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Messina Francesco

Francesco Messina (Linguaglossa, 15 dicembre 1900 – Milano, 13 settembre 1995) è stato uno scultore italiano.

Francesco Messina nasce a Linguaglossa in provincia di Catania dal muratore Angelo e da Ignazia Cristaldi. Nell’intento di emigrare in America, agli inizi dell’anno seguente i genitori si imbarcarono alla volta di Genova, ma furono costretti a stabilirsi nella città ligure, dove, dal 1907 al 1909, il M. frequentò le scuole elementari e cominciò a lavorare come garzone marmista nel laboratorio Rigacci e Callegari. Cresciuto a Genova dove ha studiato e vissuto fino all’età di trentadue anni, si trasferì da qui a Milano. È considerato dalla critica tra i più grandi scultori figurativi del Novecento italiano, insieme a Giacomo Manzù, Arturo Martini, Marino Marini, Felice Mina.

È l’autore di alcuni dei maggiori monumenti del Novecento italiano: Santa Caterina da Siena (1961/2), collocata sul lungotevere di Castel Sant’Angelo (che raffigura la cantante e attrice Maria Sole, utilizzata da Messina come modella); la Via Crucis di San Giovanni Rotondo; il Cavallo morente della RAI; il Monumento a Pio XII nella Basilica di S. Pietro. Le sue opere figurano nei più prestigiosi musei del mondo: Berna, Zurigo, Göteborg, Oslo, Monaco di Baviera, Parigi, Barcellona, Berlino, San Paolo del Brasile, Buenos Aires, Venezia, Mosca, San Pietroburgo, Vienna, Washington, Tokyo.

 

Dal 1922 iniziò ad esporre regolarmente le sue opere alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia e tra il 1926 e il 1929 partecipò alle esposizioni del gruppo artistico Il Novecento Italiano a Milano. Nel 1932 si trasferisce a Milano, dove ottiene dopo un concorso nazionale, nel 1934 la cattedra di scultura presso l’Accademia Brera di cui divenne, dopo soli due anni, il direttore.

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Luchetti Sesto Americo

 

L’AUTORE

Sesto Americo Luchetti, 1909 – 2006

Sesto Americo Luchetti è nato a Montecassiano (MC) il 14.7.1909- 28.6.2006

Dopo esser stato iniziato alla scul­tura dal sig. Buratti di Macerata, sotto la cui guida eseguiva a 17 anni la sua prima scultura – una testa di donna (bassorilievo su marmo) – frequentava a Macerata la scuola Professionale di Tirocinio d’Arte, sezione pittura decorativa, con il prof. Ciarlantini.

Specializzatosi nella sezione scul­tura marmi e pietre all’istituto d’Arte di Perugia con lo scultore prof. Bene­detto d’Amore, si diplomava in segui­to presso quella Accademia d’Arte, se­zione scultura direttore Gerardo Dot­tori, insegnante il prof. Benedetto d’Amore. Intanto aveva aperto a Ma­cerata, in via Crescimbeni, in società con il sig. Carpano, un laboratorio arti­gianale per la lavorazione del marmo, nel quale, tra le lapidi commemorative e cippi marmorei, attendeva ai primi tentativi artistici quali: monumentini per il cimitero comunale, due solenni leoni per la villa “Due Pini” dei conti Pallotta, un’ allegoria per il boccascena del cinema “Italia”, la composizione “Questa è la guerra che noi preferia­mo” – di cui si occupò la stampa e la critica -, la medaglia per gli studenti universitari volontari della II guerra mondiale ecc.: opere tutte che gli val­sero incoraggiamenti e lodi, tra cui l’esortazione dell’ antico severo diret­tore dell’Istituto d’Arte, Prof. Giorgio Diamantini: “Metta una pietra su que­ste pietre e vada a Roma”.

Un esortazione che lasciava, alme­no per il momento, le cose come pri­ma, e non solo per le difficoltà econo­miche, ma anche e soprattutto per l’istintiva ritrosia del Maestro, nemico di ogni singolarità che lo mettesse in mostra.

