la guida di Filippo Tommaso Marinetti: Fillia, Antonio San­t’Elia, Nicolaj Diulgheroff e altri. Partecipa alla Mostra Nazionale di Napoli. Alle­stisce un piccolo atelier. Instaura contatti con Arturo Martini e poi con Lucio Fontana con cui inizia un rapporto di amicizia che durerà fino alla morte di quest’ultimo. Riceve il Premio Bagutta-Spotorno per la sta­tua bronzea “Piccolo pescatore”, che viene acquistata dal Museo di Arte Moderna di Mila­no su proposta di Arturo Martini. Partecipa alla IX Mostra inter provinciale di Genova. Riceve il Premio Livorno di Pittura e Scultura e il Premio Città di Genova. Si trasferisce stabilmente a Milano. Nei mesi estivi lavora ad Albisola nella manifattura Maz­zotti, dove nascono tutte le sculture in terra­cotta. Negli anni del dopoguerra Albisola torna a essere un’importante località di fama interna­zionale, dove lavorano artisti come Marino Marini, Giacomo Manzù, Aligi Sassu, alcuni esponenti del Gruppo CO.BR.A. tra cui Karel Appel, Guillaume Corneille e Asger Jorn e ancora Roberto Matta e Wilfredo Lam. Negli anni Cinquanta arrivano anche Giuseppe Capogrossi, Roberto Crippa, Sergio D’Angelo, Gianni Dova, Piero Manzoni, Cesare Peverelli, Mario Rossello, Emilio Scanavino e altri. Si classifica terzo al Premio Spiga di Milano. In quest’anno vedono la luce importanti lavori in ceramica e terracotta come “Donna del popolo”, “Uomo colpito” e La madre”. Primo incontro con Picasso a Vallauris. 1948 Medaglia d’oro “ella IX e X Triennale di Milano. 1952 Sposa Caterina Barbieri. Mostra personale alla XXVI Biennale di Venezia. Primo premio alla Mostra della Ceramica d’Ar­te Italiana di Messina.1953 – Nasce il figlio Luca. 1955 – Premio Internazionale di Scultura di Cannes. 1956 – Va in Cina con Rafael Mafai, Giulio Turcato, Aligi Sassu e altri. L’esperienza di questo viag­gio influenzerà diversi lavori che vedono la luce negli anni successivi. Primo premio alla Mostra d’Arte Sacra, di Bologna. Premio della Qua­driennale di Roma. 1957- Primo premio per la scultura a Spoleto. Meda­glia d’oro al concorso internazionale Bronzetto di Padova. 1958 – Mostre personali a New York e Philadelphia. Si classifica secondo al Premio Città di Cantù. 1959 – Partecipa alla Biennale di Milano. Premio Interna­zionale di Scultura di Carrara. Premio della Citta di Novara alla Mostra Internazionale d’Arte Sacra. 1960 – Mostra personale alla XXX Biennale di Venezia. Ancora una mostra personale a New York. 1965 – È selezionato dall’Accademia di San Luca a Roma.1966 – Primo premio alla Mostra d’Arte Sacra di Trieste. 1967 – Illustra dieci poesie di Salvatore Quasimodo. Riceve il Premio Rosa d’Oro di Albissola Mare. 1968 – Medaglia d’oro al concorso di Pescia. Sulla base di un’amicizia che dura ormai da anni Salvatore Quasimodo dedica ad Agenore Fabbri una lettera aperta che viene pubblica­ta dal settimanale “II Tempo” in occasione del­l’esposizione alla Galleria Borgogna di Milano. Mostra personale ” Londra. 1969 – Riceve il Premio Internazionale di Filottrano nelle Marche. 1970 – Da questo anno in poi esegue tutti i suoi lavori in terracotta e ceramica nella manifattura San Giorgio, di Poggi e Salino ad Albissola Marina Mostra personale a Stoccolma. 1971 – Premio per l’opera “Liberazione”, Biennale Tri­veneta, Padova. 1972 – Grande retrospettiva al Palazzo Giano della Bella, Pistoia. 1973 – Medaglia d’oro della Triennale di Milano. 1975 – Ampia retrospettiva al Palazzo Reale di Milano, Sala delle Cariatidi. 1976 – Riceve il Premio Cino della Città di Pistoia. 1978 – Diventa membro dell’Accademia Fiorentina del Disegno. Nel corso degli anni Settanta vengo­no prodotti documentari sulla vita di Giorgio de Chirico, Renato Guttuso, Agenore Fabbri e altri artisti. II film Come nasce un’opera d’arte con Fabbri ha un’ampia risonanza. 1983 –  Diventa cittadino onorario di Pistoia. Ampia retrospettiva al Wilhelm-Lehmbruck-Museum di Duisburg. 1984 – Rafael Alberti con il quale da anni intrattiene un rapporto di amicizia, scrive 40 poesie sulle sue opere. Nello stesso periodo esce un film docu­mentario con entrambi gli artisti. 1988 – Mostra Malerei und Skulptur (Pittura e Scultu­ra) al Museum Ludwig di Colonia. Mostra delle sue opere pittoriche al Museo Civico di Suzza­ra, Mantova. 1991 – Progetta una panca per la Tecno di Milano che riscuote un grande successo in Europa e negli Stati Uniti. 1992 – Partecipa alla Triennale di Fellbach. Retrospettiva allo Sprengel Museum di Hannover e al Museum Ludwig di Colonia. 1998 – È eletto Presidente dell’Accademia Nazionale di San Luca. Il 4 agosto viene ricoverato in ospedale per un’emorragia cerebrale. Muore a Savona il 7 novembre.

