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Massetani Lamberto

Massetani - foto ricordo

Un sessantennio di vita artistica maceratese

Massetani Lamberto un uomo sempre sorridente, non molto alto, anzi diciamo francamente di piccola mole; due baffetti alla moda, sempre impeccabile; non lo abbiamo visto mai in disordine nemmeno quando si «appiccavano» i quadri.

Questa dell’appiccare i quadri era una cosa seria. Deve sapere il lettore che a quell’epoca, ed in certe occasioni grandi lo si fa pure oggi, gli artisti partivano con le loro opere una ad una sotto il braccio; a volte in taxi; giunti in galleria si disponevano i quadri in terra lungo le pareti; e lì a guardare; prendi questo, sposta quello, ritorna indietro; no! si! così va bene e giù a «biastimare» perché un chiodo non entrava nel muro.

Poi la collocazione, tutti sulla stessa base in linea continua, oppure «in ordine sparso»; il grande vicino al piccolo un tema vicino all’altro e così via.

A far questo lavoro erano gli artisti; quelli che credevano alla loro opera che l’amavano e che a volte non volevano cederla e «se proprio capitava» alla soddisfazione del «realizzo» subentrava lo sconforto della perdita.

Gli artisti a quei tempi non erano venali; anzitutto l’opera veniva ceduta a chi era amato dall’artista me­desimo, mai al primo sconosciuto.

Conosco, ma cosa dico amo fraternamente Umber­to Peschi (così come amavo il fratello Alberto) uno scultore degno del massimo rispetto: ebbene state pur tranquilli che Peschi potrebbe morire di fame, ma le sue opere le cede solo a chi gli è simpatico, e per essere simpatici a Umberto Peschi è necessario prima com­prendere certe cose e poi capirlo; non si può comprare quello che piace sol perché si hanno i soldi.

I vecchi futuristi erano così: e Massetani era uno di loro.

E così torniamo all’uomo.

Comprese il futurismo e ne assimilò immediatamente l’essenza; fu vicino a Tano ed ebbe lodi da lui, conobbe Marinetti e lo ricordiamo correre con i piccoli veloci passi vicino a quelli del Monachesi e del Tano; il passo di coloro che, più piccoli di statura, debbono avere di fronte a chi ha le gambe più lunghe.

Polemico, ma non alla Monachesi, non alla Bartoli­ni; diceva francamente il suo pensiero. Insegnava ed era amato dai ragazzi, amava la famiglia, amava la moglie.

Del resto i futuristi erano fatti così.

Marinetti nella sua lunga vita di scrittore, poeta, guerriero e chi più ne ha più ne metta, amò moglie e famiglia.

Dire di Massetani è parlare del gruppo.

La pittura di Massetani fu subito notata ed annota­ta; di lui soprattutto colpivano i colori una spiccata velocità di realizzo che – intendiamoci bene – non era frutto di frettolosità ma di sicurezza nel tratto.

E qui dobbiamo per forza di cose ricordare che questi giovani futuristi maceratesi erano anche e so­prattutto degli ottimi disegnatori; anche oggi a distan­za di tanti anni guardando i disegni dell’epoca si resta interdetti.

Si pensi che in quegli anni i colori acrilici, i penna­relli !erano cose al di là da venire; si usava la matita nera, la gloriosa «Faber» n° uno, numero due, numero tre; si sfumava con un rotolino di carta assorbente o con le dita; i mezzi erano poveri; mai, quasi mai, l’aborrito inchiostro; e quei disegni aventi carattere definitivo o preparatorio di pitture erano mirabili; degni assolutamente dell’opera finale.

E Massetani era disegnatore finissimo, di pura eleganza formale. Quella era gente che – si ricordi Bartolini – girava sempre con un blocchetto in tasca, e appena aveva una idea la fissava in un appunto.

Una volta vedemmo taluni taccuini di Prampolini; piccoli, stupendi, un gioiello; Massetani lavorava così e per far ciò bisogna avere intelligenza ed intuito.

Chi è in grado di fermare in un attimo, o meglio ancora di notare il movimento di una ruota che gira?

Appunti, ricordi di uomini che non solo sono stati ma che esistono ancora oggi, anche se «giacciono» e se non li incontriamo più per la strada.