Nel 1936 si lascia persuadere a par­tecipare – è la prima volta – ad una Mo­stra: la Ve Sindacale Regionale di Ancona, con “maternità” – che sarà acquistata dalla Cassa di Risparmio della provincia di Ma­cerata, e con una testa di “Medusa”, ac­quistata dall’avv. Franciosi.

Nel 1937 prende parte alla VP Sindacale d’arte “Premio Città di Recanati”, con il busto di Leopardi (marmo), che vie­ne acquistato da quel Comune: un rinno­vato successo veramente lusinghiero e ben meritato.

L’anno seguente – 1938 – è presente a Macerata alla Mostra “sotto i trenta”, con “Verso la luce” “Natività” “Maternità”, “Ritratto”, “Testa”, “Annunciazione”: tut­te opere povere di materia, ma altrettanto ricche di ispirazione, e nelle quali rifulge già uno stile personale accompagnato da una tecnica sapiente e sicura.

Fin dal 1941 ha insegnato nelle scuole sta­tali e private “materie plastiche”, “storia del costume e disegno”, “geometria de­scrittiva”, “storia dell’arte”, come incari­cato. Dal 1956 è di ruolo nella scuola me­dia, prima a Civitanova Marche, poi a Corridonia, finalmente a Macerata.

Un’ attività, questa dell’ insegnamen­to, che, liberandolo da preoccupazioni economiche, gli ha offerto il tempo e il modo di poter svolgere il suo lavoro con geniale di artista in un servizio conti­nuato del vero, del bello, del buono. Nel 1950 ci offre il vivo, parlante posto di “Mons. Miliozzi” e la “Via Crucis” per San Ginesio; nel 1942 il “Genio della morte”.

Gli anni 1946-47 sono gli anni dell’Ur­na di San Pacifico: un lavoro con i suoi otto pannelli a bassorilievo e le quattro statue delle “Virtù monastiche” da far tremar le vene e i polsi al più maturo Maestro.

Da allora – in seguito ricorderemo sol­tanto i lavori a carattere sacro – è un cre­scendo di opere e di qualità senza quasi soluzione di continuità, impegnato nella trattazione dei temi più diversi, con le tec­niche più svariate: dalla scultura (basso e altorilievo, tutto tondo) all’incisione, all’acquerello, all’acquaforte, al mosaico, al rilievo realizzato galvanisticamente… spaziando nei campi più disparati: dalle “Madonne” alle “Sacre composizioni”, dalle “Porticine di tabernacolo”(una ven­tina) alle “Via crucis”(per un complesso di circa 70 pannelli), a tutti i principali sog­getti della tematica religiosa o comunque sacra.

Meritano particolari citazioni le porte in bronzo per il Santuario della Madonna della Misericordia a Petriolo – 1979 – e quella della Chiesa Collegiata di Montecassiano – 1985 – composta da 24 formelle prezioso omaggio dell’ Artista al suo paese natale.  Il bassorilievo al porto di Ancona San Francesco Missionario – 1987, – sempre da Ancona un altro “San Francesco” per le opere di Padre Guido – 1993, a Mace­rata il “Padre Pio”, sull’area esterna dell’Ospedale – 1990 – e “La Madonna dei Cherubini” all’interno del parco del Se­minario – 1988.

Corridonia, alla grandiosa opera d’ ar­te conservata nella Chiesa Parrocchiale di San Pietro, realizzata in galvanoplastica nel 1967, ha voluto completare il ciclo scultoreo realizzato, nel 1986, con un al­tro capolavoro sacro per la chiesa di San­ta Maria del Paradiso che rappresenta per la cittadinanza un riferimento di storia e di Fede.

