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Aligi Sassu

Aligi Sassu (Milano, 17 luglio 1912 – Pollença, 17 luglio 2000) è stato un pittore e scultore italiano.

Biografia

Aligi Sassu nacque a Milano, da Lina Pedretti, parmigiana, e Antonio Sassu, sardo sassarese, tra i fondatori nel 1894 del Partito Socialista Italiano a Sassari e trasferitosi nel 1896 nel capoluogo lombardo. Il padre, legato da una forte amicizia a Carlo Carrà, lo condusse nel 1919, a soli sette anni, all’Esposizione Nazionale Futurista presso la Galleria Moretti di Palazzo Cova, che vedeva riuniti i più grandi futuristi e le giovani leve.

All’inizio del 1921 la famiglia Sassu si ritrasferì in Sardegna, a Thiesi in provincia di Sassari, dove Antonio aprì un negozio. Lì Aligi frequentò la scuola elementare e conobbe per la prima volta i cavalli, che diventeranno poi il suo marchio, ed i colori accesi della Sardegna che permeeranno la sua pittura. Dopo una permanenza di tre anni, la famiglia ritornò a Milano e qui Aligi mostrò ancor più il suo interesse per la lettura e l’arte futurista.

Nel 1925, con la famiglia ormai in ristrettezze economiche, fu costretto a lasciare la scuola. In un primo tempo svolse il lavoro di apprendista presso la Pressa, un’officina litografica; l’anno successivo quello di aiutante di un decoratore murale; al contempo, frequentando i corsi serali, riuscì poi a concludere gli studi. Insieme all’amico e designer futurista Bruno Munari, si presentò a Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo. Questo incontro fu proficuo fu infatti nel 1928 invitato da Marinetti a partecipare alla Biennale di Venezia.

Poco tempo dopo, insieme a Bruno Munari, definì il Manifesto della Pittura “Dinamismo e riforma muscolare” (che rimarrà inedito fino al 1977), assumendo come presupposto di base la rappresentazione di forme dinamiche anti-naturalistiche. In quegli anni, grazie alle amicizie del padre, poté conoscere bene le opere di Boccioni e Carlo Carrà, di Gaetano Previati, Giandante X (così era noto Dante Persico) e Giuseppe Gorgerino, e a loro si ispirò talvolta nei suoi dipinti. Studiò Picasso, Diego Velázquez ed il nudo plastico. Di questo periodo è L’Ultima cena, il dipinto che sintetizza l’arte di Aligi Sassu e, negli abiti moderni dei personaggi e l’ambientazione urbana, preannuncia quello che sarà il suo stile futuro.

Negli anni fra il 1927 e il 1929 dipinse in maggioranza quadri di piccole dimensioni, aventi spesso come soggetto lo sport, le industrie e le macchine; nascono così i CiclistiI minatoriL’operaioPugilatori e gli Uomini rossi. Con Filiberto Sbardella, Giacomo Manzù, Nino Strada, Candido Grassi, Giuseppe Occhetti, Gino Pancheri, nel 1930 riuscì ad allestire a Milano la sua prima mostra importante, recensita anche da Carlo Carrà. Nel 1934 soggiornò per un periodo di tre mesi a Parigi (in rue Elisée des Beaux Artes) studiando a fondo le opere di Matisse, Théodore Géricault, Delacroix, Cezanne ed i dipinti dei pittori dell’Ottocento esposti al Louvre.

In particolare, l’influenza di Delacroix e delle sue battaglie è chiaramente riscontrabile nei dipinti di Sassu. Ritornerà a Parigi l’anno successivo e poi agli inizi del 1936. Nel 1935 formò il Gruppo Rosso con Nino Franchina, Vittorio Della Porta ed altri. Del 1936 è Il Caffè, uno dei suoi quadri più celebri che rappresenta la Coupole di Parigi, così pure I Concilii, visione satirica del clero di Roma. Nel frattempo il suo impegno politico aumentò e, quando in Spagna scoppiò la Guerra civile, diventò un attivo antifascista. Antifranchista e simpatizzante dei partigiani spagnoli, dipinse la Fucilazione nelle Asturie.

Accusato di complotto, rinchiuso nel carcere di Regina Coeli a Roma, attraversò un periodo piuttosto problematico alla fine del quale riprese la pittura. Sono di questo periodo i disegni con soggetti mitologici e i ritratti dei carcerati. Fu graziato nel luglio del 1938, rimanendo però un sorvegliato speciale. Solo nel 1941 poté esporre nuovamente: per la prima volta compaiono in pubblico gli Uomini rossi. L’esposizione avvenne nella “Bottega di Corrente”. Pur partecipando da tempo in modo attivo a Corrente, il periodico di opposizione culturale al regime, Sassu preferì optare per una “personale”, non aderendo alle mostre collettive degli artisti del tempo.

Nel 1943 illustrò i “Promessi sposi” del Manzoni con cinquantotto acquerelli. Presenterà queste tavole successivamente, nel 1983, nella casa Manzoni a Milano. Nel 1947, trasferitosi in provincia di Varese, lavorò alacremente dipingendo in particolare Caffè, reminiscenze di Parigi, e soggetti sacri. Poco tempo dopo si dedicò alla ceramica producendo circa un centinaio di pezzi. Ritornato in Sardegna nel 1950, trasse ispirazione dai paesaggi che lo circondavano e dipinse scene della vita contadina e marinaresca, quali le Tonnare; studiò i murales e i muralisti Diego Rivera e José Clemente Orozco, e poi Vincent van Gogh e Piero della Francesca. Notevole è di quel periodo La miniera, l’affresco nella foresteria delle miniere di Monteponi (Iglesias) e non solo per le dimensioni, m 3.50 per 12.

Nel 1949-1950, Sassu aderì al progetto della importante collezione Verzocchi, sul tema del lavoro, inviando, oltre ad un autoritratto, l’opera Il campo arato. La collezione Verzocchi è attualmente conservata presso la Pinacoteca Civica di Forlì.

Con Mazzotti e Fabbri, nel 1954, a Vallauris incontrò per la prima volta Picasso. Due anni dopo, in un nuovo incontro a La Californie, Picasso gli mostrerà le sculture che esporrà successivamente al Museo di Antibes. Lo stesso anno espose alla Biennale di Venezia fra le altre opere I martiri di Piazzale Loreto, che Giulio Carlo Argan acquistò per la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea. Ad Albissola Capo dipinse il ciclo delle Cronache di Albisola, ben rappresentando la vita artistica della cittadina che vedeva allora riuniti ceramisti, poeti, scrittori, critici, e di cui Aligi Sassu era protagonista insieme a Lucio Fontana, a Salvatore Fancello e altri artisti. L’opera, eseguita su commissione del proprietario nella Trattoria Pescetto, occupava un’intera parete di trentacinque metri e, quando 14 anni dopo il locale fu chiuso, venne completamente smembrata. Oggi ne restano solo poche immagini fotografiche.

Ad Arcumeggia eseguì gli affreschi Corridori (1957), un’opera di notevoli dimensioni in omaggio al ciclismo, Gesù inchiodato alla croce, XI stazione della Via Crucis (1963), e San Martino dona parte del mantello al povero (1991).

Dieci anni dopo iniziò il suo periodo spagnolo (nel 1963 alle isole Baleari), con le Tauromachie, presentate dal poeta spagnolo Rafael Alberti, i personaggi mitologici, le sue sperimentazioni sugli acrilici e sui colori sempre più accesi (il rosso sarà ancora più presente nella sua pittura). Nel 1965 suoi disegni e sculture vengono esposti alla Galleria Civica di Monza; sarà poi la volta di una mostra antologica a Bucarest e, successivamente, alla Galleria d’Arte Moderna di Cagliari (dove, nel 1967, era presente anche Foiso Fois). È dello stesso anno il suo trasferimento a Monticello Brianza, durante il quale eseguirà soprattutto murales.

Al 1968 appartengono vari dipinti di grandi dimensioni, fra i quali il Che Guevara, donato al Museo de L’Avana. Nel 1969, alla Biennale, gli viene attribuito il 1º premio del muro dipinto. Nel 1972 sposa Maria Helenita Olivares. Viaggiando fra Maiorca e l’Italia collaborò nel 1973 ai Vespri siciliani per la riapertura del Teatro Regio di Torino. Al Vaticano gli venne dedicata una sala nella Galleria dell’Arte moderna. Tre anni dopo realizzò due mosaici per la parrocchia di Sant’Andrea a Pescara e l’anno successivo espose le sue opere nelle città di Rotterdam, Toronto e Maiorca. È del 1984 una prima mostra antologica a Ferrara, al Palazzo dei Diamanti, e poi a Roma a Castel Sant’Angelo, a cui seguì quella di Milano, al Palazzo Reale.