Goffredo Binni

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Vania Elettra Tam

Vania Elettra Tam

Diplomata al Liceo Artistico di Como,

ha frequentato la Nuova Accademia di Belle Arti e la scuola di Grafica Pubblicitaria al Castello Sforzesco di Milano. Ha lavorato per 13 anni nel settore del disegno tessile per Moda e Arredamento, coltivando parallelamente la passione per la pittura, fino a dedicarsi unicamente ad essa.

Registrata negli Archivi della Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia in data  6/05/2006, registrata negli Archivi del “centre de recherche et de documentation du Mnam” – Musée national d’art moderne/Centre Pompidou – Paris dal 2006.
Dal 2006 collabora con la rivista elettronica d’arte contemporanea

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Giuggioli Giuliano

Giuggioli Giuliano, autoscatto

Giuliano Giuggioli è nato il 14 luglio 1951 a Vetulonia, in provincia di Grosseto. La sua formazione artistica ha seguito un iter consueto in altri tempi: autodidatta, ha appreso tutte le tecniche pittoriche e di stampa frequentando assiduamente le botteghe, le stamperie e i cantieri artistici, formandosi una solida cultura generale e soprattutto professionale. Attualmente la sua produzione spazia dalle grandi tele ad olio, alle sanguigne, alle tecniche su carta e legno, affreschi, murales, ceramiche, acqueforti, serigrafie e litografie.

Nel 2004 si è dedicato anche all’attività di scenografo, realizzando le scene per il musical, di Lamberto Stefanelli.
Ha partecipato alle ultime cinque edizioni dell’Art Expo di New York, dove, inoltre, è stato ospite dell’esclusivo Circolo degli Artisti della città.
Molte sue opere sono state pubblicate dalla rivista, edizioni Eri/Rai, diretta da Gabriele La Porta.

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Gentiletti Giovanni

Giovanni Gentiletti

8 Maggio 2010, muore a Pesaro, dopo una malattia, lo scultore Giovanni Gentiletti. Originario di Candelara, aveva 63 anni. Amico e collaboratore di Arnaldo Pomodoro, era noto per i suoi lavori di grandi dimensioni in rame e ferro. Aveva insegnato sbalzo e cesello presso l’Isa di Pesaro. I funerali domani, nel Duomo pesarese.

mostra in onore di Gentiletti, scultore pesarese, promossa della Banca dell’Adriatico.

 

Inaugurata la mostra dello scultore pesarese promossa da Banca dell’Adriatico.

L’8 maggio 2014, a quattro anni esatti dalla scomparsa dello scultore pesarese Giovanni Gentiletti, è stata inaugurata una mostra intitolata all’artista, nello spazio espositivo esterno dedicato alla scultura e agli artisti del territorio, presso la sede della Banca dell’Adriatico, in via Gagarin 216.

L’iniziativa, alla sua seconda edizione, è legata ad un progetto ideato dalla Banca dell’Adriatico, con l’intento di mettere a disposizione della comunità pesarese, le opere degli artisti locali. Il progetto intitolato “LA (S)CULTURA IN BANCA”, ha già ospitato, lo scorso anno, le opere dello scultore Claudio Cesarini.

Presenti in sala, il Direttore Generale della Banca dell’Adriatico, Roberto Dal Mas, la moglie dello scultore, Tullia, le figlie Ilaria e Daniela, Jacqueline Ceresoli, Storico e Critico d’arte.

Roberto Dal Mas, artefice di questo nuovo indirizzo culturale intrapreso dalla banca, ha illustrato le doti artistiche ed umane di Gentiletti, artista tra i più amati del territorio, maestro indiscusso, nella lavorazione dei metalli, specialmente del rame, materiale che ha connotato tutte le sue opere.

Banca dell’Adriatico attraverso la mostra dedicata a Gentiletti ha inteso valorizzare il lavoro di un artista così importante per Pesaro mentre, con questo progetto espositivo vuole dar voce e sostegno alle tante eccellenze artistiche espresse da questo fecondo territorio.

Ha preso poi la parola la figlia di Gentiletti Ilaria e dopo aver ricordato con amore e adorazione la figura del padre, ha esposto il progetto che la famiglia intende realizzare: catalogare tutte le opere di Gianni, trasformando l’atelier in una casa-museo per rendere fruibile e mettere a disposizione della comunità l’intero patrimonio dell’artista.