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Graziani Mauro

Nato a Modena il 13 settembre 1947.
Diplomato all’Accademia delle Belle Arti di Urbino.
Opere monumentali si trovano presso l’Aeroporto “R. Sanzio”, il Palasport “Badiali” e la scuola “A. Moro” di Falconara Marittima (AN); ad Agugliano nel “Palazzo del Comune”.
Presso la sede della Marina Militare di Ancona si trova il busto in memoria di R. Paolucci; nella chiesa “S. Giuseppe Lavoratore” di Serrungarina (PS) è presente tutto l’arredo sacro; “Madonna con Bambino” nella cappella della stazione FS di Pescara.
Busti di Papa Pio IX a Senigallia e Perugia; “Papa Giovanni XXIII” a Fabriano, mentre un “Angelo” monumentale è presente nel cimitero di Posatora ad Ancona. Un monumento a Sandro Pertini si trova a Chiaravalle (AN).
Altre sue opere si trovano in collezioni private all’estero: Austria, Argentina, Canada, Inghilterra, Norvegia e Svizzera e Stati Uniti.
Ha pubblicato “Appunti di grafica” nel 1984 e in molte occasioni il TG3 ha trasmesso servizi sulla sua attività.
Ha inoltre pubblicato i “Bronzi” nel 1992 a cura della Fonderia Artistica “IL GABBIANO”.

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Bolcato Stefano

BIOGRAFIA

(Roma, 1967) Vive e lavora a Roma dove si è formato presso la Scuola di Arti Ornamentali S. Giacomo e l’Accademia di Belle Arti di Roma. La tecnica che predilige è la pittura ad olio che gli consente di giocare con i colori ottenendo effetti di luce e sfumature cromatiche. Le sue recenti opere sono un’interpretazione della pittura figurativa in chiave POP, attraverso una originale narrazione ispirata al mondo dei mattoncini LEGO. Ha sviluppato una particolare sensibilità al tema del ritratto studiando e reinventando i capolavori da Leonardo da Vinci, Raffaello, Rene Magritte, Frida Kahlo e altri grandi maestri. Di recente ha esposto alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma, Museo Archeologico a Salerno, Museo della Permanente a Milano e Palazzo Bonaparte a Roma.

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Fathi Hassan

Fathi Hassan

Di origine Nubiana, (Egitto e Sudan), nasce a IL Cairo nel 1957, vive e lavora in Italia dal 1979.

La famiglia originaria del sud dell’ Egitto e precisamente di Toscka, città della regione nubiana pesantemente colpita dalle  inondazioni del  Nilo durante gli anni ‘60, e denominata fin dall’antico Egitto Kekhia, vanta tra gli ascendenti nobili guerrieri ed agricoltori divenuti capi-villaggio.

È  cresciuto in una famiglia matriarcale, organizzazione domestica molto comune nella tradizione nubiana.

Ha studiato all’ Accademia di Belle Arti di Napoli, dove si è diplomato nel 1984. Durante  gli studi è entrato in contatto con il gruppo teatrale “Falso Movimento”, maturando un’esperienza d’attore e collaboratore  nello spettacolo teatrale “Otello”.

Negli stessi anni ha conosciuto alcuni intellettuali partenopei, tra cui Lucio Amelio, Filiberto Menna e Mario Martone, divenuti ben presto amici e sostenitori della sua arte.

Nel 1989 ha ottenuto dal Ministero della Cultura egiziano un’importante riconoscimento per la sua attività artistica; è stato chiamato a rappresentare l?Africa alla Biennale di Venezia “Aperto ‘88”

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Peruzzi Cesare

Cesare Peruzzi
( Montelupone 1894 – Recanati 1995) Pittore legato alla cultura della terra di origine, è profondamente affascinato dalla lezione impressionista, negli oltre ottanta anni di attività, approfondisce tutti gli aspetti del colore e della luce.