Successivamente vennero allestite mostre a Siviglia, in Germania, a Madrid, a Toronto, Montréal e Ottawa. Nel 1986 espone a Palma di Maiorca, alla XI Quadriennale di Roma, alla Triennale di Milano e alla Casa del Mantegna a Mantova e Monaco di Baviera, nello stesso anno completa le centotredici tavole sulla Divina Commedia. Nel 1992 partecipa in Sud America al progetto espositivo Arte Italiana nel mondo esponendo a San Paolo, Bogotà e Buenos Aires. A Bruxelles, nella nuova sede del Parlamento europeo, nel 1993 completò il murale in ceramica I Miti del Mediterraneo, che occupa 150 metri quadrati. Sono invece del 1994 le incisioni Manuscriptum per la mostra itinerante in Svezia “I ponti di Leonardo”. È dell’anno successivo l’esposizione alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e del 1999 la mostra antologica a Palazzo Strozzi a Firenze.

Nel 1996 donò 356 opere, realizzate a partire dal 1927, alla città di Lugano: si ha così la nascita della Fondazione Aligi Sassu e Helenita Olivares che da allora ha allestito mostre tematiche con i suoi lavori. Il 25 giugno 1999 nasce la Fondazione Aligi Sassu e Helenita Olivares a Maiorca per volontà dei coniugi Sassu. Il 31 marzo del 2000 viene costituita a Besana in Brianza l’Associazione Culturale onlus Amici dell’Arte di Aligi Sassu. Morì a Pollença il 17 luglio dello stesso anno, all’età di 88 anni, proprio il giorno del suo compleanno.

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Annigoni Pietro

Biografia di Pietro Annigoni

Nato a Milano il 7 giugno 1910, Pietro Annigoni si trasferisce con la famiglia a Firenze nel 1925. Qui compie gli studi presso il Collegio dei Padri Scolopi e nel 1927 comincia a frequentare la Scuola Libera di Nudo dell’Accademia di Belle Arti, con insegnanti del calibro di Felice Carena per la pittura, Giuseppe Graziosi per la scultura, Celestino Celestini per la grafica.
Dotato di un’indole autonoma, Annigoni vive fra Milano, dove la famiglia è tornata ben presto a risiedere, e Firenze, dove egli si lega a personalità della cultura come il letterato Renzo Simi, il pittore e scultore pistoiese Mario Parri, lo storico d’origine fiumana Carlo Francovich, lo studioso d’arte trentino Niccolò Rasmo.
E’ in tale clima di fervida intellettualità che egli definisce i propri interessi e orienta il proprio gusto, mostrandosi precocemente in grado di partecipare al dibattito sull’arte pur rimanendo estraneo a movimenti o correnti, tanto da guadagnarsi presto la fama di personaggio fuori dai canoni. Dopo il successo di pubblico ottenuto con una personale a Milano nel 1936, Annigoni crea il suo primo importante ciclo decorativo ad affresco nel convento mediceo di San Marco, raffigurante unaDeposizione permeata da tensioni espressioniste drammatiche, che bene interpretano la ricerca di un arduo equilibrio fra modernità e tradizione. D’allora in poi la pittura a sfondo religioso sarà, insieme alla ritrattistica e all’incisione, uno dei temi portanti della sua produzione pittorica, da una marcata vena malinconica.
Sposatosi con Anna Maggini nel 1937, da cui ha avuto due figli, Benedetto e Ricciarda, Annigoni a partire dal 1949 in poi esporrà con continuità e successo all’estero, in particolare a Londra, dove nel 1955 esegue il Ritratto della Regina Elisabetta II, opera emblematica del ruolo di cui egli è ormai interprete prediletto presso una società d’élite che in lui vede il degno erede di una tradizione antica e che ben volentieri si propone quale committenza secondo l’esempio dei grandi mecenati del passato (tra i tanti spiccano personaggi illustri come il duca di Edimburgo e la principessa Margaret d’Inghilterra, ma anche Margot Fonteyn, John Fitzgerald Kennedy, papa Giovanni XXIII).
Tra il 1958 e il 1980 Annigoni fu impegnato nella realizzazione di importanti cicli decorativi di tema sacro (fra gli altri quelli per la chiesa di San Martino a Castagno d’Andrea, per il santuario della Madonna del Buon Consiglio a Ponte Buggianese, per la Chiesa Maggiore dell’Abbazia di Montecassino e per la Basilica di Sant’Antonio a Padova), ma anche di soggetti profani (L’Arcadia per la Sala del Pontormo a Wethersfield House Amenia, New York).
Dopo la dolorosa scomparsa della prima moglie, avvenuta nel 1969, la vita di Annigoni è stata rasserenata dall’incontro con la seconda giovanissima compagna e modella, Rossella Segreto, che egli sposa nel 1976. Circondato da uno scelto manipolo di allievi italiani e stranieri, Annigoni dipinge fino a quando si spegne a Firenze il 28 ottobre del 1988.

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Sissa Ugo

Ugo Sissa (Mantova, 3 maggio 1913 – Pegognaga, 17 ottobre 1980) è stato un architetto, designer e archeologo italiano.

Nel suo periodo razionalista ha lavorato per Adriano Olivetti. La sua collezione di reperti Mesopotamici è conservata al Museo di Palazzo Te, Mantova.

Biografia

Gli anni della formazione: 1913 – 1940

Terzogenito di quattro fratelli, Ugo Sissa nasce a Mantova; il padre Guido è colonnello mentre la madre, Clelia Sissa, proviene da una famiglia di avvocati e notai. Sissa trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra Pegognaga, Mantova e Verona dove si iscrive al Liceo Artistico dell’Accademia Cignaroli. Qui ha occasione di frequentare lo scultore mantovano Albano Seguri, suo compagno di studi. Nel 1932, Sissa consegue la maturità artistica all’Accademia di Belle Arti di Venezia: Virgilio Guidi è tra i commissari di esame. Tra i compagni di Accademia, stringe amicizia con Giulio Turcato e Dino Basaldella. Nell’ottobre dello stesso anno si iscrive alla Scuola Superiore di Architettura di Venezia dove insegnano Carlo Scarpa e Baldessari. Dal 1934 prosegue gli studi in architettura a Roma, presso l’Istituto Superiore di Architettura sotto la guida di Vincenzo Fasolo e Gustavo Giannoni. In questo periodo inizia la sua frequentazione con Fabrizio Clerici. Contemporaneamente agli studi universitari, si iscrive al Corso di Scenografia del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dove incontra Vincenzo Monaco, Sante Monachese, Lodovico Quaroni. Nel 1937 si laurea in architettura con Marcello Piacentini progettando uno Stabilimento Cinematografico a San Giuliano (Venezia Mestre). Vince il primo premio ai Littoriali di Napoli (anno XV) con il progetto per una chiesa in Africa Orientale Italiana, realizzato assieme a Valentina Caravacci; la commissione è presieduta da Giuseppe Pagano. Dal 1938 è iscritto all’Albo degli Architetti della Lombardia.

Tra 1938 e 1939 vince una borsa di studio che gli permette di recarsi in viaggio in Polonia per studiare l’architettura rurale dei Carpazi. In questo periodo, i suoi riferimenti culturali sono l’opera di Giuseppe Pagano e quella di Le Corbusier. Durante la sua permanenza all’estero inizia la sua passione per la fotografia grazie alla quale documenta le abitazioni in legno di località sperdute tra i monti al confine con la Russia che conservavano ancora la tradizione costruttiva locale. Nel 1939 vince il terzo premio della Triennale d’Oltremare di Napoli con un progetto di Case in Africa Orientale Italiana.

Il lavoro alla Olivetti: 1940 – 1943

Nel dicembre del 1940, dopo aver risposto ad un’inserzione apparsa ne “Il Messaggero”, entra in contatto con l’azienda Olivetti di Ivrea: si apre così un importante periodo professionale che lo vede lavorare con Marcello Nizzoli con il quale progetta le Case per Operai a Canto Vesco (Ivrea, 1942) realizzate tra 1950 e 1953. Nel 1942, Sissa progetta autonomamente lo spaccio aziendale Olivetti a Ivrea e il Negozio Olivetti a Roma in Via del Tritone; questo edificio oggi scomparso, ospitava una grande pittura murale di Guttuso. La collaborazione con Nizzoli prosegue con i progetti di case per impiegati a Monteferrando e Monteleggero. In questo periodo Sissa disegna e realizza mobili a lavorazione in serie per ufficio e per abitazioni, in precedenza inclusi come esempio di arredamento nell’Enciclopedia Italiana Treccani[1]. Nel 1943 lascia Ivrea.

Le prime esposizioni: 1944 – 1952

Dal 1944 si intensifica la sua attività di pittore e si avviano le prime mostre a Mantova, alla Galleria del Pioppo, e a Palazzo della Ragione (1946). Nell’aprile del 1947 Sissa si reca in Francia, prima a Nizza e poi a Parigi, dove dipinge olii nello studio di Rue de Jacob. A Parigi frequenta Curzio Malaparte. Torna in Italia nel 1949 dove e prosegue la sua attività di artista tra Roma, Milano e Venezia, partecipando alla VI Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma (1952).