Successivamente, il pubblico ha assistito alla proiezione di un video realizzato da Marcello Franca che ha ricostruito egregiamente la vita artistica di Gentiletti, attraverso stralci di interviste, reportage e foto che hanno riproposto Giovanni nei suoi momenti creativi, immerso nei suoi laboratori con le sue creature. Nel video, le immagini e la voce di Giovanni hanno creato suggestione e commozione tra tutti i presenti specialmente alla fine del filmato accompagnata dai versi di una dedica a Gentiletti del poeta Franco Ampollini: “Ora che non sei più resta il tuo sole… la tua presenza intensa… nel nostro cuore come reliquia giace…

L’emozione ha riempito la sala quando Jacqueline Ceresoli, ha recensito con passione, anima ed enfasi le opere di Gentiletti, mettendo in luce il cammino artistico ed esaltando in maniera sublime le sculture del maestro, dalle quali emerge un animo gentile e riservato. Giovanni non si è piegato ai vincoli del mercato e delle tendenze, ma ha compiuto un percorso artistico solitario, di forme, di creatività e di evoluzione dato dall’incontro con Arnaldo Pomodoro e dalla sua continua ricerca e sperimentazione personale. Le sue opere rappresentano la mescolanza tra la terra e l’ambiente, tra antico e contemporaneo anche grazie alle cromie dei metalli che spaziano dal rosso ramato, al ruggine, al verde rame effetto della naturale ossidazione. La mostra racchiude una selezione di circa trenta pezzi, che coprono un arco di tempo che va dagli anni ’70 agli anni ’90. Dalle opere esposte si evince il passaggio dallo stile figurativo, con la serie degli aironi, al simbolismo come le sculture-quadro simili a fogli, le ruote, le stele, i portali e le maestose forme geometriche, più cifrate e personali, caratterizzate da tipicità, ideazioni, simboli e segni per mettere in rilievo la materia.

Le opere sono state collocate negli spazi esterni, nell’atrio d’ingresso e al piano nobile della Banca dove le forme zoomorfe dialogano con la collezione d’arte dell’istituto. Al termine di una presentazione mai scaduta nella retorica, condotta con brio dal giornalista Mattia Ferri durata meno di un’ora, le persone del pubblico sono state invitate ad “adottare idealmente” una scultura di Gentiletti, scegliendo quella che più rappresentasse la propria personalità, immortalate dal fotografo Luciano Dolcini autore anche della splendida immagine proposta nell’invito e nello stendardo che accoglie i visitatori.

La mostra resterà aperta al pubblico fino al 30 ottobre prossimo.

da Donatella Ciavarroni
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GIANNI GENTILETTI ci fa amare il rame, la scultura a sbalzo su rame, ed è già questo un risultato che merita d’essere spie­gato. Lo scultore pesarese, quasi a scherno della propria giovi­nezza, ha saputo assai presto liberarsi della tentazione dell’ele­ganza che pure doveva emergere senza sforzi dalle sue mani. Anche se essa poteva bastare alle ragioni commerciali e sociali del nostro tempo. Non a lui, che invece – con una determina­zione appena velata di svagata modestia, con l’umiltà di chi vuoi conoscere il vero – si è diretto a forme più scabre e compatte, meno svolazzanti e gentili.

Ha già superato da tempo il rischio d’ogni mediocre decorativi­smo, i suoi aironi non si concedono più al gusto leggero dei particolari piacevoli e si sono acquattati, rinchiusi, rappresi in un grumo intenso di forza compressa. La figura stravolta si concentra e insieme si riduce a larva essenziale: da tale tensio­ne all’essenza affiora un’anima primordiale. La dialettica intima che vi è impressa ci fa allora ricollegare questa ricerca della primitività con i drammi più profondi della nostra età. Il mestie­re, scaltrissimo, si sublima e si redime nella ricerca senza di­strazioni. Dalla fucina sonora s’innalza il silenzio dell’artiere che medita col rame, col fuoco, con la pece: uno scavo teso a sondare forse anche l’insondabile. Così Gianni Gentiletti, che di primo acchitto sembra riverberare il sapore di un’era primi­genia, riesce a proiettarsi in inchieste originali sulle inquietudini del tempo futuro.

FABIO CICERONI

Assessore alla Cultura Provincia di Ancona

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Gianni Gentiletti nella vita è un vero signore, sprigiona ottimi­smo e voglia di fare, è sereno ed umile, semplice come il rame che lavora.