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D’angelo Claudio

Claudio D’Angelo è nato a Tripoli nel 1938, vive ad Ascoli Piceno. Ha tenuto numerose mostre personali in Italia e all’estero; la sua attività è stata ampiamente documentata da saggi critici e partecipazioni a rassegne d’arte nazionali e internazionali. Sue opere sono presenti in Musei d’Arte Contemporanea e in Civiche Gallerie. Pubblicazioni teoriche e monografiche: 1973, Lo spazio dei progetti eli Claudio D’Angelo, a cura di Marco Armandi; Claudio D’Angelo 1963-1973, a cura di Marco Armandi e Paolo Fossati (ed. Arte e Società, Roma). 1974, Progetto di spazio, ipotesi e verìfica, a cura di Giulio Carlo Argan. 1976, Self-abuse, testi di Umbro Apollonio, Giulio Carlo Argan, Mirella Bandini, Bruno D’Amore, Luigi Lambertini, Guido Montana, Lara Vinca Masini, Sandra Orienti, Nello Ponente, Italo Tomassoni, Paolo Fossati, Toni Toniato (ed. La Nuova Foglio, Macerala). 1978, ller(azione) (ed. D’Addario, Ancona). 1982,Soglia, testi di Giulio Carlo Argan e Claudio D’Angelo. 1983, Nòesis noéseos,testi di Leo Strozzieri e Claudio D’Angelo (ed. Artecentro, Milano). 1995,Dialogo con l’invisibile, a cura di Enrico Crispolli (ed. Galleria Vismara, Milano). 2001, Episodio, a cura di Antonello Rubini (ed. Muspac, L’Aquila). 2003. 2003-1941 respiro, fermo nel vetro, a cura di Antonello Rubini (ed. Galleria Grue, Castelli). 2005, // sole ed io, a cura di Giorgio Cortenova (ed. Museo Civico, Teramo). 2006, Tratti/id­entità, video idealo e realizzato da Simone Pucci.

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Fini Leonor

Leonor Fini (Buenos Aires, 30 agosto 1907 – Parigi, 18 gennaio 1996) è stata una pittrice, scenografa, costumista, scrittrice, illustratrice e disegnatrice italiana.

Biografia

Un talento precoce

Leonor Fini nacque da padre argentino di origini beneventane e madre triestina di origini tedesche. In seguito alla separazione, madre e figlia rientrarono a Trieste nel 1909 ospiti dello zio Ernesto Braun. La bambina, soprannominata Lolò, fu al centro di una strenua lotta tra i genitori, e il padre, pur di ricondurla a sé e di portarla in Argentina, tentò in tutti i modi di riprendersela, sino a giungere a un tentativo di rapimento. La madre, Malvina Braun, occultò la bambina adottando la tecnica del travestimento: Leonor Fini in futuro adotterà spesso, anch’essa, questo stratagemma per scandalizzare gli abitanti dei paesini del Carso sloveno o per divertire amici e colleghi. Cresciuta nell’atmosfera della Trieste del Ventennio, ove si contavano numerose le figure di letterati di livello internazionale (Svevo, Saba, Bazlen) e di artisti, la Fini fu sostanzialmente una pittrice autodidatta che frequentò assiduamente gli atelier dei pittori più noti di quegli anni. Strinse una solida amicizia con Arturo Nathan, con Carlo Sbisà, ma il pittore che più si avvicinò al ruolo di maestro fu Edmondo Passauro, ritrattista e pittore di figura che segnò la pittura finiana almeno sino al suo passaggio parigino.

Vocazione e cosmopolitismo

Gli anni triestini sono dominati proprio da questo forte debito nei confronti dei protagonisti della pittura locale, da cui si affrancò dopo aver conosciuto il suo mentore milanese Achille Funi. Dopo essersi legata sentimentalmente al pittore di origini ferraresi, la giovane Leonor lascerà Trieste per trasferirsi a Milano, dove entrerà in contatto con il frizzante ambiente artistico meneghino e dove lascerà testimonianza di sé nel mosaico rappresentante La cavalcata delle Amazzoni nel Palazzo della Triennale realizzato a quattro mani con lo stesso Achille Funi. Alla soglia degli anni trenta Leonor Fini decise di varcare le Alpi per trasferirsi a Parigi, città che diverrà, seppur tra continui viaggi e tappe intermedie, la sua patria adottiva. Qui, entrata in contatto, a partire dal 1936, con i massimi esponenti della pittura e della letteratura surrealista (senza tuttavia unirsi ufficialmente al movimento),[2] da André Breton a Salvador Dalí, da Paul Éluard a Max Ernst, conobbe anche il fotografo Henri Cartier-Bresson che la presentò al suo amore dei primi anni parigini, quell’André Pieyre de Mandiargues che sarà il protagonista maschile di tanti suoi ritratti legati alla prima metà degli anni trenta. Con Max Ernst, che la definì “la furia italiana a Parigi” intraprese un viaggio a New York, ove i due esposero presso la Galleria Levy e dove venne introdotta nell’ambiente del Moma allora diretto dal mitico Alfred Barr.