La Mesopotamia: 1953 – 1958

Nel 1953 vince un concorso internazionale e a maggio si imbarca a Napoli per raggiungere Baghdad come Capo Architetto del Development Board of Iraq, esperienza fondamentale anche per l’elaborazione tecnica e formale della pittura. In Iraq esegue una serie di progetti per il Governo Iracheno tra cui edifici sociali, la centrale del latte, l’aeroporto di Baghdad, alberghi e uffici del Ministero per lo Sviluppo. Si dedica all’archeologia e alla fotografia, visita gli antichi siti dei sumeri e studia la sigillografia mesopotamica. Nel suo viaggio fu seguito dalla pittrice mantovana Nene Nodari, con la quale condivise le sue esperienze artistiche. Nel luglio del 1955 rientra in Italia, prima a Venezia, poi a Roma e Capri. Nel 1955 aderisce al gruppo MAC/Espace nella sezione architettura con Nino Franchina e Piero Dorazio. Dopo aver vinto il primo premio al Concorso Nazionale per il Monumento a Paisiello con Franchina (1956), riprende i contatti con gli artisti suoi amici, frequentando assiduamente Dorazio, Scialoja, Clerici, Colla e Mimmo Rotella. Nel 1957 torna in Mesopotamia lavorando come Capo Architetto incaricato dal Governo del Summer Resort Department. Progetta alberghi a Kufa, Ur, Babilonia, Nimrud e la sede dell’ambasciata italiana a Baghdad. Coglie l’occasione per continuare le sue ricerche sull’archeologia e la fotografia. Raccoglie numerosi reperti, utensili, statuette tavolette cuneiformi, mattoni d’argilla con iscrizioni. Nel luglio del 1958, con la caduta della monarchia irachena, torna definitivamente in Italia. Qui, nel 1959 lo studio dei reperti Mesopotamici si concretizza nel Catalogue of Sissa Collection of Stamp and Cylinder Seals of Mesopotamia di E. Douglas Van Buren con trascrizioni di Emilio Villa.

L’abbandono dell’architettura e l’affermazione sulla scena artistica: 1961 – 1980

Dalla fine degli anni cinquanta si stabilisce a Venezia e abbandona la professione di architetto concentrandosi completamente sugli studi del mondo classico e sulla pittura. L’attività espositiva inizia in modo continuativo, con una prima personale alla Galleria del Cavallino di Venezia nel 1965 presentata da Umbro Apollonio, seguita da una collettiva alla Galleria del Leone al fianco di Fontana, Dorazio, Guidi, Michelangelo Pistoletto, Rotella e Tancredi (1966). L’attività espositiva lo vede nel 1971 a Londra, con una personale alle Drian Galleries e alla Galleria il Traghetto 2 dove espone con Virgilio Guidi. L’anno successivo è a Rio de Janeiro alla Mostra di Arte Grafica Italiana Contemporanea a cura dell’Istituto Italiano di Cultura al Museo di Arte Moderna assieme ad Afro, Capogrossi, Dorazio, Franchina, Mastroianni e Turcato. Nel 1977 partecipa alla mostra Grafici Italiani Contemporanei alle Gallerie d’Arte Moderna di Lubiana con Rotella, Perilli e Turcato. Si dedica quasi esclusivamente alla serie “Gruppi Locali”, presentati anche alla sua ultima esposizione personale alla Galleria Segno Grafico di Venezia. Muore in un incidente d’auto il 17 ottobre del 1980.

L’architettura

Prime esperienze

Giuseppe Mazzariol definisce Sissa come testimone delle complesse vicende dell’Italia degli anni trenta fra Roma e Milano, circostanze dettate dalla situazione di un’architettura e di un’arte di regime. L’architettura di questo periodo vive immersa in una stagione drammatica e conflittuale. Il primo referente nella formazione di Sissa è Terragni, come si evince dalla Casa del Fascio di Verona (1940) che richiama la medesima opera di Terragni realizzata a Como. Nel 1935, Sissa partecipa ai Littoriali della Cultura e dell’Arte (anno XIII) per l’Architettura a Roma con il progetto “Casa rurale nel Mantovano”. L’anno successivo, il progetto per una “Casa del sindacato professionisti e artisti” viene premiato al concorso Montiroli; quest’opera evidenzia già i legami di Sissa con le tendenze razionaliste. Nel 1937 vince i Littoriali (anno XV) di Napoli con il progetto di una chiesa in Africa Orientale Italiana nei pressi di Gondar; realizzato con Valeria Caravacci, il progetto che includeva una chiesa, il battistero, un ossario, campanile e canonica, avvia sulla stampa di settore una forte polemica tra Pagano, presidente di commissione, e Piacentini. La vittoria di questo premio scatena un vivace scontro tra Pagano e Piacentini sulle pagine dei maggiori giornali di architettura. Sarà proprio Pagano ad introdurre il giovane Sissa a un gruppo di urbanisti di Stoccarda dove l’architetto si recherà nel 1938 per studiare l’edilizia popolare, lasciando una preziosa documentazione di edifici oggi scomparsi. L’interesse per le architetture autoctone si rafforza con il viaggio in Polonia che gli dà modo di approfondire i possibili legami tra contemporaneità progettuale e tradizione. In Polonia Sissa indaga soprattutto le costruzioni in legno, riportando il suo viaggio in scritti, schizzi e riflessioni sulle problematiche della produzione industriale. Nel 1939 vince il terzo premio al Concorso Nazionale indetto dalla Triennale d’Oltremare di Napoli con un progetto di “Case in Africa Orientale” assieme a Franco Strumia. Anche in questa occasione il tema coloniale è interpretato in chiave razionalista.

Olivetti

Sissa viene chiamato dalla Olivetti nel 1941 come addetto all’Organizzazione Tecnica. Ancora giovane architetto, a Ivrea ha modo di confrontarsi con affermati professionisti come Nizzoli, Figini e Pollini lavorando nel contesto più all’avanguardia del nostro paese e aderendo al clima razionalista. Nel 1942 progetta con Marcello Nizzoli le “Case per Operai a Canton Vesco” (Ivrea) e i disegni dei due architetti compaiono ben presto nella “Enciclopédie de l’Archietcture Nouvelle” di Alberto Sartoris (1948). Tra il 1941 e il 1943, progetta con Nizzoli una casa per impiegati a Monferrando realizzando uno schema (i balconi a sbalzo, lo sviluppo verticale) che riprenderà poi nel progetto di case popolari a Cremona per l’INCIS (1949). Questi progetti si basano sullo sviluppo orizzontale di moduli ripetibili al fine di consentire una maggior libertà nell’organizzazione dello spazio e di ricavare alloggi di diversa superficie a seconda delle esigenze d’uso.

Alla Olivetti Sissa collabora alla definizione dell’immagine dell’azienda con la ristrutturazione e la costruzione di negozi in varie città italiane. L’esempio più significativo è la realizzazione del negozio Olivetti in Via del Tritone a Roma; demolito alla fine degli anni cinquanta, lo stabile conteneva una grande pittura murale di Renato Guttuso, benché Sissa gli avesse preferito Han Arp. Il dipinto di Guttuso dal titolo “Boogie-Woogie” mette in scena l’omonimo ballo e l’elettricità suscitata da quella musica proveniente dall’America[9]. Organizzato in tre livelli, il negozio viene definito “un’opera solitaria e affascinante, una boccata di ossigeno europeo immessa con forza nell’aria stagnante di una città vicina all’asfissia”. Quest’opera di Sissa è l’esempio che lo pone in linea con le tendenze razionaliste europee più avanzate e sarà presentata alla II Biennale di San Paolo del Brasile nel 1953. Oltre a quello in Via del Tritone, progetta la risistemazione per i negozi di Asti, Pistoia, Frosinone, Ivrea e Modena.

Per Olivetti progetterà non soltanto edifici ma anche arredi, più volte citati come esempio di stile, ed espositori per le celebri macchine da scrivere.

Sissa lascia l’Olivetti nel 1943; la scelta sofferta era stata motivata dal convincimento che molti architetti del gruppo avessero assunto posizioni e comportamenti incompatibili con lo stile e gli ideali di Adriano Olivetti e del movimento della Comunità. A proposito della realizzazione delle Case di Canton Vesco, Sissa scrive all’architetto Paolo Nestler nel 1953: “gli edifici nel corso della costruzione sono stati grossolanamente modificati, alterandone e distruggendone lo spirito”.

Nel 1949 Sissa torna stabilmente a Roma, riprendendo le sue ricerche sull’architettura razionalista. Risale a questo periodo la “Casa ad appartamenti” realizzata per conto dell’Istituto Nazionale Case per Impiegati dello Stato (I.N.C.I.S.) a Cremona, che Paolo Portoghesi riferisce come “una delle poche architetture ancora fedelissime al clima razionalista”.