Cesare Peruzzi esordisce a Roma nel lontano 1915 (ma le sue prime opere impegnative risalgono addirittura al 1911), in occasione della Mostra Internazionale “Secessione”, esponendo insieme a Degas, Cezanne, Renoir, Guidi e Casorati. E’ l’inizio di una carriera ricca di riconoscimenti e molto intensa, scandita da oltre 250 personali.
Il legame di Peruzzi con il suo paese natale (dal 1927 in poi è vissuto a Recanati), è indissolubilmente tracciato dalle sue opere presenti nella cappella dell’Addolorata della Chiesa Collegiata di Montelupone, in cui spicca la presentazione di Gesù al Tempio.
Così il critico d’arte Lucio Del Gobbo ha giudicato la pittura di Peruzzi : “La sua pittura ha radici profonde nell’800 e si mantiene fresca e spontanea come sempre.” Lo interessano gli Impressionisti da quando scopre, giovanissimo, un comune substrato, per una straordinaria concomitanza di sensibilità ai problemi della luce, appunto, e del colore e per un autentico “innamoramento” per un certo tipo di soggetti. Il lavoro continuo e costante lo porta, in ottanta anni di attività a dipingere migliaia di opere. Eppure, la sua voglia di scoprire o di imparare non si è  esaurisce nel tempo: trascorre nello studio ogni momento della giornata, come una lumaca nel proprio guscio ; da mattina a sera con i suoi quadri ; se li riguarda, ci rimugina, e considera con ansia quelli che dovrà realizzare…. L’esercizio artistico lo prende totalmente : parlare di colore e di luce per lui significa parlare di vita, dei desideri e delle ansie dei risvolti più intimi e segreti, significa svelare il senso etico dell’arte ed una visione conseguente di assoluto”.

Peruzzi continua a scegliersi i suoi modelli dove la natura, e quindi l’umanità, è più dolce e poetica, orientandosi ancora con i tempi della luce…. Non è retorico affermare che tante sono le ore della luce e altrettante sono le ore delle pittura di Cesare Peruzzi. L’artista muore centenario nel gennaio del 1995.