Se a Pesaro vi avventurate nella zona del porto, in una vecchia casa rurale a ridosso del colle S. Bartolo, tra moderni alti ca­seggiati, troverete un artista artigiano, un forgiatore di forme che si muove nella materia con sicurezza e maestria. Guarda la lastra di rame con amore, la solleva, la gira e la sostiene; per un attimo il suo pensiero è sospeso, poi gli occhi manife­stano lo scatto creativo; lui vede già la forma che verrà e il pia­cere profondo glielo leggete sul volto. Fra le espressioni artistiche delle antiche civiltà ce n’è una che lo ha inizialmente stregato: l’arte egizia. Quegli uccelli che af­fiancano gli umani nell’oltretomba rievocano i sentimenti e i dubbi che ciascuno porta dentro, quei volatili che allungano i propri arti nello spazio sfumano i propri contorni e si ritrovano a vivere di pura esistenza fantastica. Nel corso del tempo, in vent’anni di paziente ricerca, il suo zoo mentale si è arricchito, la vita animale ha preso dimensioni nuove e diverse raccogliendosi su strutture quadrate, triango­lari, circolari o ergendosi come stele gemmate e impreziosite da pietre coloratissime. Di tanto in tanto, poi, lascia il rame e prende in mano l’oro:

nascono collier, anelli e spilloni di raffinato disegno ma l’ispira­zione non muta. Chi visiterà questa mostra potrà ammirare an­che questa parte della sua produzione. A questo amabile artista, che allunga la sua grossa mano rude al visitatore in segno di cordiale saluto, Serra de’ Conti apre i suoi spazi con spirito amico.

GIANFRANCO MANCINI

Assessore alla Cultura Comune di Serra de’ Conti

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Bassotti Silvia

Bassotti Silvia

Silvia Bassotti, nasce a Senigallia il 21 aprile 1974

Nel 1993 si diploma all’Istituto Statale di Urbino e tra i lavori più diversi, accantonati matite e pennelli si laurea al DAMS di Bologna.

La voglia di sognare e colorare, sopita per un po’ si risveglia e, nel 2004, frequenta un corso di illustrazione a Sarmede con S. Junakovic, esperienza che ripete nel 2012 con un laboratorio di Anna Laura Cantone.

Da allora conciliando il lavoro all’aria aperta in un vivaio e gli impegni familiari, cerca di creare un proprio mondo illustrato, leggero e colorato aiutata dai figli Matteo e Elena (7 e 4 anni), i suoi critici più severi e più preziosi.

Note biografiche:

  • 1993 Maturità artistica, indirizzo Cinema d’Animazione, Istituto Statale d’Arte di Urbino

  • 2001 Laurea in DAMS, Università degli studi di Bologna, indirizzo Arte

  • 2003 Selezionata alla 4° edizione del Concorso Internazionale di Illustrazione indetto dall’Accademia Pictor di Torino

  • 2003 Segnalazionedi merito per il premio Fumettintesi (Associazione Nuvoloso)

  • 2004 Corso estivo con S. Junakovic a Sarmede

  • 2005 Vincitrice del Premio Critici in Erba, alla 6° edizione del Concorso Internazionale di Illustrazione indetto dall’Accademia Pictor di Torino

  • 2012 Laboratorio di Anna Laura Cantone a Sarmede.

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Ghermandi Quinto

  • da Wikipedia:

Quinto Ghermandi (Crevalcore, 28 settembre 1916 – San Lazzaro di Savena, 18 gennaio 1994) è stato uno scultore italiano, esponente di spicco dell’arte informale.

Nato ai Ronchi di Crevalcore (Bologna) il 28 settembre 1916 in una famiglia di proprietari terrieri appartenente alla borghesia agraria emiliana, che aveva la propria dimora nel castello di quella frazione (oggi proprietà del Comune di Crevalcore), scopre giovanissimo la sua vocazione per la scultura. A cinque anni, il suo gioco preferito è realizzare oggetti con la creta, materiale che si procura in una fornace di laterizi situata all’interno della tenuta di famiglia. Ma la decisione di diventare artista matura in lui allorché, sempre bambino, assiste insieme al padre all’inaugurazione del monumento ai caduti della prima guerra mondiale e resta “folgorato” alla vista del complesso scultoreo.

Si forma prima al Liceo Artistico di Bologna con Cleto Tomba, poi studia alla scuola di Ercole Drei, all’Accademia di Belle Arti del capoluogo, dove consegue il diploma in Scultura nel 1940.