L’Iraq

Sin da bambino, Sissa condivide con la madre la passione per la Mesopotamia. Nel 1953 risponde a un avviso del governo Iracheno comparso nel Messaggero ottenendo un posto come capo architetto dello sviluppo architettonico a Baghdad, ruolo che svolgerà fino al 1958. In questo periodo la progettazione è allargata a ventaglio su tutti i settori tipici: case per operai, uffici del potere amministrativo, ospedali, aeroporti, scuole, mercati, industrie, case per zone residenziali a carattere turistico, case per notabili della classe dirigente e per il re. Sorgono così un quartiere di 1500 abitazioni per lavoratori con edifici sociali a Baghdad, una centrale del latte, l’aeroporto di Baghdad e di Bamanni. Nel luglio del 1955 Sissa torna in Italia e risiede tra Roma e Capri. Aderisce come architetto al Gruppo MAC/Espace con gli amici Nino Franchina e Piero Dorazio, non intervenendo però attivamente nelle esperienze del Gruppo. Il 1956 segna anche la vittoria del concorso per un monumento a Paesiello a Taranto, in collaborazione con lo scultore Nino Franchina. Il secondo viaggio in Iraq, come architetto del Summer Resort Department, prende avvio nel 1957, per cessare bruscamente nel 1958, quando Sissa è costretto forzatamente a lasciare il paese allo scoppio della rivoluzione. Risalgono a questo periodo il Padiglione della Fiera Italiana a Baghdad (1957), e le Resthouse di Ur e Babilonia. L’ultimo viaggio in Medio Oriente diviene l’occasione per continuare le ricerche sull’archeologia e la fotografia. L’esperienza in Medio Oriente influenzerà la figura artistica di Sissa: la grafia dello stile cuneiforme sarà presto una delle sue fonti di ispirazione pittorica; dai rilievi in negativo dei siglilli sumeri, Sissa trae un modello di grafia che traspone sulla tela.

Il Design

Nel 1942 Sissa realizza i mobili per la casa del filosofo Umberto Campagnolo, collega alla Olivetti. Dal 1945 le creazioni di Sissa cominciano a comparire in importanti riviste come Stile, in cui compaiono i mobili per le case Olivetti a Ivrea: soggiorno, zona pranzo, libreria, sedia, poltrona, tavolo, divano e credenza. Nel 1948 la stanza di soggiorno appare come esempio nell’Enciclopedia Treccani, al fianco di una stanza da pranzo di Carlo Pagani e Lina Bo Bardi e uno studio di Ignazio Gardella. Nella progettazione del Negozio Olivetti di Roma, Sissa non si limita solo alla struttura dell’edificio: suoi saranno anche i sostegni per le macchine da scrivere, i tavolini in rovere e gli espositori. Qui i supporti per le macchine da scrivere si riducono a essenziali lastre a parete o a esili gabbie a terra.

La fotografia

L’opera fotografica di Sissa (che consta oggi di oltre 5000 documenti) attesta sia la sua attività di designer che quella di architetto, come pure i dei suoi viaggi in Medio Oriente e in Europa, documentando paesaggi, siti archeologici e architetture via via scomparse negli anni. Nel 1943 le foto di Sissa compaiono nel primo volume di storia della fotografia italiana curato da Ermanno Scopinich. Sissa è anche presente nell’editoriale di Domus “Fotografia”. I suoi soggetti, al centro di un quadrato sono inevitabilmente il fulcro delle immagini; tale formato era allora prediletto da molti, da Giuseppe Pagano a Munari o Alberto Lattuada. Per i suoi scatti Sissa si serve di una Rolleiflex, camera biottica 6×6 in concorrenza con la Leica. L’archivio privato Ugo Sissa conta 1000 foto di album di famiglia, 4100 foto di architettura di cui 200 sulla Germania degli anni 1938, 140 sulla Polonia e sull’architettura spontanea negli Zagros (1938), 500 sull’Italia nel periodo compreso tra 1938 e 1943, 2500 scatti sui suoi viaggi che includono reperti archeologici impressi tra il 1952 e il 1957; oltre 600 fotografie documentano le sue opere architettoniche e pittoriche, corredate da disegni e lucidi.

Il collezionismo e l’archeologia

Negli anni del suo soggiorno in Mesopotamia, Sissa adotta la tecnica di ricerca superficiale dei Tell e inizia ad acquistare oggetti sul mercato antiquario dando così vita alla raccolta dei suoi reperti. Nel 1984 l’Amministrazione Comunale di Mantova e il Museo Civico di Palazzo Te gli dedica una mostra che vede esposti per la prima volta i preziosi reperti, successivamente acquistata dall’istituzione. Il percorso espositivo, che comprende reperti dal VI millennio a.C. al XIV secolo d.C. viene aperto al pubblico nel 1994. In molti casi, Sissa aveva annotato sui pezzi i luoghi di provenienza con indicazioni precise sul rinvenimento, circostanza che ha consentito di collocare i reperti nel loro contesto originario. Le tipologie degli oltre 200 oggetti presenti nella collezione si estendono da utensili, creamiche, coni, tavolette incise in linguaggio cuneiforme, mattoni, statuette, amuleti, sigilli, perle. Se gli utensili provengono dagli insediamenti più antichi della Mesopotamia e appartengono alla fase preistorica, i sigilli sono invece la passione di Sissa; sin dal suo ritorno dalla Mesopotamia vi realizza egli stesso degli studi, approfonditi da esperti e pubblicati in molte riviste coeve del settore. Compaiono infatti già in un catalogo del 1959 realizzato da Van Buren e nella Revue d’Assyriologie dell’anno successivo.

La pittura

Come suggerisce Giuseppe Mazzariol nel “Catalogo Generale” dei dipinti di Ugo Sissa, tutte le attività di Sissa si pongono “senza soluzione di continuità” e vi sovrasta il principio della conoscenza come valore assoluto del suo orientamento culturale e ideologico.

Gli esordi e gli anni Sessanta

Fino agli anni sessanta l’attività di architetto assorbe Sissa e i dipinti da lui prodotti sono tentativi di una ricerca espressiva che si affianca alla sua professione. Nei primi anni del Dopoguerra, Sissa intensifica la sua attività pittorica e partecipa a qualche esposizione collettiva. Assimila l’ambiente chiarista Mantovano, per poi spostare la sua attenzione sui gruppi milanesi che diedero l’avvio alle ricerche astrattiste italiane. A partire dal ’45 promuove le attività espositive della Galleria del Pioppo riunendo un piccolo cenacolo di artisti delle nuove generazioni tra cui Edomondo Bacci ed Emilio Vedova. L’eclettismo di questo periodo tocca varie tematiche: dalle nature morte ai paesaggi, ritratti, passando per l’esperienza del cubo-futurismo e del periodo Metafisico del “Novecento Italiano”. La necessità di sintesi tra le arti lo porta ad accostarsi, nel 1955, con gli amici Dorazio e Franchina, al gruppo M.a.c./Espace. Negli anni sessanta trova in Venezia la giusta dimensione, un ambiente culturale vivace. Si apparta nel suo studio in Calle Lion dei Greci, poi in Calle Gritti. Sissa perviene ad una pittura come alfabeto dei segni e delle forme concentrandosi sul metodo seriale di lavoro, preferendo colori puri, spesso primari. Sono di questi anni le serie: “Fiori” (1963-64) dove la natura morta è vista per figure geometriche ottenute per sottrazione, “Sete” (1963-’65), “Trasformazioni” (1963-’64), “Transizioni” (1964-65) e “Premonizioni” (1965-66) in cui si intensificano le contaminazioni tra un’opera e l’altra, “Proliferazioni” (1966) che vedono protagonisti elementi di derivazione fantastica, “Arianna” (1966-69), “Bacco e Arianna” (1967), “Ibernazioni” (1969-70) in cui l’andamento geometrico delimita forme conchiuse a preannunciare la successiva ricerca formale della serie “Nova”. La ripresa di motivi e tematiche diventa un sistema in cui la ripetizione ha un significato intrinseco e narrativo. Quasi ogni opera della serie si intitola allo stesso modo e si distingue da un numero progressivo, consuetudine inaugurata dalle avanguardie storiche per identificare le composizioni non figurative.

Gli anni Settanta: l’attrazione cosmica

Quadrato e cerchio divengono ora i moduli principali della composizione a creare un codice preciso con le sue svariate combinazioni. La pittura di Sissa ricerca l’ordine delle costellazioni nelle numerose serie che a questo tema si ispirano; “Nova” è la più numerosa di olii e acrilici prodotti tra 1969 e 1977; Genesi, Canti Sapziali, Rime Spaziali, Quasar, Pulsar, Campo Gravitazionale, Andromeda, Carnevale spaziale, Squadra spaziale intergalassica… Sissa articola le forme come se fossero ingranaggi in movimento: l’armonia si stabilisce nella relazione tra la simbologia del cerchio, il suo movimento e il suo ricollegarsi alle forme, utilizzando colori primari fondamentale. Le opere di questi anni sono costruite sul rapporto arte e scienza come possibilità conoscitiva e espressiva. Con la serie “Omaggi a Pisanello” diviene chiaro il rapporto con l’amico Severini, con li quale aveva in comune la passione per i personaggi della Commedia dell’Arte, l’interesse per le scenografie teatrali e la decorazione. L’ultima ricerca di Sissa sarà quella dei “Gruppi Locali”, iniziata nel 1971 e ripresa nel 1973, si avvicina alla misura segnica del “pettini” dell’amico Capogrossi. A questo punto però, Sissa lavora attraverso il colore con giochi di trasparenze o accostamenti anche neutri creando rapporti cromatici puri di luce e ombra.

 

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Sciltian Gregorio

Gregorio Sciltian, italianizzazione di Grigorij Ivanovič Šiltjan (Nakhichevan-na-Donu, 20 agosto 1900 – Roma, 1º aprile 1985), è stato un pittore armeno.