La grazia nella pittura
In occasione di mostre significative che prevedessero la stampa di un catalogo, anche nell’ultimo periodo della sua vita, Cesare Peruzzi, quasi con ostinazione, chiedeva che prima di ogni altra illustrazione di sue opere figurassero le due copie che egli aveva dipinto da ragazzo e, poco più tardi, nel periodo dell’Accademia, della cinquecentesca “Madonna del latte” di Antonio da Faenza nella Collegiata di Montelupone. Dietro alle impuntature di un artista spesso si nascondono significati importanti, non rivelati ma profondi, da non tralasciarsi, tuttavia, per una comprensione del carattere e della ricerca stessa dell’artista. Perché Peruzzi teneva tanto al fatto che quelle due opere figurassero prima di ogni altra nei suoi cataloghi? Eppure si trattava di esercitazioni, superate poi da prove ben più impegnative ed originali. Si penserebbe a un semplice desiderio di evocare le origini, e dunque Montelupone come luogo della prima giovinezza: un riferimento soprattutto affettivo. Credo invece che Peruzzi volesse documentare i tempi e i modi di un’altra sua nascita, quella d’artista. In quel luogo ed in quella forma s’era manifestata in lui una vocazione vera, a cui non avrebbe più potuto rinunciare. Tra quei due termini – due paletti che segnavano e demarcavano uno stimolo infantile e poi, a modo di raffronto, uno stato di già consapevole operatività – era iniziata la sua vita d’artista, quella che egli avrebbe sempre considerato la più significativa ed importante per se stesso. E se in ciò volessimo cogliere anche un altro significato, dovremmo far caso al fatto che il suo primo modello non fosse scelto con criterio soltanto visivo, dalla realtà intorno, come sarebbe poi normalmente avvenuto nel seguito della sua ricerca, ma in un’opera del passato, e dunque un modello da ritenersi in qualche modo “storico”, emblematico di una tradizione culturale e di storia. Una mostra a Montelupone, luogo di nascita anagrafica, ma soprattutto riferimento non trascurabile della sua nascita all’arte, credo che oggi, a cinque anni esatti dalla scomparsa di Cesare Peruzzi, debba far riflettere sul suo atteggiamento anche ideologico riguardo all’arte, o quantomeno indicare questa possibilità, di aprire un discorso critico, al di là dell’immagine e dell’affezione che l’opera ha creato in un pubblico indubbiamente numeroso, specie nelle Marche. La pacatezza, l’operosità appartata, un atteggiamento intimistico dell’artista, e soprattutto l’orientamento di molta critica a rilevare quasi esclusivamente la grazia di alcuni soggetti prediletti e ricorrenti, hanno ingenerato l’impressione di un disimpegno teorico o di militanza intellettuale, e, forse, di isolamento e di estraneità rispetto al contesto artistico contemporaneo e alle esigenze anche pratiche della vita. Ed invece Peruzzi è stato un artista attento e consapevole anche sotto questo profilo. Ce lo dicono, oltre tutto, numerose sue dichiarazioni, che chi scrive ha avuto l’opportunità di recepire e registrare, ed alcuni documenti inediti o poco conosciuti che dimostrano quale sia stata la sua attenzione in proposito. Ma accanto all’impegno e ad una consapevolezza storica che per certi versi avrebbe potuto risultare spersonalizzante, Peruzzi ha sempre ritenuto di dover far vivere le sue attitudini, le peculiarità della sua sensibilità, il desiderio di dimostrare soprattutto con le opere, rivendicando una liibertà che, attraverso le opere, appunto, valesse in termini di autenticità e di coerenza. I momenti ed i moventi del suo impegno in tal senso si possono individuare in alcune scelte significative. Già nel periodo d’accademia egli figura nella triade del direttivo della “1ª Esposizione giovanile d’arte” a Roma, e, nello stesso anno 1915, tra gli ammessi alla mostra internazionale di “Secessione”. Come è noto, l’ideologia secessionista rappresentò in generale atteggiamenti libertari, di contestazione nei confronti dell’arte ufficiale e in special modo accademica. Anche dalla corrispondenza avuta con Luigi Bartolini, deducibile dalle lettere rimaste di quest’ultimo, si comprende come Peruzzi condividesse con l’amico incisore la necessità di “lanciare un manifesto ai giovani artisti marchigiani per invitarli a unirsi in un’associazione per l’incremento dell’arte nelle nostre dimenticate, apatiche province”, e soprattutto, di contrastare il manierismo e le mode correnti, impersonate al tempo dai cosiddetti “neoclassici”, contrapponendogli un’espressività sincera, non imbrigliata da consuetudini rigidamente canoniche né dal gradimento del pubblico e dunque da opportunismi di mercato. Chiaro è anche l’atteggiamento di Peruzzi nei confronti di modi e tematiche “imposti” dal regime nel ventennio fascista. Malgrado l’esperienza già notevole ed una conclamata attitudine lo mettessero in grado di eccellere in qualsiasi tipo di impegno pittorico, egli riservò anche in quel frangente la sua attenzione maggiore a cose non ufficiali, evitando a tutti i costi la retorica ed ogni genere di affiliazione. Continuò a interessarsi della realtà di tutti i giorni, quella a lui più vicina, cercando di distinguerne la dignità attraverso un senso poetico intenso che è traduzione di quella sensazione di irripetibilità che scaturisce dall’armonia delle cose e dalla vivezza del momento che passa. Una sua dichiarazione, non firmata ma indubitabilmente autografa, definisce con esemplare chiarezza il suo credo artistico in proposito; essa contiene quasi un’esortazione al rispetto di quella libertà linguistica di cui l’arte, in relazione alla diversa sensibilità degli individui e non alle mode, dovrebbe sempre godere. Se ne riporta un brano: “Non credo che la pittura e tutta l’arte in genere, sia frutto di complicati problemi, sempre alla ricerca di formule nuove. L’importante è esprimere l’eterna poesia degli uomini e della natura. Devozione al vero, al vero che si vive e che ci è possibile percepire e possedere. Ciò che si dipinge non nasce dal nulla, ma dalla vita che viviamo quotidianamente, frutto di studio, di meditazione, di coraggio e di entusiasmo. I canoni della grande pittura sono sempre attuali e validi, aderenti alla nostra vita e alla nostra sensibilità estetica. Del resto non esiste pittura antica e pittura moderna, ma solo pittura, che, naturalmente, può essere buona o cattiva. Ma è proprio necessario un nuovo linguaggio per dire qualcosa di nuovo? E perché non dovrebbe essere lecito dire del nuovo coi vecchi mezzi, credere nei valori eterni, suggestivi della natura, penetrare in essa, comprenderla, amarla e tradurla nell’opera affinché essa sia compresa, amata, apprezzata, giudicata sia dal critico onesto e imparziale che dal pubblico osservatore. Ed infine credere nella verità, nella fede d’arte, nell’arte e per l’arte”. Persino l’ideale realistico che, nel gioco delle parti di un momento in cui la sola soggettività possibile sembrava essere retaggio dell’astrazione, doveva nominalmente appartenergli fu progressivamente accantonato da Peruzzi, a beneficio di un’attenzione emozionalmente più sincera ed estemporanea della realtà. Tanto che la fase della sua ricerca più realisticamente caratterizzata, tra gli anni Venti e metà dei Trenta, finì con l’essere da lui stesso simpaticamente “bollata” come “periodo della pignoleria”. E questo andare incontro all’emozione corrispondeva certo alla sua sensibilità, ma nel contempo gli permetteva di utilizzare una delle sue fondamentali attitudini, la “grazia pittorica”. È questa una definizione suggeritami da Nino Ricci, che è profondo conoscitore, e a suo tempo amico, di Peruzzi. La grazia in un artista è una qualità particolare, che non ha niente a che vedere con la graziosità dei soggetti trattati, non misurabile a parole ma solo con le opere. Quando c’è va riconosciuta come provvidenzialità, come qualcosa che supera ogni volontà e desiderio, dimostrandosi “dono”. Le opere di Peruzzi, anche le più tarde, non hanno mai la gravità e la stanchezza della ostentazione e della routine, anche quelle dichiarate come “repliche”. La grazia del colore e della luce le riscattano ad ogni visione, dimostrandone il pathos leggero e la poesia. Si capisce, ora più che mai, perché alle noiose teorizzazioni Peruzzi preferisse sempre l’operatività. “Non ho tempo di discutere”, diceva, “devo lavorare!”; ed è vero, il tempo e le opere dimostrano più delle parole tutte le sue ragioni.