Archiviata la storia d’amore con de Mandiargues, che a breve sposerà la nipote del pittore Filippo de Pisis, la pittrice triestina si legò in matrimonio con Federico Veneziani per poi separarsi a breve nel 1941. In uno dei suoi viaggi nel Principato di Monaco, durante una prima teatrale conobbe il console Stanislao Lepri che, innamoratosi follemente dell’artista, decise di lasciare la sua professione per dedicarsi anch’egli alla pittura. Ben presto la neonata coppia si trasformò in un trio: il nuovo sodalizio, cui entrò a far parte un intellettuale polacco di nome Kostantin Yelensky, chiamato dalla Fini affettuosamente Kot, resterà un esempio tangibile di triangolo amoroso basato sulle forti personalità dei suoi vertici e su una originale ma sicura fedeltà: il loro rapporto si interruppe infatti solo nel 1980, dopo trentasette anni di convivenza, causa la morte di Lepri.

Uno stile personalissimo

I tardi anni trenta e gli anni quaranta sono costellati da una cavalcata di dipinti di stampo surrealista (dal famosissimo Le bout du monde alla Pastorella delle sfingi, acquistato da Peggy Guggenheim e chiara testimonianza dell’amore della pittrice per la duplicità, l’ibrido, il doppio, spesso resi tramite sfingi o apparizioni)[2] sino ad arrivare a citazioni colte di pittori del Quattro e del Cinquecento italiano (per esempio L’alcove del 1942, chiaro rimando alla Danae di Tiziano Vecellio, o La Grande Racine del 1948 ispirata alle composizioni del pittore milanese Arcimboldo).

 

Leonor Fini insieme a Enrico Colombotto Rosso che finge di imitarla nel dipinto di un gatto

In seguito allo scoppio del secondo conflitto mondiale, ritiratasi brevemente nel Nord della Francia ospite di Salvador Dalí, decise di lasciare Parigi per rientrare in Italia, e a Roma si legò d’intensa amicizia con il pittore Fabrizio Clerici che frequentò assiduamente per tutta la vita. Qui a Roma fu quindi la protagonista della ritrattistica ufficiale del bel mondo capitolino. Alternò a questo momento cittadino, lunghi soggiorni estivi passati presso la torre di Anzio, un’antica torre di avvistamento sul lungomare laziale che lei affittava di anno in anno oppure presso il monastero abbandonato di Nonza, in Corsica. Qui, tra ispirazioni quattrocentesche, su tutti il suo maestro ideale Piero della Francesca, riuniva i suoi amici più intimi per dei veri e propri sabba basati sul travestimento, sulla fotografia, sulla pittura e sul disegno. Tra i suoi ospiti Enrico Colombotto Rosso e Dorothea Tanning, moglie dell’amico Max Ernst.

Dopo gli anni romani, in cui spiccano i ritratti di Alida Valli a seno scoperto, di Valentina Cortese, dell’amica Anna Magnani e di Margot Fonteyn, la pittrice si piegò ad uno stile diverso, ispirato dalle cosiddette “figure minerali”, in cerca di una modernità che doveva sempre forzatamente passare attraverso il suo spiccato carattere figurativo senza dimenticare alcune tappe isolate ma peculiari come il notevole L’Amicizia (1958) o Le Bagnanti (1959). Tra ispirazioni preraffaellite e momenti di recupero floreale, gli anni sessanta e settanta sono dominati da un grande fecondità che però non sempre corrispose ad una omogeneità di tratti e di scelte.

Una maturità inquieta

Verso la fine degli anni settanta, l’artista si fa maggiormente introspettiva, le sue scelte si spostarono verso tematiche nordiche ispirate anche dal pittore svizzero Heinrich Füssli e dal britannico William Blake: sono gli anni della cosiddetta Kinderstube, ovvero la “Camera dei ricordi”, ove figure femminili sospese tra la sfinge e la bambola sono circondate da esseri inquietanti e asessuati. Il rimando all’eros è sempre più evidente, le figure danzano su uno sfondo scuro opprimente e le composizioni sembrano uscire da un allestimento teatrale per un’opera di Ibsen. Dal 1992 la pittrice si ritira in una fattoria di campagna a Saint-Dyé-sur-Loire. Morirà il 18 gennaio 1996 a Parigi e sceglierà di essere sepolta nel cimitero del paese sulle sponde della Loira: come ultimi compagni di viaggio vorrà i due uomini della sua vita, Kot e Stanislao, riuniti in un abbraccio nel piccolo mausoleo a tre che svetta nel camposanto della campagna francese.

Il suo legame con il teatro, i suoi romanzi surrealisti, la sua passione per il disegno e la fotografia, i suoi tanti amori, il suo essere libera e dissacratoria ma anche il suo originale concetto di fedeltà e il suo amore per la vita, da sempre così legata alla madre e così spaventata dalla solitudine, tracciano alfine lo specchio di una personalità d’artista unica che valica i confini della pittura per collocarsi di diritto tra i grandi del Novecento.

Nel 1969 le è stato conferito il premio San Giusto d’Oro dai cronisti del Friuli Venezia Giulia. Nel 2009, l’Italia le ha dedicato una grande retrospettiva a Trieste Leonor Fini l’italienne di Parigi[3]; una sezione della mostra è dedicata ai suoi amici artisti, come Fabrizio Clerici, Pavel Tchelitchew, Jan Lebenstein, Michèle Henricot, Dorothea Tanning, Eros Renzetti.