Biografia

Nacque nell’insediamento armeno di Nakhichevan-na-Donu, che più tardi si fuse con la città russa di Rostov sul Don, nel 1900 da un avvocato e da una discendente di una benestante famiglia armena di industriali. Si forma all’Accademia di San Pietroburgo e sull’influsso di Beardsley, esordendo a Rostov appena quindicenne con opere attente alle novità delle avanguardie cubo futuriste.

Nel 1919 a seguito della Rivoluzione d’ottobre lascia la Russia e si stabilisce a Costantinopoli. Ma con gli anni Venti ritorna alla figurazione classica, studiando all’Accademia e nei Musei di Vienna le opere del Rinascimento italiano.

È a Berlino nel ’22; nel 1923 sposa Elena Boberman e si trasferisce in Italia; apre uno studio a Roma e partecipa alla II Biennale romana nel ’25. Roberto Longhi presenta la sua personale alla casa d’arte Bragaglia. Il critico fa il punto sulla peculiarità di una pittura che recupera la tradizione caravaggesca e fiamminga con un realismo di impressionante fedeltà fotografica: una perfezione lenticolare raggiunta con una materia dalla cromia compatta e tecnica mutuata dalla pittura antica.

Dopo aver partecipato alla Biennale di Venezia del 1926, Sciltian si stabilisce a Parigi dove espone al Salon des Indépendants. In una personale alla Galérie de la Renaissance una sua opera viene acquisita dal Museo del Lussemburgo. Nel 1928 partecipa all’Exposition de l’Art Russe al Palais des Beaux Arts di Bruxelles. Una sua opera entra al Museo Reale del Belgio. Tema costante della sua pittura è la natura morta trattata a ‘Trompe-l’œil’.

Rientra in Italia nel 1934, stabilendosi a Milano fino al 1941, lavorando anche come ritrattista. Invia opere ad esposizioni estere (Liegi, Berlino, Londra). Allestisce una personale milanese alla Galleria Scopinich, recensita da Carlo Carrà su ‘L’Ambrosiano’ e una da Van Leer a Parigi nel 1933, al Circolo della Stampa di Bologna nel 1937, di nuovo a Milano da Gianferrari nel 1938. Espone nel Padiglione della Gran Bretagna alla Biennale di Venezia del 1936 il dipinto ‘Bacco all’osteria’, acquistato dalla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma. Nel 1940 esegue con Fabrizio Clerici un trompe l’oeil per la VII Triennale di Milano. Nel 1942 personale milanese alla Galleria del Milione e sala alla Biennale di Venezia. Dopo la guerra allestisce uno studio milanese in palazzo Trivulzio. Nel 1947 espone alla galleria dell’Illustrazione a Milano nella mostra di ‘Pittura del gruppo di pittori moderni della realtà’ con i fratelli Bueno, Acci, Carlo Guarienti, Serri e Pietro Annigoni. Con lo stesso gruppo espone nel 1948 alla galleria La Margherita. Approfondisce lo studio del manierismo mentre lavora d’estate a Gardone Riviera sul Lago di Garda dove possiede un’abitazione (la vedova nel 1988 donerà 16 tele ed altri quadri della collezione privata al Vittoriale degli Italiani dove sono tuttora esposti a Villa Mirabella). Espone alla mostra del Ritratto alla Galleria Cherubini di Firenze nel 1949.

Nel 1950 espone un gruppo d’opere alla XXV Biennale di Venezia e alla rassegna parigina alla Galérie Martoren ‘Exposition Internationale des Peintres de la Réalité’. Esce a Milano il volume di Waldemar George ‘Sciltian: la magia della realtà’.

Nel 1953 espone a Milano in un locale alla moda di via Montenapoleone.

Ulteriori presenze a Parigi da Drouet nel 1958 e da Bernheim Jeune nel 1974. Antologica romana a Palazzo Venezia nel 1970.

Dagli anni ’50 lavora realizza costumi per il Maggio Musicale Fiorentino e per il Teatro alla Scala; dagli anni ’60 lavora su soggetti religiosi; illustra opere per l’editoria. Pubblica i libri autobiografici ‘Mia avventura’ èLa realtà di Sciltian. Trattato sulla pittura’. Antologiche a Milano nel 1980 (in catalogo scritti di I. Faldi, M. Fagiolo dell’Arco, Fiele) e a Mosca nel 1983. Bibliografia: Riviello, Sciltian, opera omnia, Milano 1986.

Muore a Roma il 1º aprile 1985 e viene sepolto presso il Cimitero acattolico di Roma. Sulla lapide è riportata il suo aforisma: “L’unico vero e supremo scopo dell’arte della pittura è stato e sarà sempre quello di ottenere l’illusione della realtà”.

 

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Gambetti Dino

Dino Gambetti (Quistello, 12 marzo 1907 – Genova, 2 agosto 1988) è stato un pittore italiano.

Biografia

Studia all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e qui aderisce al Secondo Futurismo, entrando in contatto con i principali futuristi torinesi.[1] Esordisce nel novembre 1927 partecipando alla “Mostra di Trentaquattro Pittori Futuristi” presso la Galleria Pesaro a Milano. Nel 1928 partecipa all’allestimento del padiglione futurista all’Esposizione di Torino e alla Sala Futurista della III Fiera Internazionale del Libro di Firenze. Inizia inoltre a collaborare con Tullio Mazzotti (“Tullio d’Albisola”) e con la manifattura M.G.A. (Mazzotti Giuseppe, Albisola), realizzando ceramiche in stile futurista, decorate all’aerografo. Una sua “Sacra Famiglia” viene utilizzata per illustrare il Manifesto d’Arte Sacra Futurista redatto da Fillìa (Luigi Colombo) e Marinetti. Espone alla Mostra del Presepio per Famiglie, Genova 1929 e alla Mostra Futurista di Pittura, Scultura, Aeropittura, Galleria d’Arte Firenze, 1931.

Nel 1930, assieme ad Alfredo Gaudenzi, Tullio Mazzotti, Libero Verzetti, Lelio Pierro, Giacomo Piccollo, Edoardo Alfieri, Luciano Lombardo, ecc. fonda a Genova il gruppo d’Avanguardia Futurista “Sintesi”, la cui prima mostra si tenne nel 1938. Nello stesso anno presenta alla Galleria Genova la sua prima personale, seguita l’anno successivo da una seconda presso la Galleria d’arte Rinaldo Rotta.

Dal 1943 al ’46 è prigioniero di guerra nel Campo di concentramento di Hereford (Texas) e diresse la realizzazione dell’apparato decorativo della chiesa di St. Mary, la parrocchiale di Umbarger, oggi Monumento Nazionale.[2] Gambetti realizzò personalmente per l’abside il grande dipinto ad olio della “Madonna Assunta” e sulle due pareti affrescò la “Visitazione a Santa Elisabetta” e la “Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele”. Anche le vetrate della chiesa furono realizzate su suoi disegni. Tornato a Genova pubblicò una cartella di litografie con 24 tavole sciolte di disegni realizzati nel 1944 e dedicata Ai P.O.W. del campo di Hereford (Genova, Goffi, 1946?).

Anche dopo il termine del suo percorso cubo-futurista Gambetti opera all’interno di una dimensione figurativa caratterizzata da ampie campiture e da un vivace senso del colore.

Nel 1949 è nominato Accademico di Merito presso l’Accademia ligustica di belle arti di Genova e nello stesso anno presenta alcuni lavori alla Mostra Nazionale d’Arte Sociale di Genova e riceve un premio. Nel 1957 è segretario della Società Promotrice di Belle Arti in Genova. Nel 1964 partecipa alla “Prima Rassegna della Pittura Ligure” di Savona. Partecipa, poi, al IX Premio Nazionale di Pittura Città d’Imperia. E realizza numerose personali in Italia e all’estero.

Attività di incisore

Il disegno e la grafica costituiscono una parte significativa del percorso artistico di Dino Gambetti. Egli vi si avvicinò già prima della guerra collaborando come illustratore al “Corriere del Popolo” e al “Lavoro”, ma vi si dedicò intensamente solo a partire dagli anni Settanta. Gambetti curava tutte le fasi di realizzazione delle sue incisioni, utilizzando per la stampa un torchio a mano. Nel 1970 partecipò alla Terza Biennale di Arte Grafica Italiana a Faenza e nel 1979 espose alla III Biennale dell’Incisione Italiana a Cittadella.

Mostre

La partecipazione di Gambetti alle rassegne artistiche sopra citate illustra il fatto che: “Ricchissima e importante la sua attività espositiva, non circoscritta al solo ambiente ligure, ma estesa a tutto il territorio nazionale e internazionale”.[3]

L’attività artistica di Gambetti è stata ricordata con diverse personali postume a Genova dalla Galleria d’arte Rinaldo Rotta (1992) e dalla Fondazione Regionale Cristoforo Colombo (dal 2008 Fondazione regionale per la cultura e lo spettacolo) e a Quistello dalla Pinacoteca Comunale (nel 1999 e nel 2000). Nel 2008-2009 è stata dedicata a lui e a Bassano e Verzetti, altri due artisti attivi a Genova, una mostra tenuta presso le sale espositive dell’Accademia Ligustica di Belle Arti.