Partecipa alla seconda guerra mondiale prima come bersagliere in Grecia, poi come paracadutista in Egitto, dove prende parte alla battaglia di El Alamein. Viene catturato dai britannici e resta prigioniero per quattro anni in uncampo di concentramento nel deserto. Dopo l’8 settembre del 1943 si rifiuta di collaborare con gli anglo-americani – che, per fedeltà al giuramento di soldato, considera ancora suoi nemici – e viene liberato soltanto nel 1946. In quegli anni avrà modo di conoscere, attraverso le riviste britanniche, l’opera di Pablo Picasso e di Henry Moore.

Tornato dalla prigionia, inizia l’attività artistica realizzando piccole sculture in terracotta, poi sperimenta la ceramica e il ferro saldato. Comincia anche ad esporre le sue opere. Nel 1952 partecipa alla XXVI Biennale di Venezia.

Il suo primo approccio con il bronzo (tecnica della fusione a cera persa), materiale che gli consentirà di esprimere appieno il suo talento, avviene nel 1958 grazie all’intuizione dell’imprenditore edile Giona Baldisserra, suo grande amico e mecenate, che gli commissiona una serie di sculture raffiguranti animali per il suo parco, da realizzarsi appunto in bronzo. In quello stesso anno si aggiudica il Premio Bologna.

L’anno seguente ottiene il premio per la scultura di Carrara e vince, insieme a Lynn Chadwick, il premio internazionale del Bronzetto a Padova. È ormai presente in tutte le più importanti manifestazioni d’arte nazionali e internazionali.

Nel 1962 partecipa, insieme ai più importanti scultori internazionali dell’epoca, alla mostra Sculture nella città organizzata da Giovanni Carandente nell’ambito del V Festival dei Due Mondi a Spoleto. Presenta due sculture in bronzo: L’albero della paura del 1959 e L’eclisse del 1962.

Prende parte alla XXX Biennale di Venezia nel 1960 e poi alla XXXIII nel 1966. Nel 1965 partecipa alla IX Quadriennale di Roma con sale personali. Per tutto il corso degli anni sessanta si susseguono le mostre personali e le partecipazioni a tutte le grandi mostre di scultura organizzate in Europa, Stati Uniti, Giappone, Brasile, Nuova Zelanda, Iran ed Egitto.

Nel 1964 presenta un gruppo di opere alla rassegna documenta III di Kassel.

Nel 1967 e 1969 vince il premio di scultura al Fiorino d’Oro di Firenze.

Sue opere sono presenti in raccolte pubbliche e private in Europa, soprattutto in Scandinavia, negli Stati Uniti e in America Latina; numerosi i monumenti pubblici e le fontane realizzati in tutto il mondo.

È stato titolare della cattedra di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Firenze e poi di Bologna, dove, dal 1981 al 1984, ha ricoperto anche la carica di direttore.

Sposato con la pittrice Romana Spinelli (scomparsa il 5 agosto 2013), Quinto Ghermandi ha avuto tre figli: Cristina (deceduta nel 1993), Francesca (famosa fumettista e illustratrice) e Martino (editore).

È deceduto a Bologna il 18 gennaio 1994.

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Mariani Federico

Federico Mariani è nato a Civitanova Marche il 24 Ottobre 1983.

In giovane età si avvicina al mondo dell’arte e della pittura, grazie alla figura paterna.

Frequenta quindi il Liceo Artistico Statale di Porto San Giorgio, dove affina le tecniche del disegno e della pittura sotto la guida dei maestri Piero Principi e Maurizio Governatori. Grazie a loro partecipa alle prime collettive, quali “Il nudo nel 900” e “Arte e Poesia” .

Il suo percorso continua poi all’Accademia delle Belle Arti di Macerata nella sezione pittura, dove si laurea con il massimo dei voti. Qui la visione che ha dell’arte comincia a maturare, grazie anche ai conflitti con i professori e i colleghi, i quali lo rendono intransigente verso ogni forma “d’arte” che non abbia la filosofia del segno, la conoscenza tecnica e l’amore per la sofferenza nella realizzazione di un’opera ben intessute nella sua trama. Partecipa tra il 2004 e il 2008  a mostre collettive e personali nel territorio Marchigiano.

Nell’inverno del 2008 decide di partire per New York, negli Stati Uniti, dove  trascorre un breve periodo di tempo a causa della forte crisi economica, riscuotendo comunque   giudizi favorevoli da parte del pubblico e di alcune gallerie d’arte situate nella zona di Chelsea. Il suo lavoro oltre a una connotazione tecnica comincia ora ad acquisire importanza espressiva, il colore sulla tavolozza diventa più  scuro, e la saturazione cromatica si abbassa notevolmente.