 

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Biasion Renzo

Renzo Biasion (Treviso,1914 – Firenze,1997), pittore, incisore, scrittore, ha collaborato con le pagine culturali di diversi quotidiani e periodici ed è stato per lunghi anni titolare della rubrica d’arte del settimanale “Oggi”.
Ha insegnato Figura al Liceo Artistico di Firenze e ha esposto come invitato alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma e nelle principali rassegne di pittura e di grafica nazionali ed internazionali.
Numerosissime le sue mostre personali, in Italia e all’estero. È stato accademico delle Arti del disegno, ha conseguito numerosi premi ed onorificenze, fra le quali la Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica come benemerito delle Arti, della Cultura e della Scuola. Sue opere figurano in diverse gallerie italiane e straniere: Bologna, Firenze, Torino, Verona, Udine, Venezia (Ca’ Pesaro e Fondazione Cini), Lucca, Imola, Treviso, Rovigo, Rodi, Rovigno, Benevento, Pisa, San Pietroburgo (Ermitage), Lima; un suo ricco ‘corpus’ di incisioni è stato acquisito dal Gabinetto delle Stampe degli Uffizi di Firenze, mentre il Museo di Senigallia gli ha dedicato una sala permanente. Numerosi i saggi e gli interventi sulla sua attività artistica, ad opera, fra gli altri, di Paolo Barbaro, Fortunato Bellonzi, Luciano Budigna, Raffaele Carrieri, Emilio Contini, Corrado Corazza, Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Sebastiano Grasso, Claudio Marabini, Salvatore Maugeri, Luigi Menegazzi, Armando Nocentini, Guido Perocco, Mario Pomilio, Giuliano Serafini, Sergio Solmi, Ottorino Stefani, Giorgio Trentin, Orio Vergani, Marcello Venturoli.
Fra le sue opere di narrativa, ricordiamo in particolare Tempi bruciati (Milano, 1948) e Sagapò (Torino, 1954), scelto quest’ultimo da Elio Vittorini per la sua celebre collana ‘I gettoni’, tradotto in varie lingue e più volte ristampato.

 

Biasion incisore
101 opere per una donazione

Presentazione

Ancora una volta la nostra città e in particolare il Gabinetto delle Stampe “A. Davoli” della Biblioteca Panizzi sono destinatari di un atto di grande sensibilità culturale da parte di chi crede nel ruolo decisivo svolto dalle istituzioni culturali nel conservare, promuovere e valorizzare il patrimonio artistico del nostro paese.
Il gesto si rinnova grazie alla generosa donazione di 101 stampe di Renzo Biasion, voluta dalla signora Giselda Benasciutti per onorare la memoria del marito. Un gesto per il quale desideriamo esprimere la nostra più viva gratitudine e che viene ad aggiungersi a quelli altrettanto generosi che hanno arricchito le nostre raccolte di grafica moderna con i significativi nuclei di incisioni di Alberto Manfredi, Anna Cingi, Filippo Albertoni, Anna Cantoni, Mario Avati, Rina Ferri, Gino Gandini, Armando Giuffredi, in coerenza e in continuità con lo spirito che portò quel grande collezionista reggiano che fu Angelo Davoli a donare alla biblioteca la sua raccolta di oltre 40.000 stampe antiche e moderne.

Renzo Biasion, pittore, incisore, ma anche scrittore, nato a Treviso nel 1914 da famiglia veneziana, ha legato la sua esistenza alle diverse città in cui si è trovato a vivere, tra le quali la Venezia degli studi giovanili, la Torino del dopoguerra, la Bologna della consacrazione all’arte, la Firenze in cui visse e lavorò per oltre trent’anni. Alla nostra città lo legò il sodalizio con la Galleria Galaverni, con la Libreria Antiquaria Prandi e soprattutto l’amicizia con Alberto Manfredi, il grande artista reggiano recentemente scomparso, e siamo certi che Biasion sarebbe lieto di sapere che oggi le sue incisioni sono conservate accanto a quelle che l’amico donò alla nostra biblioteca nel 1998. Il nucleo di incisioni selezionate per la donazione offre motivi di grande interesse e consente di ricomporre l’intero quadro della produzione grafica di Renzo Biasion, sia cronologicamente che tematicamente. Si tratta infatti di stampe incise all’acquaforte o alla puntasecca che riprendono i suoi temi più amati: le periferie urbane, i paesaggi, gli interni, le nature morte, gli autoritratti, le figure, i nudi, descritti minuziosamente con la nettezza di un segno che nulla concede ai compiacimenti d’atmosfera e con il rigore espressivo di un artista che ha sempre creduto nel valore del disegno come elemento fondante dell’arte grafica. Ora dunque la documentazione di questo percorso stilistico e tematico diventa patrimonio collettivo, rendendo così accessibile a tutti la produzione di uno dei protagonisti dell’arte incisoria italiana del Novecento.

Maurizio Festanti
Direttore della Biblioteca Panizzi

 

Renzo Biasion

(Treviso 1914 – Firenze 1996)

Giovedì 4 marzo 2004 alle 18, alla Galleria Ponte Rosso (via Brera 2, Milano), si inaugura la mostra retrospettiva del pittore RENZO BIASION.

La mostra presenta venti dipinti a olio realizzati dall’artista dagli anni quaranta agli anni settanta: interni, composizioni, periferie urbane.
La personale di Renzo Biasion si affianca alla rassegna, articolata in due sezioni, dal titolo ‘Finestre sul Novecento’; la rassegna, corredata da catalogo, presenta opere di cinquantasei artisti italiani del Novecento fra i quali lo stesso Biasion.