Il percorso artistico

Cesare Peruzzi nasce a Montelupone (MC) il 31 dicembre 1894, ed ivi risiede con la famiglia paterna per tutto il periodo dell’infanzia e della prima giovinezza. Salvo brevi soggiorni in città italiane, come Roma, Venezia, Milano, Genova, vivrà poi sempre a Recanati, nella campagna di Chiarino prima e, dalla fine degli anni Venti, nella casa di Viale Carducci, che lascerà centenario solo poche settimane prima della morte in ospedale. Nel 1905, a soli undici anni, già attratto dalla pittura e dall’arte, esegue, a matita, una copia della cinquecentesca tela “Madonna del latte” di Antonio da Faenza nella Collegiata di Montelupone. Alcuni anni dopo, nel 1911, ripete l’operazione dimostrando di avere già acquisito manualità e notevole dimestichezza con la pittura ed il colore. Dopo aver superato brillantemente le “Tecniche” a Macerata, frequenta l’Istituto Superiore di Belle Arti a Roma. La guerra è causa di interruzione degli studi, che tuttavia Peruzzi completa appena tornato dal fronte albanese. Tornato a Roma frequenta anche l’Accademia di Francia e, facendo tesoro degli insegnamenti di esperti maestri, si affina nel disegno “dal vero” soprattutto esercitandosi sul “nudo” sia maschile che femminile. All’inizio degli anni Venti sposa Maria Giochi e va a vivere nella villa di Chiarino al centro di una vasta tenuta. A Chiarino, in una fase della vita particolarmente felice in cui nasce la prima figlia, familiarizza con la vita contadina ed avverte l’imperiosa necessità di dipingere all’aria aperta. Realizza alcune opere significative, come: Tramonto marchigiano, Balia e bambini, La polenta, Il calzolaio nella stalla, Io e la mia bambina, Vecchie stanche, Autoritratto, Campagna marchigiana, Tre generazioni. Dal 1925 al 1935, periodo che l’artista ha ironicamente definito “della pignoleria”, pratica soprattutto l’acquerello, ottenendo risultati che, visti oggi, rivelano la sua vocazione intimista ed una sostanziale autonomia rispetto a quella che veniva considerata “arte di regime”, più che altro attenta alle celebrazioni retoriche. Il “Dizionario dei pittori italiani” della “Società editrice Dante Alighieri”, stampato nel 1928, cita Peruzzi tra gli artisti marchigiani degni di notorietà nazionale nei primi venticinque anni del secolo; insieme a lui figurano: Giovanni Pierpaoli, Cesare Marcorelli, Giuseppe Vaccai, Gabriele Galantara, Luigi Bartolucci, Francesco Vitalini, Adolfo De Carolis, Luigi Bartolini, Scipione (Gino Bonichi), Diego Pettinelli, Orlando Sora, Alessandro Gallucci, Bruno Marsili, Anselmo Bucci, Ferruccio Mengaroni, Antonello Moroni, Francesco Carnevali. Trasferitosi a Recanati, dedica oltre quarant’anni della sua vita all’insegnamento del disegno nelle scuole medie. Innumerevoli le opere che gli vengono commissionate per chiara fama, ed alcune, di notevole impegno, destinate a luoghi di culto e ad edifici pubblici in varie regioni. Dalla prima mostra “Secessione” (Roma 1915), dove suoi quadri figurano accanto a quelli di Degas, Cézanne, Renoir, Guidi, Casorati e Spadini, all’ultima antologica nell’Atrio Comunale di Recanati (giugno 1994), ha partecipato ad oltre 200 collettive in Italia e all’estero, e più di 80 sono le mostre personali nelle principali città italiane.