Sue opere sono conservate presso le GAM di Genova-Nervi, e di Firenze, presso la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e presso altri musei nazionali ed esteri.

Note

Secondo la definizione del critico Enrico Crispolti il “Secondo Futurismo” è quello posteriore alla prima guerra mondiale, durante la quale morirono alcuni esponenti del “futurismo eroico” di estrazione anarchico-socialista, fra cui Umberto Boccioni. Esponenti e attività del secondo futurismo sono raccontati vivacemente da Bruno Munari in uno scritto oggi online.

  1. ^Tutta l’opera di Gambetti venne svolta gratuitamente e con l’esplicita condizione che non venisse considerata una forma di collaborazione col nemico, ma solo espressione di sincera pietà religiosa. I prigionieri non-collaborazionisti erano sottoposti a un regime di prigionia particolarmente duro. L’opera, quindi, non veniva prestata per assicurarsi condizioni di vita più favorevoli.
  2. ^Alessandra Gagliano Candela e Enrica Marcenaro

Bibliografia

  • Dino Gambetti: 1907-1988: giugno ’92, Catalogo della mostra tenuta nella Galleria Rinaldo Rotta nel 1992, (presentazione di Antonio Todde);
  • Donald Mace Williams, Italian POWs and a Texas Church: the Murals of St. Mary’s, Texas Tech University Press, 1992;
  • Renzo Margonari, Galleria: Dino Gambetti, in “Quadrante Padano”, aprile 1993, pp. 62-64;
  • Dino Gambetti (1907-1988), a cura di Enrica Marcenaro, Silvio Basile editore, Genova, 2001 (398 pagine e 800 tavole);
  • Luigi Bassano, Dino Gambetti, Libero Verzetti: tre artisti in Liguria tra gli anni Venti e gli anni Sessanta, Catalogo della mostra tenuta a Genova nel 2008-2009 presso il Museo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti (a cura di Antonio Todde), Recco 2008.

 

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Da Osimo Bruno

Bruno da Osimo, nome d’arte di Bruno Marsili (Osimo, 1888 – Ancona, 1962), è stato un incisore e scrittore italiano.

È stato un artista dalla vastissima produzione xilografica, contraddistinta da un intimo lirismo profondamente religioso e a tratti mistico. Le sue illustrazioni poste a corredo di libri rivelano un sentire che non considera il libro soltanto come un oggetto d’uso, ma come un’opera d’arte in cui il testo deve essere in stretto rapporto con la grafica e le decorazioni. Oltre che incisore di legno è stato anche disegnatore di ceramiche e di progetti per mobili, per lavori in ferro battuto e per produzioni artigianali in cuoio lavorato.

Biografia

Bruno Marsili era l’ultimo dei dodici figli di Luigi, falegname, e di Annunziata Papini, tessitrice. Già da bambino aveva rivelato le sue spiccate capacità artistiche, ma a causa della povertà la sua famiglia non poté mantenerlo agli studi all’Accademia: conseguì allora un diploma di Scuola Tecnica con il quale iniziò a lavorare come insegnante. Nel frattempo si dedicava allo studio del disegno dal vero e all’incisione.

Nel 1916, con la Prima Guerra Mondiale, è chiamato alle armi come ufficiale e destinato a Plezzo: anche in questa occasione, quando ne ha il tempo, esegue disegni e incisioni del paesaggio e della vita al fronte. Firma questi lavori come Bruno da Osimo, pseudonimo che userà per tutta la vita.

Nel 1918, a guerra conclusa, viene presentato ad Adolfo De Carolis. Dopo questo incontro nasce in lui l’interesse per la Xilografia e comincia a dedicarsi all’incisione di ex libris.

Torna all’insegnamento ad Ancona dove, con il poeta Mario Blasi, fonda la rivista Il Desco. Prosegue con l’attività di xilografo partecipando a diverse esposizioni e fornendo illustrazioni per diversi editori, tra cui la famosa Eroica e la stessa Xilografia. Si ricordano poi le splendide illustrazioni per Le Aquile Feltresche (1927) e quelle per Il Giovine Re di Oscar Wilde (1928).

Nel 1933 sposa Alma Andreani ammiratrice delle sue incisioni e che lo aiuta organizzandogli mostre, ma che tre anni dopo lo lascia vedovo; questa è il primo di una serie di lutti che accompagneranno la sua vita.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale è volontario a Pola col grado di capitano. È congedato nel 1943 e fa ritorno nelle Marche.
Nel 1944 perde un fratello ed i nipoti, vittime della guerra.

Nel dopoguerra torna ad insegnare fino al pensionamento nel 1946, quando prenderà a dedicarsi solo alla sua produzione d’arte fino alla sua morte.

Curiosità

Quando iniziò ad incidere i suoi primi ‘’ex libris’’ l’artista era solito contrassegnarli con una stella, ma, dopo la prematura morte nel 1936 della moglie Alma, aggiunse una seconda stella a contrassegno delle sue incisioni.
Le stelle divennero tre nel 1938 alla morte della sorella Anita a cui era legatissimo.

Nella seconda metà degli anni ’50 un noto produttore di Verdicchio chiese a Marsili di disegnare un’etichetta per la famosa anfora appositamente creata dall’architetto milanese Antonio Maiocchi nel 1953. L’etichetta xilografata con motivi di impronta greca, nel segno di una coerente rivisitazione dei modelli classici, è rimasta sulla bottiglia per più di cinquant’anni fino al restyling avvenuto qualche anno fa.

Bibliografia

Armando Ginesi (a cura di), Le Marche e il XX Secolo. Atlante degli artisti, Milano, Federico Motta Editore/Banca delle Marche, 2006.

  1. Papetti, L’Officina di Bruno da Osimo. Xilografie, maioliche, tessuti, Federico Motta, Milano, 2000.G. Cucco, Bruno da Osimo, catalogo, Osimo, 1989

 

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Crali Tullio

 COMUNICATO STAMPA

La Quadreria Blarasin di Macerata presenta in prima assoluta per le Marche la retrospettiva di Tullio Crali (Igalo, Dalmazia, 1910 – Milano 2000), uno dei protagonisti del secondo futurismo e tra i massimi esponenti dell’aeropittura futurista. La mostra comprende 43 opere scelte (1929-1991) tra dipinti ad olio, tempere, disegni a matita, pastelli, oltre un consistente numero di litografie, acquerelli e inchiostri, consultabili in galleria, che ripercorrono l’iter straordinariamente fecondo di un artista geniale e inventivo che ha operato dal 1925 al 2000 rivolgendo il suo interesse ad una multiforme attività artistica: pittura, disegno, grafica, litografia, incisione, architettura, moda, gioielli, manifesti, scenografia, composizioni liriche dal nome Sassintesi e Unisassi, oltre a sviluppare un forte interesse per l’insegnamento nelle scuole d’arte, le declamazioni, conferenze su futurismo e aeropittura, parole in libertà nello spazio.

Crali ha partecipato a più edizioni della Biennale di Venezia (nel 1940 con una sala personale e Marinetti inneggiò al “più grande aeropittore del momento” ), e della Quadriennale di Roma (dal 1935 in poi), alla più importanti mostre d’arte futurista e di aeropittura futurista, in Italia (Torino, Trieste, Milano, Roma, Napoli) e all’estero (Parigi, Bruxelles, Cairo, Londra,Tokyo).

Nel 1929, anno di nascita dell’aeropittura, Marinetti lo accoglie nel movimento futurista. Inizia così la sua avventura artistica che lo vedrà protagonista per oltre 70 anni senza tentennamenti o deviazioni. E’ tanto apprezzata la sua opera di aeropittore che nel 1936 gli è concesso il privilegio di “volo gratuito per ragioni d’arte”. Crali vola, viaggia, esplora, dipinge Uomo e cosmo (1933), descrive Macchine in cielo (1980), impagina carlinghe, motori, piloti, paracaduti, squadriglie, cadute libere, maternità cosmiche, paesaggi Da sotto in su (1991), Tour Eiffel (1980), Vento divino – Kamikaze (1969), Rientro dallo spazio (1969) e ogni altra situazione di volo sperimentata, memorizzata e ricreata dalla sua mano abile e irrequieta che perviene alla sintesi formale amalgamando velocità, dinamismo, prospettiva e stati d’animo in tensione. Crali è dentro a questo universo e come un antico argonauta naviga nello spazio alla ricerca di nuove e stimolanti esperienze. In questa fascinosa anabasi non dimentica la lezione di Balla, Boccioni, Prampolini, ma con l’estro che gli è congeniale elabora il suo verbo pittorico in tutta libertà espressiva, orientato com’è verso forme spaziali che, al di là delle contingenze descrittive, appaiano come qualcosa di lessicalmente unico e originale, tanto è forte in lui la tensione verso la scoperta, il meraviglioso, il sublime. Nella sua pittura “l’ordine terrestre cede all’armonia cosmica”, gli spazi di tensione prevalgono sulle linee – forza e la realtà trasfigura ogni cosa “obbedendo alla volontà misteriosa dell’atto creativo”: ogni dipinto porta con sé l’incanto ammaliante della rivelazione. Sensibile e immaginoso, Crali capovolge gli stilemi della tradizione tradizionale, riscatta la terra in senso quasi astratto e metafisico, sottrae alla volta celeste il fascino delle ampiezze e delle altitudini, trasferendo sulla tela la meraviglia del mondo, il respiro del creato. E tra la terra e il cielo egli trova gli impulsi creativi di una pittura legata ad una visione “altra” e all’avventura dell’uomo nello spazio, un’avventura che ancor più mostra attualità e grande suggestione.