Renzo Biasion è nato a Treviso nel 1914 da famiglia veneziana. Conseguito il diploma al Liceo Artistico di Venezia, inizia l’insegnamento del disegno nelle Scuole Industriali di Feltre. Appartengono a questi anni (1938/40) i primi ‘interni’, le prime ‘periferie’ e alcuni ‘ritratti’ a olio e acquerello. Nel 1946 espone alla Piccola Galleria di Venezia una serie di ‘interni’ che attirano l’attenzione di Sergio Solmi, direttore della rivista milanese ‘Le Arti’. E’ un periodo di intenso lavoro letterario e giornalistico.
Nel ’48 pubblica ‘Tempi bruciati’, quindi lascia l’insegnamento e si trasferisce a Torino dove è inviato speciale del quotidiano La Gazzetta del popolo; scrive i racconti di ‘Sagapò’ che saranno raccolti in volume nel 1954, con una presentazione di Elio Vittorini (Einaudi Ed., Torino). In seguito al successo di ‘Sagapò’ (a cui si è ispirato il regista Gabriele Salvatores per il suo film Mediterraneo, vincitore di un premio Oscar) gli viene offerta la rubrica d’arte sul settimanale Oggi di Milano, della quale è stato titolare per trentaquattro anni.
Trasferitosi a Bologna lascia la letteratura per dedicarsi alla pittura, all’incisione e alla critica d’arte. Ritorna quindi all’insegnamento ottenendo, per concorso, la cattedra di ‘Figura disegnata’ al Liceo Artistico di Firenze.
Biasion ha esposto alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma, alle Biennali dell’incisione di Venezia, alle Biennali di Milano e alle Quadriennali di Torino; oltre che nelle maggiori mostre di pittura in Italia e all’estero. E’ stato accademico delle Arti del disegno, ha conseguito numerosi premi ed onorificenze, fra le quali la Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica come benemerito delle Arti, della Cultura e della Scuola.

Scrive Rossana Bossaglia:
I numerosi e qualificati critici che si sono occupati fin dagli anni Cinquanta di Renzo Biasion (1914-1996) hanno ogni volta sottolineato la fondamentale caratteristica di questo straordinario personaggio: di essere disegnatore e incisore puntiglioso, e insieme caldo interprete della realtà concreta, restituita attraverso luci soffuse e atmosfere vaporose; con, a seconda dei casi, o addirittura contemporaneamente, una tagliente lucidità di tratto e una morbidezza pastosa di colore. Un artista eccezionale, che potremmo definire eclettico, considerate le caratteristiche della sua opera cui abbiamo fatto cenno; ma l’eclettismo di solito presuppone una varietà di orientamenti l’uno diverso dall’altro: Biasion invece è sempre lo stesso, in modo riconoscibile; quella formula intensa e nitida nella quale lo identifichiamo, la cui diretta matrice è il cosiddetto ‘stile Novecento’, ne sottolinea una chiara personalità; e la ritroviamo dai ritratti ai paesaggi, dalle opere di piccolo formato e dalle vedute ravvicinate ai grandi dipinti e alle vedute profonde.
Ovviamente alla sua precisa peculiarità non è estraneo uno sviluppo nel tempo, cioè l’identificabile successione di fasi diverse del suo operare, anche con predilezioni di argomenti e tematiche. A questo proposito è opportuno sottolineare l’interesse, negli anni Cinquanta, per il tema delle case operaie, o delle periferie con edifici che si sarebbero poi identificati come archeologia industriale; e, negli anni Settanta, l’affascinante sequenza dei simbolici ritratti frontali. Personaggio di forte comunicativa e insieme di grande complessità. Con la sua biografia, potremmo identificarne la fisionomia nell’incontro tra la cultura veneziana e fiorentina; ma come escludere l’influenza dell’area bolognese e la consapevolezza del menzionato Novecento lombardo? E’ sempre lo stesso ma sempre sensibile agli incontri e ai confronti.
L’omaggio che gli rende oggi la Galleria ha il suo simbolo nel dipinto ‘Ponte Rosso’, che egli realizzò nell’ultima fase del suo operare.

 

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Gazzera Romano

Nato a Ciriè nel Canavese nel 1906, morì a Torino il 24 maggio 1985, nella metafisica piazza Vittorio Veneto dove tuttora ha sede il suo studio. Iniziò a dipingere giovanissimo e per volontà del padre, ministro della guerra, si laureò in giurisprudenza. Dopo aver esercitato per alcuni anni la professione di avvocato, si dedicò esclusivamente alla pittura. La sua prima personale ebbe luogo a Milano nel 1941 e suscitò tanto scalpore da far nascere il “caso Gazzera”: in opposizione alla pittura ufficiale del Novecento si riallacciava, con linguaggio attuale, alla grande tradizione italiana. Nel 1946, finita la guerra, nacque la folta schiera delle “scimmie in costume”. Nel 1949 espose personaggi orientali e battaglie nella prima “Antibiennale” alla Galleria Bucintoro di Venezia, con Giorgio de Chirico. Nel 1950 creò i “fiori giganti”, invenzione del tutto inedita nella storia dell’arte, che lo fa considerare caposcuola della pittura neo-floreale. La moda del gigantismo floreale dilagò rapidamente in Europa e in America e oggi domina nel campo della pubblicità, delle rubriche televisive e della moda. Non minore successo ebbero i ritratti, fra i quali quello del cancelliere tedesco Erhard, di papa Paolo VI, del filosofo Marcuse, fino a personaggi quali Pininfarina e Matteotti.