Lucio Del Gobbo

 

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Rowlia, Franco Rivola

Note sull’autore:

ROWLIA (Rivola Franco – Bologna 1929) ha vinto premi d’importanza internazionale come
ed il White Ribbon al Gran Festival dell’Arte Americana USA.
Ha opere al Museo Hermitage di Leningrado, alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Zurigo, di
Roma ed una sua opera al Museo Civico di Agrigento.

Principali attività e riconoscimenti:
1958 Personale a Nizza, Galleria Lafayette;
1962 Personale a Milano, Circolo Romagnolo;
1964 Personale a Roma, Galleria Stagni;
1965 Gran Festival dell’Arte Americana;
1966 Galleria Giulia Flavia; espone alla “Cove Gallery” di Miami, a Montmartre (Parigi) e
all’Accademia Romana di Arti Figurative,
1967 fa parte del gruppo Grandi Maestri Contemporanei” alla esposizione di Palermo
1969 Roma personale alla Tritone Nazzareno ed alla Galleria Indipendenza di Bologna;
1970 Galleria “La Radice”, Belluno;
1971 Galleria Vespucci, Rimini.

Rowlia appartiene – sarei per dire ” morfologicamente ‘ – a quel genere di pittori impegnati al recupero di quei valori arcaici, e anche meta fisici, che stanno alla base del mondo creativo di Campigli, di Tozzi e dello stesso Gentilini. Un mondo, va detto subito, in cui
Rowia si ritrova non già in virtù di occulte persuasioni ma per via di purissime affinità elettive, solo apparentemente monogeniche.
Certi moduli espressivi nella strutturazione delle immagini non possono trare in inganno: la fantasia metafisica, il ‘visionarismo’ (alla Chagali: uno Chagall bolognese!) che ogni tanto vi serpeggiano, non sono certo d’accatto. Cosi come non sono d’accatto le rigorose, spesso addirittura rigide, intralicciature architettoniche e la cromia, talvolta monocorde, sempre intonata e preziosa, che modula l’intera orchestrazione del quadro.

Ma anche quando il colore, piuttosto che poesia del colore si fa compiacimento del colore, anche quando il disegno, per troppo amore del ritmo armonioso, sfiora lo schema ornativo, ebbene, proprio in questi casi
evidenziano i pericoli impliciti a una particolare visione morale della pittura: cioè i “difetti” di elevate virtù”. E la virtù di Rowia sta in buona parte qui: l’esaltazione e anche l’iterazione di un determinato motivo possono sembrare eccessive e persino ossessive, ma tutto si risolve sempre in una felice articolazione sui ” moti dell’intelligenza’. E tutto si riscatta per una decantazione dell’osservazione e del sentimento.