Crali è un artista storicizzato. Nel 1942 redige e firma con Marinetti il Manifesto dell’illusionismo plastico, nel 1943 il Manifesto delle parole musicali. Seguirà nel 1969 il Manifesto dell’arte orbitale. Il Mart di Trento e Rovereto dal febbraio 1997 custodisce nell’Archivio del ‘900 un cospicuo numero di opere oltre a materiale e documenti di varia natura: fotografie, stampe, carteggi, disegni, interventi grafici (in tutto 13 volumi). Un fondo ampio che consente la focalizzazione della sua straordinaria vicenda esistenziale e artistica in stretto rapporto con la “Ricostruzione futurista dell’universo” prefigurata da Balla e Depero. Una conferma è data dalla creazione fantasiosa, pratica e anticonformista dell’Abito sintetico e camicia anticravatta (1932) e del borsello per uomo (1951), divenuto negli anni settanta simbolo di moda maschile. Elabora anche “abiti unici” per “donne uniche” confermando una fervida inclinazione inventiva.

La figura e l’opera di Tullio Crali rivivono in questa mostra, dove accanto ad opere storiche dell’aeropittura (Aerodisegni, Volo, Nel sottomarino, tutti datati 1929, Lussuria aerea 1931, Ballelica 1932) vi sono dipinti di più recente produzione che confermano la continuità della sua ricerca spaziale (Rientro dallo spazio 1969, Vento divino 1969, Macchine in cielo 1980, Tour Eiffel 1980, Veleggiando in caduta libera 1985, Caduta nell’infinito 1986, In orbita 1990). La mostra comprende anche splendidi paesaggi, in cui convivono l’orchestrazione ritmica e musicale (Scoppia un sorriso a primavera,1948, e  Foglie del Carso, 1961), il fraseggio giocoso (Fantasia Marina1949, Sorvolando le vette 1965, Foglie rosse del Carso 1961), l’idillio poetico (Neve Piani Peso, 1948), il tripudio cromatico (Kirchberg, 1951), l’atmosfera infuocata (Monte Sinai, 1965) l’immensa solitudine (Dalmazia, 1968). Sempre alto poi resta tuttavia il trend visionario e immaginifico quando Crali coniuga i valori del dinamismo e della velocità (Gare motonautiche, 1964), la geometria cubisteggiante (Les falaises de Bretagne, 1965), l’astrazione informale (Cosmica 1964 e Le forze brute del bene e del male 1965), l’espressionismo sensuale (Marciapiede, 1956), la dimensione spaziale (In orbita, 1990), la scenografia (Nel Traffico di Torino, 1938), l’abbandono lirico (Vulcano, 1985).

La mostra offre uno spaccato esauriente dell’opera di Crali, “le peintre tombè du ciel” come fu definito dalla critica parigina alla commemorazione di Marinetti alla Sorbona (1951), o “il commesso viaggiatore dell’ideale” come più tardi sarà chiamato, a conferma di una geniale personalità, avida di conoscenza e d’avventura, che ha continuare a volare nei cieli infiniti, “laddove danzano i sogni dell’uomo e la nuova spiritualità extraterrestre incontra l’eterno”

 (Alvaro Valentini).

 

 

 

 

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Stefanelli Romano

Romano Stefanelli,  1931-2016
Si è formato nel modo antico presso la “bottega” di Pietro Annigoni, in Borgo Albizi.
La sua opera si è estesa in ogni settore dell’espressione figurativa moderna, che trova lo spazio della ricerca personale in un rapporto di continuità/discontinuità con i modelli della tradizione. Oltre alle diverse tecniche pittoriche, praticate in un ventaglio di generi che va da nudo alla natura morta, dal paesaggio agli interni con figura e alle grandi composizioni di soggetto sacro e profano, si è dedicato al disegno (non solo di studio), alla litografia, all’incisione calcografica, alla scultura, alla medaglistica fino alla creazione di gioielli in oro e argento. Ha presentato le proprie opere, con esposizioni personali anche antologiche, presso gallerie e musei in Italia e in molti paesi esteri, a cominciare dal 1968, quando esordì alla Galleria Levi di Milano e su fino ad oggi, con un’ampia ricognizione sul suo lavoro ordinata nelle sale della Galleria Pananti di Firenze, nel 1998. Tra gli affreschi più importanti si ricordano: nell’Abbazia di Montecassino, il soffitto del coro; nelle chiese di Sanata Maria Assunta di Quarrata (PT) e di santa Maria a Massarella (FI), interi cicli parietali; singole opere nelle chiese di San Michele Arcangelo a Ponte Buggianese (PT) e di Santa Maria a Torri (FI). Attualmente sta lavorando a un “Battesimo di Gesù” nella chiesa del Sacro Cuore di Alberga (SV).
In ambito grafico, tra gli altri titoli sono di fondamentale importanza le cartelle La Gigioneide (1965), I fantasmi di Venezia (1973), la Versilia (1977). Tra le sculture in bronzo si segnalano i nudi femminili, le teste e le figure create per la Zecca di Stato. L’impegno relativamente più recente è la creazione e realizzazione di gioielli eseguiti con la tecnica dello sbalzo e cesello, tutti rigorosamente in unico esemplare.
Tra gli altri, hanno dedicato testimonianze e saggi alla sua opera, in articoli, presentazioni ai cataloghi e alle cartelle e in monografie, Pietro Annigoni, Liana Bortolon, Everardo Della Noce, Ugo Longo, Nicola Miceli, Alberico Sala, Giorgio Segato, Giovanni Spadolini.

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De Andreis Giovanbattista

Giovanni Battista De Andreis

Pittore, scultore, incisore, nato a Badalucco (Imperia) nel 1938, diplomato al Liceo Artistico di Genova, espone per la prima volta nel 1954 e da allora è presente nelle principali manifestazioni d’arte nazionali ed estere, ottenendo sempre consensi unanimi.

Tra le personali più importanti degli ultimi anni, particolarmente significative sono quelle allestite al Museo del Sannio di Benevento (1983), al Museo Castello di Monte Segale (1988), alla Galleria Santerasmo di Milano e alla Anholter Muhle di Isselburg (1991), all’ Italarte di Roma (1997). L’opera di De Andreis si può riassumere in circa novanta esposizioni personali, oltre trecento edizioni di grafica originale, tremila opere su carta, circa trenta soggetti in scultura, che lo pongono nel novero degli artisti più noti e valenti della seconda metà del Novecento. Profondo conoscitore di tutte le tecniche pittoriche e grafiche, eccelle nell’uso dell’ acquerello, tanto da essere a ragione riconosciuto dalla critica come uno tra i pochi maestri italiani di questa difficile tecnica.

Molti artisti contemporanei sentono la necessità di rivisitate i grandi capolavori del passato non per puro esercizio stilistico, bensì per far rivivere l’opera classica secondo la propria sensibilità e alla luce delle moderne istanze culturali, confermando ulteriormente, con questa esperienza ardua ed esaltante, la valenza universale dell’arte. In questo senso vanno intese le rivi­sitazioni all’acquerello di Giovanni Battista De Andreis che, eccellenti per rigore tecnico e straordinaria freschezza, esaltano in maniera nuova la grandezza di questi capo­lavori. Per l’artista del terzo millennio il bisogno di ripercorrere una tematica classica nasce dalla necessità di tradurla in un linguaggio attuale, farla avanzare nel tempo.

Più l’immagine antica si presenta compiuta e intoccabile, più l’urgenza di rimuoverla dalla sua compostez­za si presenta come una sfida.

{Giovanni Battista De Andreis}

 

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Stradone Giovanni

Giovanni Stradone nasce a  Nola, città di provenienza dei genitori, il 10 novembre 1911, da Luigi Stradone (1883-1960) e da Carmela Auletta (1883-1971), secondo figlio di tre fratelli: Anna, la primogenita nata nel 1905, Giuseppe, l’ultimo nato nel 1914. Fin dalla infanzia vive ed opera  a Roma  dimostrando sin da piccolo una grande versatilità e passione per il disegno (a solo quattro anni si divertiva ad usare matite e pennelli, utilizzando l’olio per cucinare per diluire i colori) e più avanti per la pittura, frequentando da adolescente fino al 1927 la casa e lo studio del pittore Ferruccio Ferrazzi  dove il padre lo aveva condotto notando l’attitudine del giovane per le attività artistiche.