“…..Bisognerebbe risognare il mondo. Romano Gazzera lo fa. E’ nato il primo a cominciare. Per lui il cielo è il cielo, il fiore sembra “gigante”? Ma no, siamo noi a essere diminuiti ad insetti ed inoltre nocivi. Alte su di noi le nubi viaggiano come galeoni incantati, intorno a noi le pietre continuano la loro vita misteriosa, e i veri “amanti” stanno nascosti agli sguardi umani, si liberano solo per qualche petalo, una corolla, un lembo azzurro lassù. Romano Gazzera sa “semplificare” con grande maestria e saggezza pittorica. I suoi toni così netti, le sue visioni, così proporzionate anche nell’assurdo, formando ormai un codice opposto alla vita e agli orrori del mondo “come è” e come “non vorrebbe essere”.
GIOVANNI ARPINO

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Lanaro Dino

Lanaro Dino Malo 1909

Lanaro è nato a Malo, presso Schio, nel 1909. Autodidatta, espone per la prima volta nel 1931 alla Internazionale d’Arte Sacra di Padova.

Nel 1937 è a Milano dove conosce Birolli e Valenti. Stringe rapporti di amicizia con letterati e artisti che nel 1939 costituiranno il gruppo di “Corrente” e partecipa alle loro prime dite mostre nella Galleria di via della Spiga. Nel dopoguerra è più volte invitato alle Biennali veneziane e alle Quadriennali di Roma. Vive a Milano dove è stato anche titolare della cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera.

(1909 – 1998) è stato un pittore italiano del movimento Corrente de Vita iniziato a Milano come contrappunto al futurismo nazionalista e ai movimenti del Novecento Italiano. Dipingeva spesso paesaggi luminosi con case.BiografiaDino è nato a Malo in provincia di Vicenza. All’età di 15 anni, ha dovuto lavorare aggiungendo tinta e colore alle stampe per una casa editrice, dove impara tipografia e litografia. Ha prestato servizio nell’esercito durante la prima guerra mondiale, ma si è trasferito a Padova dove ha incontrato altri artisti. Nel 1931 espose quell’anno con Antonio Morato, Dino Lazzaro e Luigi Strazzabosco alla Mostra Internazionale di Arte Sacra di Padova. Nel 1937 si trasferisce a Milano, dove si unirà al Movimento Corrente, stringendo amicizia con Renato Birolli ed esponendo con il gruppo alla Galleria di Via Spiga.Dopo la guerra, partecipò alla Biennale di Venezia del 1948, 1950 e 1956; e ai Quadriennali di Roma nel 1947, 1951, 1959 e 1965. A Milano, fu nominato istruttore di pittura per l’Accademia di Brera. Nel 1971, visitò il Minnesota per una mostra. Alcune sue opere sono esposte alla Galleria d’Arte moderna (GAM) di Milano e nei Musei di La Spezia, Gallarate, Alessandria, Museo Castelvecchio a Verona e Castello del Buonconsiglio di Trento. Nel 1984 a Schio si tenne una retrospettiva delle sue opere.Muore a Milano.


Bibliografia:

C. Carrà, Presentazione mostra personale, Galleria La Colonna, Milano 1953; F. Russoli, Presentazione mostra personale, Galleria del Naviglio, Milano 1958; G. Mascherpa, Presentazione mostra personale, Galleria Annundata, Milano 1964; D. Formaggio, Dino Lanaro, Milano 1989 (con bibliografia).

 

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Margotti Anacleto

Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 70 (2014)

Il Maestro morì a Imola il 3 maggio 1984.

MARGOTTI, Anacleto. – Nacque a San Potito di Lugo di Romagna il 2 agosto 1895, ultimogenito di Francesco, operaio, e di Filomena Bertuzzi.

A causa delle modeste condizioni economiche della famiglia sin da bambino iniziò a lavorare come bracciante agricolo e garzone, entrando poi come apprendista nella bottega di un decoratore, dove iniziò a impratichirsi nelle tecniche della tempera e dell’affresco. Parallelamente, mosso da una precoce vocazione artistica, incoraggiato dal sacerdote P. Rambelli, si dedicò al disegno e allo studio delle opere custodite nelle chiese dei dintorni. Tredicenne realizzò un Autoritratto (Imola, Raccolta d’arte Margotti) che, inviato al concorso indetto dalla Cassa di risparmio locale, ottenne il primo premio, consentendogli di continuare gli studi.

Nel 1914 realizzò per la cappella battesimale della chiesa arcipretale di Alfonsine un Battesimo di Cristo a fresco (ripr. in Solmi, p. 153). Anche grazie al discreto successo riscosso in quella occasione sulla stampa locale, il M. conobbe alcuni artisti e intellettuali romagnoli, come il musicista F. Balilla Pratella e il pittore G. Vespignani, venendo in contatto in tal modo con la poetica futurista. Chiamato alle armi nel 1915 in fanteria, nel 1917 il M. riuscì a ottenere, durante una licenza, l’abilitazione all’insegnamento del disegno presso l’Accademia di belle arti di Bologna. Nello stesso anno perse il fratello Luigi Mario, caduto sul Carso; rimasto egli stesso ferito in combattimento, venne ricoverato in ospedale a Venezia, ove l’incontro con il pittore E. Notte lo incoraggiò nella propria determinazione di tentare la carriera artistica. Dopo la guerra il M. si stabilì a Imola, dove abitò sino alla morte insieme con la compagna Elvira Martelli. Nel dopoguerra pubblicò i romanzi Sfiducia (Bologna 1919) e Ombre di vita (Bologna-Imola 1922) nei quali appare partecipe della crisi vissuta in quel momento da gran parte della cultura europea. Non smise tuttavia di dipingere, realizzando nel 1919 la Vergine appare a s. Casciano per la chiesa di Rocca San Casciano e, insieme con Vespignani e N. Pasi, alcuni dipinti e decorazioni per il palazzo Ginnasi a Imola. Nel 1920 esordì, all’annuale rassegna bolognese dell’Associazione Francesco Francia, con uno Studio di Cristo, confermando negli anni successivi il suo interesse per l’arte sacra con una serie di opere destinate ad alcune chiese della zona: la Beata Teresa del Bambin Gesù del 1924 e il Sacro Cuore del 1925, entrambe a Imola, rispettivamente, nella chiesa del Carmine e in quella dei Servi; e ancora S. Pietro risana lo storpio del 1925 per la chiesa di Casola Canina.