Le pennellate diventano più frenetiche e il gesto e il segno sono ora protagonisti indiscussi dell’opera.

Nei suoi lavori tenta di creare una sensazione di leggerezza, un ambiente onirico, dove nulla è delineato, né il soggetto né la storia, tutto rimane sospeso in una dimensione evanescente, dove lo spettatore è chiamato a completare l’opera con la propria sensibilità.

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Trubbiani Valeriano

TRUBBIANI VALERIANO - scultureTRUBBIANI VALERIANO - disegni

Il segno inquieto di Trubbiani

Alvaro Valentini

Segni e simboli, prima ancora della parola, sono stati all’origine il mezzo comunicativo più immediato ed efficace. Si pensi ai graffiti nelle caverne, ai fuochi, ai tam tam, ai gesti magici, rituali e religiosi che hanno consentito l’incontro e la comunione tra gruppi etnici eterogenei. Ancora oggi il linguaggio è legato al senso dionisiaco dell’essere e del suo ambiente. Ogni segno, ogni immagine si cala dentro il sentimento del tempo ed esprime nella pienezza dei valori estetici l’evoluzione sociale, culturale e storica di ciascun popolo. In questo contesto l’arte è una forma di alchimia, un medium suggestivo che si esprime in forme infinitamente varie, capaci di dialogare con la sensibilità dell’altro. Arte, come espressione della mente e dello spirito, come aspirazione ad una novella genesi. «Il mondo non è stato creato una volta affermava Proust , ma tutte le volte che è intervenuto un artista originale». E Valeriane Trubbiani, nato in grembo alle rovine della romana Helvia Recina, a due passi da Macerata, appartiene alla ristretta schiera di autori che dell’arte fanno una scelta etica di vita, perseguendo ad ogni istante un fervore creativo, visionario e favolistico, che scende in profondità cogliendo gli aspetti inquietanti e misteriosi della realtà naturale ed umana. Egli è dentro a questo mondo di «presunta realtà», come lui la chiama, di finzione scenica e memoria, di racconto mitico e tensione trascendente. Il suo lavoro è come racchiuso in una magica sfera di cristallo, a cui egli affida viaggi fantastici, transiti favolosi, approdi sognati e mai posseduti. In sintesi, un periplo avventuroso e nostalgico, apprensivo e monitorio, attorno alla storia e al presente vissuto, che egli ha iniziato adolescente, sostenuto com’era dall’inesauribile sete di novità e di sperimentazione. Praticava l’officina del padre, fabbro ferraio a Villa Potenza, usando d’incudine e di martello, alimentando il fuoco della fucina, plasmando i primi ferri e le strutture metalliche con l’abilità artigiana di un moderno Vulcano. Da allora, lui, faber nobilis, non ha mutato idee, ne tradito la sua etnìa, e come un antico argonauta ha solcato l’universo dell’arte sfornando via via strumenti agricoli e patriarcali, macchine belliche e aggressive, arnesi di foggia barbarica e di medievale tortura, durlindane, elmi, scafandri, il ciclo delle figure, lo svariato bestiario, i racconti di terra e di mare, e ogni altro tema che la sua fantasia creativa, talvolta cruda e angosciante, tal’altra suggestiva e simbolica, recupera dai meandri della memoria e dai retaggi della cultura classica e umanistica, rapportando tutte le sue opere (sculture, acquerelli, pirografie, disegni) con un linguaggio mito poetico che conserva integro il senso pieno della novità e dell’invenzione. Una visione metaforica, la sua, al centro della quale si sviluppa la vicenda esistenziale; un “modus operandi” calato nella contemporaneità e nel divenire che si manifesta talvolta foriero di funesti presagi e incombenti calamità, come nel caso di Turrita urbis pugnandi, 1981-84, dove «la città turrita è aggredita da aerei e attraversata da scie saettanti e guizzanti (…). Un aereo penetra gli edifici. Altri scompaiono infilando le pareti». Così descrive la sua installazione Trubbiani in una lettera ad Enrico Crispolti, suo illuminato mentore fin da inizio anni ’60, sottolineando un insolito, singolare, affascinante spettacolo, se non fosse stato in realtà «un atroce episodio di guerra» osservato da ragazzo dalla cima di una collinetta. Oggi quella visione ci appare come sorta di evento annunciato, un tragico «war game» che vent’anni dopo, l’11 settembre, si realizzerà davvero con l’attentato degli aerei kamikaze alle Twin Tower, a Manhattan. Un vaticinio calato nell’inconscio che viene a confermare come l’artista possegga il tempo della storia, i suoi fermenti, i suoi sviluppi, e viva nella dimensione di una creatività che continua a stupire non tanto per alcune “divinazioni” più o meno inquietanti insite nelle opere stesse (vedi, Urbis fragilis 1i, acquarello, 1994, dove la città in fiamme fa pensare ad una New York vulnerabile, ad una civiltà ormai sgretolata, dissella, come un tempo fu per Roma e il suo impero), ma soprattutto per la nobiltà del gesto, la qualità della ricerca, la profondità del logos che riesce a cogliere le ombre lunghe della mente e dell’inconscio ed a proiettarle in uno scenario di forte impatto allegorico e visionario. Novello «deus ex machina» egli scruta, inventa, elabora; studia, riflette, progetta, realizzando ogni sua opera con viva spontaneità e rinnovata valenza espressiva di libera misura inferiore dopo un lungo periodo di gestazione mentale e psicologica. Se un pensiero corre la matita l’asseconda, se un’emozione affiora un colore l’incastona. Segno dopo segno, linea dopo linea, la superficie del foglio prende forma e consistenza con la stessa fluidità delle onde del mare che in un moto “ricircolante” si formano, si rincorrono, si rinnovano e si frangono contro la battigia, dipanando una storia infinita, la storia del mondo e dell’umanità. L’indagine di Trubbiani è incisiva, mirata, totalizzante. La storia, i miti, la natura, gli animali, la vita vissuta e quella futura costituiscono il suo quotidiano nutrimento mentale e poetico. Ed ancor oggi, dopo oltre 45 anni di coerente, limpido e fecondo operare, egli continua ad indagare l’uomo e il suo ambiente con lo stesso desiderio di conoscenza di quando ragazzine rovistava nella zona archeologica di Helvia Recina, recuperando reperti preziosi e monete d’epoca repubblicana. E lungo le rive del fiume, il Potenza, mentre i suoi coetanei coltivavano i primi innamoramenti, egli vestiva i panni degli antichi guerrieri, fantasticava gloriose imprese, rivisitava civiltà, miti e leggendoci cui il Piceno è depositario (la Sibilla, ad esempio, con il suo antro lassù, tra i “monti azzurri”), inseguendo quelle cose che, per dirla con Sallustio, «non avvennero mai, ma sono sempre».