In questo periodo si reca spesso al Museo Borghese poco distante dalla sua abitazione di via Salaria dove si rifugia marinando la scuola, attirato dalle grandiose opere in esso raccolte, alcune delle quali copia con sorprendente abilità. Fra queste la deposizione di Raffaello, il cui restauro, più avanti negli anni, susciterà il suo sdegno ritenendolo non solo mal eseguito ma addirittura dannoso per la figura della Vergine. Contemporaneamente frequenta il liceo classico al Mamiani e dopo la maturità, per le insistenze del padre, s’iscrive alla facoltà di Giurisprudenza che mai frequenterà. Negli anni giovanili il nostro sviluppa anche un’altra passione: l’interesse per gli insetti che studia con molta attenzione e alcuni dei quali alleva in casa in grandi barattoli. Passione nata probabilmente da bambino quando trascorreva i mesi estivi nella campagna di Pico (Frosinone) luogo di origine della famiglia del padre.

Il  primo quadro risale al 1929 e s’intitola “Gli amici di Marcello”, seguito nel 1930 da “Marcello in paglietta” e “il Giardino di Marcello”. Quadri che vedono come protagonista un caro amico di giovinezza: Marcello Venturoli, divenuto da adulto critico d’arte con il quale per tutta la vita intratterrà rapporti altalenanti  fra l’affetto e il grande risentimento, accusandolo a torto o a ragione di averlo tradito non apprezzando più la sua arte come un tempo. Negli anni ‘30 il suo gusto pittorico si orienta verso la così detta “Scuola romana” ma il suo linguaggio espressionista sulle orme di Scipione e Mafai più avanti negli anni ’40, a detta di Venturoli, Virgilio Guzzi, Ercole Maselli e Antonello Trombadori, acquisterà caratteristiche nuove ed originali nel trattamento della materia cromatica.

Nel 1935 partecipa  alla mostra dei Prelittoriali della cultura dove viene premiato da C.E. Oppo per il quadro “Il malato” eseguito nel 1933. Ma la personalità artistica di Stradone acquisterà rilevanza a partire dagli anni ‘40 con le mostre tenute alla Galleria Tevere in questa data e alla Galleria di Roma nel 1942. La consacrazione avviene con il Premio Bergamo nel 1942 con il quadro “La notte” ottenendo il 3° premio dopo Guttuso e Mezio, e davanti a Birolli. Nel 1945 alla Galleria dello Zodiaco  espone insieme ai pittori Sadun e Scialoja e nel 1947 sempre con questi artisti ai quali si aggiunge Arnoldo Ciarrocchi partecipa alla mostra alla Galleria del Secolo intitolata “I quattro artisti fuori strada” prendendo spunto dal titolo di un saggio di Cesare Brandi. Il quale nella Presentazione alla Mostra antologica dello Stradone alla Galleria “L’Attico-Esse arte” nel 1982, ci dice: “Li chiamai pittori fuori strada perché non si erano adeguati al nascente astrattismo,… i quattro avevano una personalità diversa, se mai alla base c’era il riferimento a Morandi e all’espressionismo. Soprattutto in Stradone che dei quattro, non c’è dubbio, era il più grosso.”

Tra le opere esposte nel 1947 figuravano “Il Colosseo”, “Il notturno sulla Salaria” del 1945, “La Resurrezione di Lazzaro”, “il Ritratto della madre” del 1945, tutte opere da considerarsi tra i capolavori dell’artista. Dell’importante contributo dato dallo Stradone alla cultura figurativa italiana di quegli anni prese atto prima il R. Longhi e poi lo stesso Lionello Venturi che, benché accanito sostenitore dell’astrattismo e dell’informale, ha sempre riconosciuto in Stradone il più tipico e coerente espressionista italiano.

Negli anni 1948-1949, quindi per un brevissimo tempo, il nostro mette da parte le forme tipiche del suo linguaggio per cimentarsi in composizioni più vicine alla corrente neo-cubista. Di questo periodo sono alcuni quadri che rappresentano ciclisti e in particolare Fausto Coppi di cui Stradone era un grande ammiratore. Infatti il ciclismo era un’altra delle sue numerosissime passioni che egli stesso praticava, fino agli anni sessanta si muoveva per Roma e dintorni esclusivamente in bicicletta, solo in età matura, su sollecitazione del fratello, si convinse ad accettare da lui un’auto di seconda mano che veniva all’occorrenza guidata da un’autista, non avendo mai preso la patente. È proprio un quadro, in cui viene rappresentato, Coppi che gli farà ottenere nel 1948 a Londra il “Premio Olimpic Games”, istituito in occasione delle Olimpiadi londinesi, procurandogli fama anche all’estero come attestano i giornali del tempo.

Nel 1950 Stradone invia alla Biennale di Venezia un quadro di grande dimensioni intitolato “L’apoteosi di Bartali” esposto  per la prima volta alla Galleria Gioisi di Roma nel 1948. L’opera suscitò grande scalpore per il contenuto raffigurato perché considerato irriguardoso anche se la Biennale nella richiesta del suo immediato ritiro dalla mostra la motivò scrivendo che bisognava inviare opere mai esposte in precedenza. L’opera rappresentava l’incontro, effettivamente avvenuto fra Papa Pio XII e i ciclisti Fausto Coppi e Gino Bartali, all’epoca celeberrimi, alla presenza di numerosi personaggi rappresentati in chiave caricaturale fra i quali molti ravvisarono Enaudi, Andreotti, Saragat, il cardinale americano Schuster. Qui è necessario aprire una parentesi per dire che il nostro per suo divertimento o anche per polemica nei confronti di coloro che considerava suoi antagonisti o detrattori usava l’arma della caricatura in quanto era eccezionale nel riprodurre la fisionomia dei vari personaggi ingigantendone i difetti o alcune particolari caratteristiche. Famose quelle del prof. Giulio Argan titolare della cattedra di Storia dell’Arte Moderna dell’Università la Sapienza di Roma e della Direttrice del Museo dell’Arte moderna di Roma, Palma Bucarelli e di moltissimi altri esponenti dell’arte, della cultura e dello spettacolo del suo tempo che gli eredi conservano gelosamente.

Nel 1950 contemporaneamente all’abbandono dell’esperienza geometrica, viene pubblicata la sua prima Monografia da De Luca con la prefazione di Giuseppe Dessì e Claudio Claudi. Da questo momento in poi numerosissime si succedono le mostre a cui Stradone partecipa con notevoli opere che sarebbe lungo enumerare tutte in questa sede per cui ci si soffermerà solo su quelle più interessanti. Nel 1954 ad esempio presenta alla Biennale di Venezia numerose opere quali “l’Idillio” del 1950, “Colosseo e ciclista” del ’51, “Mattino sull’Appia” del ’53, “Foro romano e Chiesa di SS Luca e Martina” 1954.

Nel 1955 un saggio di Nello Ponente su “Letteratura” definisce Stradone un pittore “difficile e spesso polemico”, come si evince anche dai due libelli scritti dall’artista nel 1957: “Precisazioni a Guido Ballio” e “Risposta al pittore Afro Basaldella” nelle quali difende la propria posizione all’interno delle vicende romane degli anni Quaranta. Il “Premio Latina” nel 1960 e quello alla “IV Biennale dell’incisione italiana contemporanea” a Venezia nel  ‘61 e la sua presenza alla retrospettiva dedicata alla ”Scuola romana dal 1930 al 1945”, e l’VIII Quadriennale oltre alla sua partecipazione alla “Mostra del Rinnovamento dell’arte in Italia dal 1939 al 1943” attestano il rinnovato interesse per la pittura di Stradone. Nel 1964 viene edita da De Luca una nuova Monografia con la bella presentazione di Giorgio De Chirico che assai raramente si era prestato in precedenza a esprimere un suo giudizio sull’opera di un artista. Nel 1967 partecipa alla mostra curata da Ragghianti a Firenze dal titolo: “Arte moderna in Italia dal 1915 al 1935” e nel 1968 è presente alla  mostra “Mafai, Scipione, Stradone” alla Galleria Senior Di Roma. Sempre in questa Galleria nel 1973 si tiene una mostra molto importante per l’artista perche ripercorre tutte le tappe dell’attività di Stradone, presentando ben quaranta opere da “Laguna di Venezia” del 1943 ad inediti del 1971.

Nel 1978 dopo un periodo di silenzio, è presente in due personali allestite contemporaneamente alle Gallerie La Barcaccia e Russo di Roma; nella prima vengono esposte 37 opere che coprono un arco di tempo che vanno dal ’48 al ’73, nella seconda sei grandi tele inedite presentano l’opera più recente. Nel ’79 viene pubblicata un “Antologia critica” di Giovanni Stradone edita da Carte Segrete e nel 1981 l’artista espone alla Galleria Russo 19 monotipi del ciclo dei “Pagliacci”.

Nel 1981 improvvisamente muore.

L’anno successivo Bruno Sargentini dedica a Stradone una grande retrospettiva di dipinti e disegni datati dal 1938 al 1963. Nello stesso periodo viene edito da ESA il volume di Francesco De Giacomo “Vita con un maestro” affettuosa ricostruzione della amicizia che ha legato il giornalista a Stradone per lunghi anni. Segue nel 1988 una personale dell’artista alla Galleria Russo di Roma dove vengono esposte 60 opere dal 1930 al 1980.

Nel 1991 l’associazione Piazza Maggiore di Todi presenta una Mostra Antologica curata da Walter Guadagnini con il testo di Piero Dorazio, in questa occasione vengono presentate le opere più significative datate dal 1929 al 1977.