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Cicconi Franco

Mostra Personale di Franco Cicconi
Macerata, Pinacoteca Comunale, 7 Novembre – 17 novembre 1963

La Mostra Personale di Franco Cicconi è allestita a cura della Brigata
“Amici dell’Arte” presso la Galleria di sua appartenenza e presso il Palazzo della Pinacoteca.

Cicconi, profeta dell’arte

MACERATA – Ad un anno dalla scomparsa, rivive in tutta la sua di­mensione umana e artistica Franco Cicconi (Macerata 8.1.1929 – Urbisa­glia, 27.4.2003), gallerista estroso e il­luminato, attivo negli anni ’60-’80. Le sue mostre alla galleria d’arte Sci­pione (poi galleria Cicconi), in Via S. Maria della Porta 36, hanno segnato un’epoca. In questo prestigioso spa­zio hanno esposto i più grandi artisti da Tamburi a Brindisi, Dottori, Care­na ed altri maestri contemporanei Franco Cicconi amava il nuovo e le avanguardie e questo lo porterà a sco­prire i giovani talenti (Romano Notati, Valeriano Trubbiani, Sirio Reali). Ha partecipato alle fiere più impor­tanti, in Italia e all’estero, presentan­do le opere di artisti famosi come An­geli, Bartolini, Boetti, Buren, De Do­minicis, Tano Festa, Kounellis.,Mu­nari, Men, Ontani, Paoloni, Peschi, Tulli, Pistoletto, Pozzati, Sol Lewitt, Warhol. Tentò anche di aprire una galleria a Milano, ma senza fortuna. Tornò a Macerata e poco dopo chiu­se la galleria. La fiamma dell’arte che alimentava i suoi sogni di ragaz­zo gli resterà impressa nell’animo.

Poco prima di morire, allestisce ad Urbisaglia due mostre, una dedicata a Giorgio Bompadre, suo grande esti­matore, l’altra con le opere degli arti­sti romani Tano Festa, Mario Schifa­no, Gino De Dominis, Luigi Ontani, e tre quadri di Raoul Batocco, Anselmo e Giuseppe Scaiola. Per l’occasione scrive «Scoprire l’arte», un opuscolo che può essere; considerato il suo te­stamento artistico e spirituale. Sarà questa l’ultima, performance, una sor­ta di bagno catartico prima di scopri­re nuovi segni e colori di un altro mondoche appartiene all’eterno.

Alvaro Valentini

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Becheroni Elvio

Elvio Becheroni ( Firenze, 1934 – Brasile, 2000).

Pittore, scultore, grafico, creatore di gioielli e artista della ceramica,  opera principalmente nel capoluogo lombardo, in cui si trasferisce in giovane età. La sua attività artistica inizia negli anni Sessanta e in quel periodo partecipa a numerose mostre collettive e personali, traducendo le nuove tendenze imperanti dello Spazialismo e dell’Informale, in ricostruzioni, apparizioni, sparizioni e personaggi dal gusto assolutamente personale. Nel 1978 lascia l’Italia per vivere e lavorare in Brasile dove si lascia ispirare dalla natura e dal legno pregiato dell’Amazzonia. Dopo una spedizione nella foresta recupera dei tronchi salvati dalle fiamme di un incendio  e con essi crea grandi sculture ambientaliste in cui vuol far emergere  la sofferenza della natura per mano dell’uomo. Per molti anni si dedicherà all’attività artistica con lo scopo di attuare una sensibilizzazione generale sulla sopravvivenza della foresta amazzonica.

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Scaiola Giuseppe

Giuseppe Scaiola nasce nel 1951 in una frazione agricola di Cairo Montenotte, un centro industriale in provincia di Savona. Il padre, Mario, era operaio e la mamma, Maria Rabino, casalinga.

I genitori lo incoraggiano da subito nella sua vocazione d’artista, che si manifesta precocemente nell’interesse verso il disegno e la pittura.

Anche la scelta degli studi (Liceo Artistico, a Savona) avviene in modo lineare e condiviso dalla famiglia.

Un forte legame con le proprie origini è rimasto sempre una componente significativa nel lavoro di Scaiola: un interesse spiccato verso la Terra, la Natura, il Lavoro.

Terminati gli studi ad appena ventun anni, nel 1972, insegna Discipline Plastiche nel medesimo Liceo “A. Martini” e contemporaneamente si iscrive all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, presso la quale si diploma nel 1975. Torino è, in quegli anni, un centro assai fervido di iniziative legate all’arte contemporanea e Scaiola diventa amico di artisti come Gilberto Zorio, frequentando assiduamente il mondo delle gallerie, in particolare quelle di Giorgio Persano e di Gian Enzo Sperone.

La sua attività espositiva inizia con la partecipazione alla Quadriennale romana del 1975, cui fa seguito una bella personale al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, con la presentazione di Franco Farina, nel 1976 e, l’anno successivo, alla Galleria Civica di Modena. Dagli inizi della carriera, il mecenatismo della famiglia Castagneto lo ha notevolmente aiutato nel suo percorso artistico.