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Alimento Alfredo

Alfredo Alimento

Alimento Alfredo, nasce a Macerata nel 1935. Viveva e lavorava a Macerata in via Roma 214, a Milano in via Vespri Siciliani 23.

Professore di materie artistiche, abilitato all’insegnamento della Storia dell’arte negli Istituti superiori.

Nel 1957 a Firenze si mette in luce con un prestigioso premio nel Concorso nazionale di pittura e scultura “Primavera”.

Nel 1960 riconoscimenti e premi al “Premio nazionale Paestum”, al XI “Premio Terni” e nel 1961 al “Premio Marche” ad Ancona, “Premio Galleria Puccini” di Ancona e alla “Mostra nazionale d’arte contemporanea” di San Benedetto del Tronto.

Nel 1962 si aggiudica il I premio di pittura “alla IV Mostra nazionale giovanile” presso la “Gioventù italiana” di Macerata.

Dagli anni giovanili ad oggi ha partecipato a più di cento mostre collettive in Italia e all’estero, ottenendo vari premi e riconoscimenti.

Ha allestito mostre personali nelle più importanti città italiane.

Le sue opere figurano in Gallerie d’arte moderna pubbliche e private di varie città.

Autore del monumento scultoreo dell’Avis a Caldarola (MC).

Nel 1975 è nel gruppo di artisti marchigiani facente capo al critico d’arte Elverio Maurizi, con il quale instaura un rapporto di profonda stima e collaborazione fino alla sua immatura scomparsa.

Da tale incontro scaturiscono numerose e importanti mostre in Italia e all’estero.

Nel 1985 ha vinto il I premio di scultura “G.B. Salvi e Piccola Europa” a  Sassoferrato.

Nello stesso anno partecipa a “Tempo cronologico e tempo esistenziale nelle opere di 12 artisti marchigiani”.