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Cascella Tommaso

Tommaso Cascella, è nato nel 1951 a Roma dove vive e lavora.

Ha partecipato ad importanti manifestazioni internazionali d’arte quali “Una nuovissima generazione dell’arte italiana”, Roma (1985), la XXXI Rassegna d’arte contemporanea di Termoli (1986), “ltalies 1925-1985”, New York (1987), Nove Pittori italiani, Brema (1987).

Quattro artisti Italiani, Frankfurt (1987), Il Museo dei musei, Firenze (1988), International Triennal of Print, Kochi, Giappone (1990),

Un punto per Piero”, New York (1991), la Biennale della scultura di Gubbio (1992), Decouvertes, Grand Palais. Parigi (1993). “Dedicato a…” Ostenda (1993), Corrispondenze, Arezzo (1994), Young Artists in series, Tapei (1995), Tachikawa City, Tokyo (1995), Oraziana, Roma (1996), Libri d’artista, Biblioteca Nazionale, Roma (1997). Biennale della scultura e del disegno, Palazzo Farnese, Ortona (1997), Il sentimento della costruzione, Schwarz, Austria (1997), Biennale Internazionale della grafica di Lubiana (1998). Trasparenze, opere in vetro, Palazzo Ducale, Genova (1998) ecc.

Sue mostre personali sono state allestite in gallerie e spazi pubblici a Milano, Mantova, Genova, Pescara, Caserta, Firenze, Siena, Bologna, Verona, Lecce, Livorno, Todi, Ravenna, Taranto, Roma, Pisa,

Francoforte. Pordenone, Viterbo, Padova, Belluno, Salerno, Parigi,     Klagenfurt, Faenza, Bari, Pietrasanta, Pontedera, etc.

Della sua opera hanno scritto importanti critici d’arte tra i quali

Apuleo, Caramel, Casorati, Cerritelli, Cortenova, De Grada,

Del Guercio, Dorfico, Guadagnini, Gualdoni, Mango, Moneguzzo,

Micacchi, Paloscia, Spadano, Vescovo, Vivaldi, etc.

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Vedova Emilio

Vedova Emilio

Nasce a Venezia nel 1919 da una famiglia di artigiani-operai, inizia a lavorare da autodidatta fin dagli anni trenta. Nel 1942 aderisce al movimento antinovecentista Corrente. Antifascista, partecipa tra il 1944 e il 1945 alla Resistenza e nel 1946, a Milano, è tra i firmatari del manifesto “Oltre Guernica”.

Nello stesso anno è tra i fondatori della Nuova Secessione Italiana poi Fronte Nuovo delle Arti.

Comincia ad esporre in mostre personali e collettive sin dagli anni quaranta, ottenendo presto fama internazionale; è del 1951 la mostra a lui dedicata alla Catherine Viviano Gallery di New York.

A partire da quella del 1948, partecipa a svariate edizioni della Biennale di Venezia, manifestazione dove nel 1952 gli viene dedicata una sala personale, nel 1960 riceve il Gran Premio per la pittura e nel 1997 il Leone d’Oro alla carriera.

Nel 1954, alla II Biennale di San Paolo, vince il premio che gli permetterà di trascorrere tre mesi in Brasile, e nel 1956 riceve il Solomon R. Guggenheim Foundation Award for Italy.

Nel 1955 è invitato a Kassel per “documenta 1”, partecipa a “II. documenta”, nel 1964 per “documenta III” presenta l’Absurdes Berliner Tagebuch ’64 e torna ancora a Kassel nel 1982 per “documenta 7”.

Per tutta la vita si dedica con passione alla attività didattica tenendo lezioni in diverse università americane e corsi alla Internationale Sommerakademie für Bildende Kunst di Salisburgo e alla Accademia di Belle Arti di Venezia.