Nel ‘79, Scaiola è a Milano con una nuova personale alla Galleria Annunciata con presentazione in catalogo di Gillo Dorfles. Esce pure, in quell’anno, un’intervista sul “Corriere d’Informazione”, a firma di Ferruccio De Bortoli. Nel 1980 lavora per un breve periodo a Parigi, dove termina il ciclo dei quadri delle suore.

Da quel momento, Giuseppe inizia a risiedere stabilmente nel capoluogo lombardo ove frequenta assiduamente il grande scultore Agenore Fabbri, da lui conosciuto in quel di Albissola, e che rimarrà per sempre un’amicizia carissima.

Si interessano al suo lavoro – tra gli altri – galleristi “d’avanguardia” come Franco Cicconi, di Macerata, e critici come Roberto Sanesi, Francesco Vincitorio, Flavio Caroli e Renato Barilli che lo presenta alla Galleria d’Arte Contemporanea di Suzzara e Malcesine, nel 1984. Nello stesso anno, muore il padre dell’artista e quest’evento dolorosissimo avrà un’influenza notevole sul suo successivo lavoro. Scompare, in pratica, l’elemento figurativo dai suoi quadri e – come felicemente ebbe a scrivere Lucio Del Gobbo – “è l’ampio campo informale che da scenario diventa luogo di ricerca” nella sua pittura. Il frutto di questo radicale rinnovamento viene esposto nel 1986 alla Galleria Artra di Milano. L’evento di quella esposizione è ricordato per l’acquisto di tutte le opere da parte del collezionista Salvatore Manzoni, con il quale Scaiola stringe un’amicizia che dura tutt’oggi con un legame di reciproca stima.

Nel 1988, Scaiola sposa Giancarla Pongibove, che ha frequentato sin da ragazzo.

A metà degli Anni Ottanta, Giuseppe ha anche iniziato la collaborazione con uno dei maggiori serigrafi d’Europa, il genovese Rinaldo Rossi: un sodalizio destinato a durare e dal quale, in questi anni, è scaturita una serie limitata, ma estremamente qualificata, di opere grafiche.

Sempre nello stesso periodo, Agenore Fabbri presenta Scaiola al collezionista tedesco Volker W. Feierabend che s’interessa subito al suo lavoro.

Da questa amicizia nasce una forte attenzione da parte del mondo collezionistico e museale tedesco che si evidenzia in un vasto programma di esposizioni.

Parallelamente la Galleria Klaus Braun di Stoccarda divulga il suo lavoro e questa collaborazione continua tuttora.

L’interesse diventa più vivo e si estende a vari ambienti artistici della Repubblica Federale. Vengono acquisite sue opere da importanti musei come il Ludwig di Colonia, la Galerie der Stadt di Stoccarda e il Kunstmuseum di Bonn, il cui direttore, Dieter Ronte, scrive una presentazione in catalogo per una serie di mostre che si tengono sia in Germania che in Italia nel 1992 e nel 1993.

Il 1994 si chiude con l’esposizione di 50 sue opere al Kulturhistorisches Museum di Stralsund.

Nel 2001, il gallerista svedese Mats Bergman, con galleria a Stoccolma, vuole conoscere il nostro artista dopo aver visto un suo quadro in casa della collezionista Andrè Barbro, sua connazionale.

Dopo questo incontro viene organizzata una mostra che si tiene nella capitale scandinava nella primavera di quell’anno e viene eseguita una serigrafia ispirata ai versi “I ricordi mi vedono” del poeta svedese Thomas Tranströmer.

Al ritorno da quel viaggio, muore l’amatissima madre.

Nel 2002 vi è l’acquisizione da parte del CIMAC – Civico Museo d’Arte Contemporanea di Milano di un quadro dal titolo “Terra d’oro”. Il dipinto è presente nella mostra intitolata “BELLA PITTURA”, presentata al Nuovo Museo di Weimar, al Museo Von der Heidi di Wuppertal ed alla Stadt Galerie di Klagenfurt.

Nello stesso anno, inoltre, Scaiola si lega a contratto con la Galleria Il Prisma che, tra l’altro, promuove per lui un ciclo di mostre personali al National Museum of the Istori and Culture of Belarus di Minsk in Bielorussia e alla Fortezza dei S.S. Pietro e Paolo di San Pietroburgo in Russia nel corso del 2003, 2004. Presentazione in catalogo del critico Aleksandr Borovskij.

La sua intensa attività prosegue con un ciclo di mostre personali nei musei tedeschi e spazi pubblici italiani e con la collocazione di un’opera nelle rispettive collezioni permanenti.
Nell’ambito di un rapporto stabile e di collaborazione con la Galleria Bergman, il 2005 si chiude con una mostra al Lindingö Konsthall di Stoccolma.

Nel 2006 Giuseppe Scaiola si lega con un contratto in esclusiva per l’Italia con la Galleria JZ Art Trading di Milano. Una mostra nella primavera del 2007 ne evidenzia il rapporto.

In autunno, dopo una breve e violenta malattia muore l’adorata moglie.

Nel 2009 vengono programmate due nuove mostre in Austria, una a Klagenfurt ed una a Villach.

Oggi, Giuseppe Scaiola ha cinquantotto anni. Quando non è a Milano o in giro per il mondo, vive in una bella casa affacciata sullo splendido golfo di Bergeggi, dove nascono anche i suoi grandi quadri e dove riceve i visitatori italiani e stranieri, coadiuvato dalla fedele interprete – segretaria Karin Mattsson Ferrari.